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	<title>Movielicious &#187; Andrea Barone</title>
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	<description>Cinema e gossip a portata di click</description>
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		<title>Venezia74 &#8211; Giorno 6</title>
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		<pubDate>Wed, 06 Sep 2017 13:40:19 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Andrea Barone]]></dc:creator>
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		<category><![CDATA[74° Mostra Internazionale d'Arte Cinematografica di Venezia]]></category>
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		<description><![CDATA[Lo splendido Three Billboards outside Ebbing, Missouri, il terribile Una famiglia e l'antropofagismo di Caniba.]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.movielicious.it/wordpress/wp-content/uploads/2017/09/Three-Billboards-Outside-Ebbing-Missouri.png"><img class="alignnone size-full wp-image-56616" src="http://www.movielicious.it/wordpress/wp-content/uploads/2017/09/Three-Billboards-Outside-Ebbing-Missouri.png" alt="Three-Billboards-Outside-Ebbing-Missouri" width="800" height="449" /></a></p>
<p>Suona quantomeno curioso che a portare alla <strong>74ª Mostra di Venezia</strong> uno sguardo più autentico e meno vacuamente retorico sugli Stati Uniti del contemporaneo non siano stati, con l&#8217;ovvia eccezione della prospettiva enciclopedica di Frederick Wiseman, cineasti nati e formatisi nel Nuovo Continente, ma autori in trasferta abili a trasferire in un contesto a loro estraneo le basi della loro poetica.</p>
<p>Non fa eccezione l&#8217;irlandese <strong>Martin McDonagh</strong>, che sceglie di trasportare nella periferia del Midwest quel suo bagaglio di ossessioni che, dai tempi del suo passato da drammaturgo (celebratissima Trilogia delle Isole Aran in primis) fino alla sua transizione cinematografica avvenuta con il cortometraggio <em>Six Shooter</em> (premiato con l&#8217;Oscar nel 2006), coinvolgono i massimi sistemi del senso di colpa, della ricerca della redenzione e della centralità della misericordia.</p>
<p>E se dopo il promettente esordio di <em>In Bruges</em> la formula sembrava destinata a usurarsi dopo il pasticciaccio in chiave meta- di <em>Sette psicopatici</em>, con <em><strong>Three Billboards outside Ebbing, Missouri </strong></em>l&#8217;autore londinese raggiunge la piena maturità recuperando quella pienezza di scrittura, quella ricchezza tematica e quell&#8217;attenzione all&#8217;elemento umano di cui aveva dato prova nella sua produzione riservata al palcoscenico. La storia di vendetta che investe l&#8217;intera comunità della (fittizia) cittadina che dà titolo al film diventa quindi un pretesto per stendere la diagnosi di una società afflitta e ferita in tutto il suo campionario antropologico, dalle vittime ai carnefici, dai genitori ai figli, dalle autorità ai reietti, un dolente, compassionevole ritratto corale che, al contrario dello sproloquio ultra-liberal di <em>Suburbicon</em>, sa descrivere l&#8217;abisso di spaesamento generale dell&#8217;America dell&#8217;Era Trump senza pigri manicheismi e senza facili moralismi.</p>
<p>Ed è con uno script brillantissimo sospeso tra farsa e tragedia e con un complesso attoriale straordinario, capitanato da un sofferto <strong>Sam Rockwell</strong> spogliato dei suoi consueti gigionismi, da un granitico <strong>Woody Harrelson </strong>e soprattutto da una <strong>Frances McDormand</strong> che si riconferma una delle più complete e versatili interpreti della sua generazione che il film va in gloria e si candida prepotentemente a occupare un posto di rilievo nel Palmares.</p>
<p><a href="http://www.movielicious.it/wordpress/wp-content/uploads/2017/09/Una_Famiglia.jpg"><img class="alignnone size-full wp-image-56617" src="http://www.movielicious.it/wordpress/wp-content/uploads/2017/09/Una_Famiglia.jpg" alt="Una_Famiglia" width="900" height="377" /></a></p>
