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	<title>Movielicious &#187; Bérénice Bejo</title>
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	<description>Cinema e gossip a portata di click</description>
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		<title>The Search</title>
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		<pubDate>Mon, 02 Mar 2015 09:24:00 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Carolina Tocci]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Ora al cinema]]></category>
		<category><![CDATA[Recensioni]]></category>
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		<category><![CDATA[Abdul-Khalim Mamatsuiev]]></category>
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		<category><![CDATA[Michel Hazanavicius]]></category>
		<category><![CDATA[The Search]]></category>

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		<description><![CDATA[Il cinema di Hazanavicius si fa serio. Lasciando da parte sogni e patinature il regista francese racconta]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Scheda</strong><br />
(Id. Francia 2014)<br />
Uscita: 5 marzo 2015<br />
Regia: Michel Hazanavicius<br />
Con: Bérénice Bejo, Annette Bening, Abdul-Khalim Mamatsuiev<br />
Durata: 2 ore e 29 minuti<br />
Distribuito da: 01 Distribution</p>
<p><a href="http://www.movielicious.it/wordpress/wp-content/uploads/2015/03/the-search.gif"><img class="alignnone size-full wp-image-41470" title="the-search" src="http://www.movielicious.it/wordpress/wp-content/uploads/2015/03/the-search.gif" alt="" width="500" height="250" /></a></p>
<p>Prendete un regista semisconosciuto come era <strong>Michel Hazanavicius</strong> prima dei <a href="http://www.movielicious.it/2012/02/27/oscar-2012-chi-ha-vinto/">cinque Oscar per <em>The Artist</em></a>, fategli annusare il successo planetario per aver realizzato un progetto tanto delizioso quanto furbo (girare un film muto, oggi? Mais ce est génial!) e rimettetegli la macchina da presa in mano. L&#8217;Oscar, si sa, fa crescere tanto i cachet quanto le ambizioni di chi ha la fortuna di tenerlo tra le mani. E il regista francese ha giustamente sfruttato la scia del premio e le possibilità produttive che in genere vengono dietro, per accendere i riflettori su un conflitto snobbato dal cinema mainstream che ha trovato spazio solo in qualche documentario.<br />
Con 22 milioni di euro di budget, Michel Hazanavicius si è gettato a capofitto in <em><strong>The Search</strong></em>, liberamente ispirato al lungometraggio del 1948 <em>Odissea tragica</em> (anche questo intitolato <em>The Search </em>in originale) di Fred Zinnemann con Montgomery Clift protagonista, aggiornandone gli strazi e gli orrori e trasportandoli dalla Seconda guerra mondiale al conflitto ceceno di fine anni Novanta. Approdato In Concorso all&#8217;ultimo Festivali di Cannes, il film è stato letteralmente fatto a pezzi dalla critica. A noi, però, è piaciuto.</p>
<p><a href="http://www.movielicious.it/wordpress/wp-content/uploads/2015/03/annette-bening-and-berenice-bejo-in-the-search1.jpg"><img class="alignnone size-full wp-image-41469" title="annette-bening-and-berenice-bejo-in-the-search1" src="http://www.movielicious.it/wordpress/wp-content/uploads/2015/03/annette-bening-and-berenice-bejo-in-the-search1.jpg" alt="" width="500" height="203" /></a></p>
<p>Seconda guerra cecena, siamo nel 1999. In seguito all’assassinio dei propri genitori per mano di alcuni soldati Russi un bimbo di nove anni, Hadji (uno strepitoso <strong>Abdul-Khalim Mamatsuiev</strong>), fugge per cercare di salvare se stesso e il suo fratellino in fasce. Consapevole di non essere in grado di occuparsi del piccolo, decide di lasciarlo a una famiglia per proseguire da solo. L&#8217;incontro con Carole (<strong>Bérénice Bejo</strong>), delegata per l’UE nella sezione Diritti Umani, incaricata di riferire a un indifferente Parlamento Europeo la situazione umanitaria, farà tornare la speranza negli occhi di Hadji, le cui disavventure lo hanno privato della facoltà di parlare. Parallelamente alla storia di Carole e di Hadji, assistiamo a quella di Helen (la sempre perfetta <strong>Annette Bening</strong>), direttrice di un centro accoglienza per orfani, e del giovane Kolia (<strong>Maxim Emelianov</strong>), che ci mostra il conflitto dal punto di vista di un diciannovenne sorpreso a fumare uno spinello che, per evitarsi la galera, viene reclutato dall&#8217;oggi al domani nell&#8217;Armata Rossa.</p>
