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	<title>Movielicious &#187; Amy Adms</title>
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	<description>Cinema e gossip a portata di click</description>
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		<title>Big Eyes</title>
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		<pubDate>Thu, 01 Jan 2015 18:07:39 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Andrea Bosco]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Ora al cinema]]></category>
		<category><![CDATA[Recensioni]]></category>
		<category><![CDATA[Amy Adms]]></category>
		<category><![CDATA[Big Eyes]]></category>
		<category><![CDATA[Christoph Waltz]]></category>
		<category><![CDATA[Tim Burton]]></category>

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		<description><![CDATA[]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Scheda</strong><br />
(Id, USA 2014)<br />
Uscita: 1 gennaio 2014<br />
Regia: Tim Burton<br />
Con: Amy Adams, Christoph Waltz, Jason Schwartzmann<br />
Durata: 1 ora e 46 minuti<br />
Distribuito da: Lucky Red</p>
<p><a href="http://www.movielicious.it/wordpress/wp-content/uploads/2015/01/big-eyes_2.jpg"><img class="alignnone size-full wp-image-40386" title="big-eyes_2" src="http://www.movielicious.it/wordpress/wp-content/uploads/2015/01/big-eyes_2.jpg" alt="" width="500" height="351" /></a></p>
<p>Nel 1994, scottato da una rapidissima ascesa hollywoodiana che rischiò di rivelarsi fatale, il trentacinquenne <strong>Tim Burton</strong> si vide obbligato a riconsiderare una carriera sul punto di implodere: da un lato, il successo del franchise di <em>Batman</em> sembrava preludere a un percorso mainstream e alla progressiva spersonalizzazione di un campionario neo-gotico che andava cristallizzandosi; dall&#8217;altro, le velleità autoriali e i progetti più intimi dell&#8217;emergente cineasta californiano, nella fattispecie <em>Edward mani di forbice</em> e <em>The Nightmare before Christmas</em>, potevano contare su budget notevolmente ridotti e su un appeal commerciale ai tempi piuttosto circoscritto.</p>
<p>Fu in quel periodo che, negatagli la regia di quel <em>Batman Forever</em> passato per le più gestibili mani di Joel Schumacher, Burton trovò rifugio nella lavorazione di <em>Ed Wood</em>, minuscola, fallimentare e personalissima meditazione sull&#8217;identità dell&#8217;artista e sulla dignità dell&#8217;autore che fu forse l&#8217;ultimo moto di totale onestà da parte di un uomo di cinema inevitabilmente condannato, salvo saltuari colpi di coda, a ripetere formule, canoni e cifre stilistiche ormai penetrate nell&#8217;immaginario collettivo.</p>
<p>Puntualmente venti anni dopo, dopo una seconda &#8211; e stavolta pienamente avverata &#8211; scalata ai vertici dell&#8217;establishment, con <strong><em>Big Eyes</em> </strong>Burton torna su coordinate tecnico-economiche medio-basse, ritrova gli sceneggiatori di allora Scott Alexander e Larry Karaszewski e pare voler nuovamente riflettere, dopo orde di compromessi e di trionfi al botteghino, sull&#8217;idea di rivendicazione dell&#8217;Arte e su quell&#8217;inesorabile decorso con cui essa diventa industria, ma la lucidità dei tempi che furono, a mercimonio ancora distante, ha lasciato posto una volta per tutte alla stanchezza e alla rassegnazione, risultato di un decennio netto di asfissiante manierismo da cui il Burton narratore visionario è uscito incurabilmente atrofizzato.</p>
<p><a href="http://www.movielicious.it/wordpress/wp-content/uploads/2015/01/big_eyes_1.jpg"><img class="alignnone size-full wp-image-40387" title="big_eyes_1" src="http://www.movielicious.it/wordpress/wp-content/uploads/2015/01/big_eyes_1.jpg" alt="" width="499" height="300" /></a></p>