<p>Si ripiomba immediatamente nella voragine con il secondo concorrente della delegazione italiana, il nostrano <em><strong>Una famiglia</strong></em>, con cui il catanese <strong>Sebastiano Riso</strong>, dopo il piccolo caso di <em>Più buio di mezzanotte</em> approda assai generosamente alla sezione principale: l&#8217;impressione generale è quella di un cinema ricattatorio, punitivo e privo del necessario distacco che si bea<br />
spudoratamente a sguazzare nello squallore, nel degrado e nel borgatume di bassa lega, affrontando temi delicatissimi &#8211; nello specifico quello dello sfruttamento del corpo femminile &#8211; con mano insostenibilmente pesante e con un afflato enfatico che spoglia i personaggi e le situazioni di quell&#8217;autenticità che i presupposti iperrealistici necessiterebbero.</p>
<p>Non aiuta una direzione di attori totalmente carente, che lascia una <strong>Micaela Ramazzotti</strong> più spaesata che mai a briglia sciolta in una prestazione miserabilista e urlatissima per cui è impossibile provare ogni tipo di partecipazione, di certo non sorretta da un accumulo di episodi uno più caricato dell&#8217;altro (l&#8217;estrazione della spirale, risolta con una panoramica a 360° che grida vendetta, le frequenti liti domestiche, il miracoloso parto non assistito che è già la sequenza trash dell&#8217;edizione) e da una regia invasiva che invece di ricercare la commozione sembra quasi arrivare a pretenderla. Un autentico disastro, che ricaccia nel tinello lo stato delle cose del nostro cinema a cui la riuscita incursione internazionale aveva per un attimo dato una ventata di aria fresca.</p>
<p><a href="http://www.movielicious.it/wordpress/wp-content/uploads/2017/09/Caniba.jpg"><img class="alignnone size-large wp-image-56618" src="http://www.movielicious.it/wordpress/wp-content/uploads/2017/09/Caniba-1024x577.jpg" alt="Caniba" width="1024" height="577" /></a></p>
<p>Dopo l&#8217;interessante, ma fondamentalmente gratuito esperimento di <em><strong>Caniba</strong></em>, con cui <strong>Lucien Castaing-Taylor</strong> e <strong>Véréna Paravel </strong>approcciano a distanza estremamente ravvicinata il caso clamoroso del cannibale impunito <strong>Issei Sagawa</strong>, illustrando con dovizia di particolare le sue turbe sadomasochistiche senza pervenire a quello sfaccettato saggio sulla mostruosità cui si ambiva e indugiando invece in una prurigine a tasso di etica pressoché nulla, si arriva all&#8217;atteso ritorno di <strong>Hirokazu Kore-eda </strong>al Lido a oltre vent&#8217;anni dal fortunato esordio di <em>Maborosi</em> e dopo una lunga e quasi ininterrotta sequenza di successi cannensi.</p>
<p>Virando decisamente da quel clima di impalpabile grazia e di contagiosa gentilezza che rappresentava la parte più consistente e riconoscibile della sua cifra stilistica, l&#8217;autore di <em>Father and Son </em>firma il suo primo legal drama con una disquisizione molto attenta e precisa sul sistema giudiziario nipponico, interrogandosi sulle questioni etiche alla base del concetto di pena (quella capitale, in concreto) di tale complessità da farsi, di minuto in minuto, meccanica e verbosa, più attenta a rimarcare l&#8217;assurdità dell&#8217;assunto &#8211; il vacillante senso di realtà che il responsabile di un brutale omicidio manda definitivamente in corto circuito con l&#8217;inattendibilità delle sue confessioni &#8211; che a sollevare le vicende da un andamento piatto e, alla lunga, faticoso.</p>
<p>Un&#8217;ambizione lodevole che spinge significativamente il suo immaginario oltre la sua formula già ampiamente collaudata sempre sui binari dell&#8217;intimità, che però pecca di eccessiva densità e di didascalismo &#8211; si pensi, in positivo, all&#8217;esempio che fu il <em>Porte aperte</em> di Amelio &#8211; e che, anche per certe inevitabili concessioni a un linguaggio più commerciale, dà l&#8217;impressione che Kore-eda abbia voluto misurarsi con un cinema troppo al di fuori delle sue corde che, specie sotto il profilo registico, sembra non riuscire a gestire con il dovuto controllo.</p>