<p><a href="http://www.movielicious.it/wordpress/wp-content/uploads/2015/03/the-search_2.jpg"><img class="alignnone size-full wp-image-41472" title="the-search_2" src="http://www.movielicious.it/wordpress/wp-content/uploads/2015/03/the-search_2.jpg" alt="" width="500" height="265" /></a></p>
<p>Se vogliamo trovare un elemento che accomuni<em> The Artist</em> a <em>The Search</em>, a parte la presenza della protagonista femminile, la moglie e musa del regista Bérénice Bejo, questo potrebbe essere il silenzio. Condizione assoluta e un po&#8217; ruffiana del primo titolo, la cui presenza è stata probabilmente la trovata migliore di Hazanavicius, e circostanza indotta nel secondo, che però si limita ad appartenere a un solo personaggio. Pellicola corale recitata in tre lingue,<em> The Search</em> si posiziona a metà tra un melodramma e un film di denuncia nel quale è possibile ritrovare tanto gli echi di Tarkovskij e del suo <em>L&#8217;infanzia di Ivan</em> quanto quelli di <em>Germania Anno Zero</em> di Rossellini.<br />
Con alcuni passaggi che ricordano i romanzi d&#8217;appendice, alternati a scene crude e atroci (accostamento che in certi punti effettivamente stride) il film di Hazanavicius è fatto di volti segnati e sguardi privi di futuro, di vite martoriate e di labili e fioche speranze. Se l&#8217;elemento politico, causa scatenante del conflitto, rimane sullo sfondo (ma qualche frecciata all&#8217;allora Presidente Boris Eltsin e al Primo Ministro Putin non manca), è quello umano ad occupare la prima fila. Ci sono Hadji e Kolia a rappresentarlo, due personaggi costretti a subirla, quell&#8217;ingiusta guerra voluta dai Russi e spacciata come lotta al terrorismo: il primo fuggendola, l&#8217;altro trovandocisi in mezzo quasi per sbaglio e decidendo di conformarsi piuttosto che soccombere. Operazione riuscita, anche se parzialmente minata dalla natura ibrida del progetto che, girato con un realismo documentaristico addolcito da elementi mainstream (soprattutto in funzione di una durata piuttosto importante, siamo intorno alle due ore e mezza) in alcuni punti rischia di risultare poco spontaneo per l&#8217; utilizzo di espedienti narrativi eccessivamente visti e poco &#8220;freschi&#8221;, che non alleggeriscono la mole di brutali contenuti di cui<em> The Search </em>si fa latore. Ma il coraggio di Michel Hazanavicius che ha abbandonato sogni e patinature per raccontare gli orrori di una guerra che per alcuni è ancora in corso  (nonostante sia stata dichiarata la fine delle operazioni ufficiali nel marzo del 2009, l&#8217;attività di guerriglia infatti continua), è assolutamente da premiare.</p>
<p><strong>Voto </strong>6,5</p>
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		<title>Il passato</title>
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		<pubDate>Thu, 21 Nov 2013 17:42:41 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Andrea Bosco]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Ora al cinema]]></category>
		<category><![CDATA[Recensioni]]></category>
		<category><![CDATA[Ali Mosaffa]]></category>
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		<category><![CDATA[Il passato]]></category>
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		<category><![CDATA[Tahar Rahim]]></category>

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		<description><![CDATA[Dopo il successo di Una Separazione il regista iraniano Asghar Farhadi ci regala un altro struggente]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p class="MsoNormal"><strong>Scheda</strong><br />
(Le passé, Francia 2013)<br />
Uscita: 21 novembre 2013<br />
Regia:  Asghar Farhadi<br />
Con: Bérénice Bejo, Tahar Rahim, Ali Mosaffa<br />
Durata: 2 ore e 10 minuti<br />
Distribuito da: Bim</p>
<p class="MsoNormal"><a href="http://www.movielicious.it/wordpress/wp-content/uploads/2013/11/le-passe.jpg"><img class="alignnone size-full wp-image-33640" title="le-passe" src="http://www.movielicious.it/wordpress/wp-content/uploads/2013/11/le-passe.jpg" alt="" width="500" height="277" /></a></p>