<p>Innanzitutto, le premesse: se la prospettiva distorta del &#8220;peggior regista del mondo&#8221; si concretizzava in un complesso, contraddittorio e a tratti struggente atto di rispetto verso qualsivoglia manifestazione del potere creativo, l&#8217;universo iconografico della pittrice Margaret Keane e il di lei sofferto processo di emancipazione umana e artistica dall&#8217;oppressione quotidiana del marito e &#8220;collega&#8221; Walter non offrono spunti di rielaborazione altrettanto solidi, vuoi per il taglio insipidamente medio della materia (quel microcosmo kitsch troppo ingenuo per ambire al rango di pittura alta &#8211; come invece sarà riconosciuto in una memorabile gag futuristica de <em>Il dormiglione </em>di Allen &#8211; e troppo inoffensivo per scadere nel trash), vuoi per la descrizione monocorde e unidimensionale dei suoi personaggi, capace di ripercuotersi anche sulle performance di due protagonisti altrove impeccabili e qui quasi fuori ruolo, una <strong>Amy Adams</strong> perennemente afflitta e talmente sotto le righe da sfiorare l&#8217;evanescenza, e un <strong>Christoph Waltz</strong> gigione ai limiti della sopportazione.</p>
<p>Il registro, poi, si risolve in un brodaglia disomogenea di generi appena abbozzati, dal biopic tradizionale al thriller psicologico in stile <em>Angoscia</em>, dallo spaccato coniugale alla commedia di costume &#8211; con tanto di incursione finale nel <em>courtroom drama </em><em>che suona </em>anticlimatica e decisamente affrettata -, fallisce nel dare forma definita e necessità a un intreccio indeciso fra la trasfigurazione autobiografica, il ritratto d&#8217;epoca, la dialettica servo/padrone e il pamphlet femminista, annacqua il valore drammaturgico delle vicende in uno sviluppo convenzionale e in un&#8217;impostazione dramedy che lascia perlopiù indifferenti e dove i pochi guizzi, come l&#8217;intermezzo da videoclip al supermercato in cui i grandi occhi delle figurine della Keane si sovrappongono ai volti della gente comune, l&#8217;esagitata arringa da imbonitore di Walter durante il processo o la sequenza vagamente hitchcockiana del rogo della villa di Waikiki, finiscono per stonare.</p>
<p>E se le figure di contorno quali il gallerista snob di <strong>Jason Schwartzmann</strong> o il critico oltranzista di <strong>Terence Stamp</strong> rimangono sullo sfondo senza mai intervenire nell&#8217;economia degli eventi o ampliare con notazioni sociologiche la visione d&#8217;insieme, non si scorge mai autentica tragedia o scavo interiore nelle dinamiche della famiglia Keane &#8211; la figura chiave della figlia Jane, principio motore dell&#8217;autocoscienza di Margaret, è pura tappezzeria -, mentre la scelta apprezzabile di ridurre pressoché allo zero l&#8217;elemento immaginifico del codice burtoniano, limitato alle casette a schiera del prologo uscite dritte dritte da <em>Edward mani di forbice </em>o ai coloracci degli ambienti hawaiiani trasformati dalle tonalità calde di <strong>Bruno Delbonnel</strong> nelle pareti di una prigione camp da incubo, mostra purtroppo quanto Burton oggi si trovi a disagio con la raffigurazione prettamente reale delle sue storie.</p>
<p>Ciò che rimane è lo sguardo arrendevole e amareggiato di un regista sostanzialmente finito, costretto dal meccanismo promozionale a vendere fotocopie sbiadite e ristrette del proprio lavoro esattamente come i poster e le cartoline su cui i Keane basano il grosso dei loro introiti, l&#8217;ultimo grido di aiuto di chi è rimasto vittima della propria maschera fino a diventarne caricatura &#8211; e quasi nessuno ne ha riscontrato le avvisaglie nel tono fortemente autoparodico del suo unico film degno di nota del post-<em>Big Fish</em>, ossia <em>Dark Shadows</em> -, un&#8217;opera molto sincera e di gran lunga preferibile ai suoi recenti, tristi baracconi fatti in serie, ma comunque irrimediabilmente tarata dall&#8217;affaticamento, dall&#8217;irresolutezza e da una maturità ricercata troppo tardi e mai raggiunta.</p>
<p>Voto <strong>4</strong></p>
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