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		<title>Venezia74 &#8211; Giorno 5</title>
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		<pubDate>Tue, 05 Sep 2017 13:12:52 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Andrea Barone]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Festival]]></category>
		<category><![CDATA[News]]></category>
		<category><![CDATA[74° Mostra Internazionale d'Arte Cinematografica di Venezia]]></category>
		<category><![CDATA[Ella & John (The Leisure Seeker)]]></category>
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		<category><![CDATA[Paolo Virzì]]></category>
		<category><![CDATA[Venezia74]]></category>
		<category><![CDATA[Victoria e Abdul]]></category>

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		<description><![CDATA[Helen Mirren e Donald Sutherland per Virzì, Helen Mirren regina per Stephen Frears e il doc di Frederick Wiseman.]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.movielicious.it/wordpress/wp-content/uploads/2017/09/ella__john_virzì_a_venezia.jpg"><img class="alignnone size-large wp-image-56600" src="http://www.movielicious.it/wordpress/wp-content/uploads/2017/09/ella__john_virzì_a_venezia-1024x424.jpg" alt="ella_&amp;_john_virzì_a_venezia" width="1024" height="424" /></a></p>
<p>Se gli otto anni trascorsi da Samuel Maoz lontano dal Lido prima della rentrée di <em>Foxtrot</em> hanno garantito a quest&#8217;ultimo una visibilità forse eccessiva rispetto agli effettivi meriti del film, il ritorno di <strong>Paolo Virzì</strong> a Venezia esattamente due decenni dopo l&#8217;exploit di <em>Ovosodo</em> dà l&#8217;idea di un autentico, mastodontico evento giubilare, di un comitato di benvenuto delle grandi occasioni pronto ad accogliere nuovamente fra le sue braccia uno degli autori contemporanei nostrani più apprezzati dal pubblico medio.</p>
<p>L&#8217;occasione, ghiottissima, è quella del temerario lancio internazionale, a quindici anni dal disastro di <em>My Name Is Tanino</em> e a seguito di due opere più importanti che effettivamente riuscite come <em>Il capitale umano</em> e <em>La pazza gioia</em>, tappe che hanno segnato un punto di decisa rottura rispetto a quella poetica della provincia che aveva accompagnato il resto della filmografia precedente.</p>
<p>Adattando l&#8217;omonimo romanzo di <strong>Michael Zadoorian</strong>, con <em><strong>The Leisure Seeker</strong></em> l&#8217;autore de <em>La prima cosa bella</em> si toglie lo sfizio di affrontare, finalmente in modo pienamente ortodosso, il genere codificato del classico road-movie d&#8217;Oltreoceano, narrando l&#8217;ultimo viaggio in camper di una coppia di anziani coniugi minati rispettivamente da morbo di Alzheimer e da un cancro allo stadio terminale: la pagina scritta, spesso dura, poco indulgente e a tratti anche inconcludente, prende la forma di un adattamento mite, pacato e agrodolce, considerevolmente alleggerito e sofisticato (dal &#8220;pellegrinaggio&#8221; destinazione Disneyland attraverso i monumenti del kitsch del romanzo si passa al viaggio verso la Florida e la casa-museo di Hemingway lungo i luoghi della Storia americana più o meno recente), nonché, inevitabilmente, aggiornato ai tempi, come testimonia la scena, inserita ex novo, che vede i protagonisti aggirarsi fra le variopinte legioni di sostenitori di Trump.</p>