<p class="MsoNormal"><span lang="IT">“Le vicende passate si possono deplorare, più che mutare”, dichiarava Annibale secondo l’<em>Ab urbe condita</em> di Tito Livio, e poco importa se ai due estremi della disputa possono venire a trovarsi un condottiero cartaginese e un generale romano nei pressi di Zama o una coppia franco-iraniana di coniugi in procinto di separarsi definitivamente, perché sempre di una decisiva battaglia campale provocata dall’egoismo e dagli errori di tutti si tratterà. Di uno scontro nel quale qualsiasi preambolo conciliatorio di facciata dovrà fare i conti con gli ostacoli insormontabili del mondo reale, come il brusco, inatteso tamponamento in retromarcia che precede i titoli di testa di questa nuova, magnifica fatica di Asghar Farhadi. Basta una manovra sbagliata con il volante e i sorrisi di circostanza scompaiono, ci si ritrova nel bel mezzo del conflitto, lo stesso che, secondo circostanze e ragioni diverse, vedeva protagonisti Nader e Simin nel precedente <em>Una separazione</em>, di cui questo <em>Il passato</em> può essere considerato una filiazione, o se non altro una variazione i cui temi preponderanti – dal ruolo determinante della menzogna e, soprattutto, della verità taciuta nella vita sociale all’ineluttabilità del senso di colpa e di responsabilità – restano comunque gli stessi, ma vengono a mutare drasticamente le sue precise coordinate etico-sociali e le sue finalità. </span></p>
<p class="MsoNormal"><span lang="IT">Per prima cosa, dopo cinque lungometraggi girati in patria, Farhadi si accoda alla carovana di maestri iraniani transfughi per ispirazione o, soprattutto, per necessità (Kiarostami e Naderi rispettivamente in Italia e in Giappone, e viceversa, Makhmalbaf in Israele e in Francia, Ghobadi in Turchia, e via discorrendo), alla ricerca dell’universalizzazione di un cinema che, nei suoi infiniti meriti e apici, è sempre rimasto indissolubilmente legato al carattere censorio e proibitivo della realtà del Paese. Laddove, quindi,<em> Una separazione</em> si scontrava con le mille facce di Teheran – quella progressista e quella conservatrice, quella laica e quella religiosa, quella alto-borghese e quella sottoproletaria –. <em>Il passato</em> si concentra sul lato prettamente umano ed emozionale della vicenda, sottolineando il lato  metacinematografico della poetica farhadiana, nella quale l’omissione – parola chiave di tutto il cinema dell’autore di <em>About Elly</em> – e l’incomprensione sono tanto alla base dell’intreccio, quanto, attraverso ellissi e silenzi, profondamente radicati nell’idea di messinscena, risultando in oltre due ore di banali schermaglie coniugali gestite e svelate, fra agnizioni e rivelazioni, con il ritmo nervoso e sfaccettato di un whodunit dei sentimenti. Approdare in Occidente, poi, significa per Farhadi ampliare non poco il proprio bagaglio di personaggi, che se prima era facile ricondurre ad un unico, basico nucleo familiare, ora, fra figliastri e patrigni, è decisamente più difficile tessere le fila di una genealogia, dove la natura non di sangue dei vari legami esaspera ulteriormente il senso di solitudine di un pugno di uomini e donne di cui verremo solo col tempo a scoprire l’identità e le ragioni, in misura forse ancora più clinica e oggettiva, ma tutto sommato compassionevole – sfumature lievemente misogine a parte – che in <em>Una separazione</em>. Infine, libero dall’impronta dell’ambientazione iraniana, Farhadi ristabilisce i contatti con il nume tutelare Antonioni – il cui <em>L’avventura</em> era stato esplicita fonte di ispirazione per <em>About Elly</em> – e ne aggiorna il discorso sull’incomunicabilità e sull’isolamento, già dall’inizio, quando la coppia appena riunitasi in aeroporto si parla attraverso una parete di vetro che azzera il suono, ripresentandolo per tutta la durata del film, fra suoni e rumori diegetici che spesso coprono la voce di uno degli interlocutori e dialoghi nei quali tutti parlano ma nessuno sembra ascoltare, fino a un finale di inusitata potenza – un sobrio, ma intensissimo piano sequenza di oltre sette minuti – che, senza svelare troppo, ci lascia ancora una volta col fiato sospeso.<br />
</span></p>