<p>E cavalcando l&#8217;onda del sentimento con la consueta leggerezza e senza affondare nella retorica, Virzì fa centro una volta per tutte e conferisce alla nuova stagione della sua produzione la compiutezza e la personalità delle sue trascorse glorie di casa nostra, grazie a una scrittura ricca e disinvolta (merito anche del coinvolgimento di <strong>Stephen Amidon</strong>, autore de <em>Il capitale umano</em>), a una cura formale sensibilmente maggiore &#8211; garantita innanzitutto dalla fotografia di <strong>Luca Bigazzi</strong>, alla sua seconda avventura USA dopo <em>This Must Be the Place</em> e alla sua prima collaborazione con Virzì &#8211; e soprattutto a una coppia di interpreti superiore a ogni elogio, con un&#8217;impetuosa e ciarliera <strong>Helen Mirren</strong>, abilissima a nascondere alla perfezione la propria britannicità con un magnifico accento bostoniano e, ancor più, con un sommesso, commovente e amabile <strong>Donald Sutherland</strong>, candidato più fattibile alla Coppa Volpi maschile finalmente alle prese con un ruolo che vale una carriera.</p>
<p>Certo, le concessioni alla tradizione pura a volte sfociano nel cliché (la sequenza della rapina e quella dell&#8217;adulterio confessato su tutte) e il tono, in vista dell&#8217;annunciato dramma finale, si fa spesso compiacente e fin troppo lieve, ma sono peccati veniali e comunque coerenti con l&#8217;identità di un film che, nei limiti della sua identità nazionalpopolare, può dirsi assolutamente riuscito.</p>
<p><a href="http://www.movielicious.it/wordpress/wp-content/uploads/2017/09/Victoria-e-Abdul.png"><img class="alignnone size-full wp-image-56601" src="http://www.movielicious.it/wordpress/wp-content/uploads/2017/09/Victoria-e-Abdul.png" alt="Victoria e Abdul" width="638" height="264" /></a></p>
<p>E senza allontanarsi troppo dal bacino di utenza previsto, si arriva successivamente al caro, vecchio &#8220;cinema della nonna&#8221; di <strong>Stephen Frears</strong>, che con <em><strong>Victoria and Abdul</strong></em> firma ciò che è di fatto il sequel, a vent&#8217;anni di distanza, de <em>La mia regina</em> di John Madden, resoconto del rapporto confidenziale instauratosi fra la seconda monarca più longeva d&#8217;Inghilterra e il suo scudiero scozzese John Brown: la storia fa un salto di pochi anni, toccando la fase terminale del regno della <em>grandmother of Europe</em> e raccontando, con non pochi infiorettamenti, la sua amicizia con un giovane attendente musulmano arrivato dall&#8217;India.<br />
L&#8217;esito è esattamente ciò che ci si aspetta, un evidente passo indietro rispetto alla forma smagliante degli affini <em>The Queen</em> e <em>Philomena</em>, una graziosa, confortante e inoffensiva storiella da sala da tè che azzera programmaticamente ogni pretesa storiografica e adotta un approccio romanzato a regola d&#8217;arte per il pubblico meno esigente.<br />
Ciò non significa, tuttavia, che il film sia da buttare, anzi: dopo il mezzo passo falso di <em>Florence</em>, Frears ritrova la cifra del cinema che meglio gli riesce, affidandosi a un soggetto di facile presa e alle regole ferree del biopic, al solito sceneggiatore di lusso responsabile di uno script scoppiettante (dopo gli inestimabili Peter Morgan e Steve Coogan è il turno del commediografo <strong>Lee Hall</strong>) e a un cast da urlo che, oltre ad accogliere caratteristi di peso come il comico <strong>Eddie Izzard</strong> nei panni del futuro re Edoardo VII, <strong>Michael Gambon</strong> in quelli del primo ministro Gascoygne-Cecil e il defunto <strong>Tim Pigott-Smith</strong> in quelli del segretario privato Ponsonby, vede tornare un&#8217;impagabile, incantevole <strong>Judi Dench</strong> nei panni della regina Vittoria.<br />
E nel suo equilibrio ben congegnato di gag e dialoghi esilaranti e di squarci di commozione, la prevedibilità d&#8217;insieme, l&#8217;adesione totale al canone e la superficialità del metodo non scalfiscono la validità di quello che intendeva essere solo ed esclusivamente puro, elegante intrattenimento.<br />
La sezione Orizzonti, invece, aggiusta notevolmente il tiro e presenta uno dei concorrenti più memorabili dell&#8217;interno programma, Los versos del olvido, ambizioso progetto che segna il debutto sulla lunga distanza del giovane cineasta iraniano <strong>Alireza Khatami</strong>, che sbarca in Sudamerica connettendo al contesto della dittatura cilena e della tragedia dei desaparecidos memorie e suggestioni legate al caso delle migliaia di &#8220;senza traccia&#8221; vittime del regime di Teheran: è la combinazione felicissima e già matura di uno stile immaginifico e singolare che non si lascia mai subissare dal simbolismo e di una scrittura capace di rivedere da un punto di vista originale &#8211; nonché, curiosamente, esterno &#8211; una delle più devastanti sciagure umane del secondo Novecento, un&#8217;allegoria chiara e struggente che non teme di assumere i connotati di una grottesca, opprimente ballata macabra impregnata di compassione e di morte.<br />
Un esordiente assoluto come se ne contano sulle dita di due mani, insomma, da seguire con attenzione confidando nel criterio della Giuria di Orizzonti.</p>
<p><a href="http://www.movielicious.it/wordpress/wp-content/uploads/2017/09/Ex-Libris.jpg"><img class="alignnone size-full wp-image-56606" src="http://www.movielicious.it/wordpress/wp-content/uploads/2017/09/Ex-Libris.jpg" alt="Ex Libris" width="835" height="437" /></a><br />
Il Concorso, invece, arriva al suo giro di boa e va finalmente in gloria con il mastodontico <em><strong>EX LIBRIS</strong></em>, nuova incursione nei meandri delle istituzioni pubbliche con cui <strong>Frederick Wiseman</strong>, l&#8217;inventore del documentario moderno, completa la sua ultima trilogia dedicata alle massime cattedrali della cultura occidentale anglo-americana aperta da <em>At Berkeley</em>, dedicato all&#8217;omonima università californiana, e proseguita con l&#8217;approdo in terra di Albione di <em>National Gallery</em>: centro dell&#8217;azione, questa volta, è la New York Public Library, terza maggiore biblioteca degli Stati Uniti, sviscerata e frazionata nelle varie sezioni che la compongono, dalla sede centrale alle succursali, dalle riunioni private degli organi collegiali agli eventi di ampio richiamo popolare (le working class di <strong>Elvis Costello</strong> e di <strong>Patti Smith</strong>), dalle occasioni didattiche dedicate ai bambini agli incontri ricreativi riservati agli anziani.</p>
<p>Il linguaggio di Wiseman è, come avevamo già detto riferendoci al capolavoro <em>In Jackson Heights</em>, sempre quello del &#8220;saggio entomologico monstre&#8221;, ravvicinatissimo ma distaccato, partecipe ma fattuale, segnato da una precisione maniacale che riesce nei suoi 200 minuti di durata a disporre i tasselli più disparati in un ordine da maestosa sinfonia del dettaglio, a cui forse la dimensione totalmente &#8220;chiusa&#8221; impedisce di pervenire a quel singolo episodio-acme in grado di far deflagrare il carattere epico del reportage (il talent show manicomiale di <em>Titicut Follies</em>, le manifestazioni studentesche di <em>At Berkeley</em>, il monaco che insegue per un tempo infinito la mosca in <em>Essene</em>), ma che, oltre a tantissimi momenti indimenticabili come le lezioni di Braille, la registrazione dell&#8217;audiolibro, la presentazione dello sterminato archivio fotografico, la veloce tappa all&#8217;interno dei meccanismi di smistamento, la torrenziale esibizione del giovane poeta-slam, conclude significativamente il tutto con un discorso sul metodo che sa quasi di riassunto testamentario e di definitiva dichiarazione di poetica.<br />
Cinema vivissimo, pulsante e, come al solito, assolutamente prezioso, che dimostra quanto il prolifico cineasta di Boston sappia raccontare il passato, il presente e, pur sulla soglia dei novant&#8217;anni, il futuro della sua Nazione meglio di qualunque suo compatriota.</p>
<p>&nbsp;</p>
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