<p class="MsoNormal"><span lang="IT">Messo in mano a chi, caso unico nella storia dei maggiori festival europei, non solo trionfò a Berlino, ma garantì un premio tanto al cast maschile quanto a quello femminile, il terzetto di attori dà vita a tre performance impeccabili e complementari nella loro forza:  se Ali Mosaffa (l’ex marito Ahmad) è a tutti gli effetti il centro del film – che infatti si apre con il suo arrivo e si avvia a conclusione con la sua partenza – e a lui spetta il compito arduo di calare lo spettatore nelle pieghe della storia, a Bérénice Bejo (Marie-Anne), meritatamente premiata a Cannes e ormai pronta alla consacrazione internazionale dopo la performance rivelazione in <em>The Artist</em>, spetta il personaggio più complesso e, in fin dei conti, sgradevole, fra impressionanti cambi di registro e rari squarci di intensità che minano il tono sommesso e realistico dei dialoghi, mentre Tahar Rahim (il nuovo compagno Samir), finalmente in un ruolo come si deve dopo il sensazionale esordio ne <em>Il profeta</em>, si mantiene sullo sfondo per tutta la prima ora salvo poi rendersi protagonista delle scene forse più indimenticabili e coinvolgenti del film, dalla straziante conversazione in metropolitana con il figlio Fouad alla confessione risolutrice della commessa Naïma (un’altrettanto notevole Sabrina Ouazani, che fa piacere ritrovare cresciuta a dieci anni da <em>La schivata</em> di Abdellatif Kechiche), fino al già citato finale che, arrivando quasi a citare<em> Ordet</em>, chiude il racconto con una nota di speranza che suona quasi beffarda.</span></p>
<p class="MsoNormal">In attesa di una notte degli Oscar che lo vedrà quasi sicuro protagonista &#8211; e non necessariamente confinato nella &#8220;riserva indiana&#8221; dei migliori film stranieri &#8211; <em>Il passato</em> è un appuntamento immancabile per chiunque al cinema richieda innanzitutto autenticità, passione e un coinvolgimento emotivo che nessun baraccone in tre dimensioni sarà mai in grado di replicare.</p>
<p class="MsoNormal"><strong>Voto</strong> 8</p>
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		<title>Cannes 66: spenti i riflettori, quel che resta di un festival di eccellenze</title>
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		<pubDate>Tue, 28 May 2013 07:20:38 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Binario Loco]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[Il punto di Andrea Bosco sull'edizione del Festival appena conclusa.]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.movielicious.it/wordpress/wp-content/uploads/2013/05/la-vie-dadele.jpg"><img class="alignnone size-full wp-image-32182" title="la-vie-dadele" src="http://www.movielicious.it/wordpress/wp-content/uploads/2013/05/la-vie-dadele.jpg" alt="" width="500" height="332" /></a></p>
<p>Non una rassegna, né una vetrina, né un’istantanea sullo scenario filmico contemporaneo.<br />
Un gotha, piuttosto, un eclatante, impareggiabile circuito di eccellenza che consegna il sessantaseiesimo Festival di Cannes alla storia e lo proietta nel novero delle edizioni più prestigiose del nuovo secolo.<br />
Coronamento di undici giornate da stato di grazia, la cerimonia di chiusura presieduta dalla madrina Audrey Tautou ha riconfermato il predominio della Croisette sul panorama festivaliero europeo e ne ha ribadito l’urgenza, l’attendibilità e la capacità di riconoscere ancora al cinema il suo ruolo di arte immanente, contingente, legata più di qualsiasi altra al suo momento storico ed espressivo.</p>
<p>Una nuova generazione di registi neanche cinquantenni (da Jia Zhangke ad Asghar Farhadi, passando per il nostro Paolo Sorrentino e per il nipponico Hirokazu Kore-eda) ha dominato la scena, raggiunto irrevocabilmente uno status autoriale maturo ed imposto gli autentici gioielli della selezione; i maestri acclarati come Roman Polanski, Jim Jarmusch e i fratelli Coen, rimasti quasi in ombra, hanno aggiunto con discrezione nuovi tasselli, tutt’altro che interlocutori, a filmografie già maiuscole; si sono estinti, con la stessa velocità con cui si erano accesi, quei pochi fuochi di paglia come il prolificissimo Takashi Miike e Nicolas Winding Refn, troppo precocemente convintisi del proprio mestiere e sicuri di poter proseguire un percorso registico sul filo del bluff.</p>
<p>Alla fine, in mezzo a tanta magnificenza, ha primeggiato un cineasta che un palmares delle grandi occasioni l’aveva finora potuto solo sfiorare, quell’Abdellatif Kechiche defraudato, insieme al suo <em>Cous cous</em>, di un legittimo, auspicato Leone d’Oro nel lontano 2007 e totalmente trascurato tre anni più tardi, quando affrontò la Laguna con il virulento <em>Venere nera</em>; per la prima volta a Cannes, l’intensità e lo slancio del metteur en scene franco-tunisino non hanno faticato a consolidarsi e ad emergere su una già agguerritissima concorrenza, grazie principalmente ad un magnum opus che esaspera, acutizza ed estremizza le asperità, la dolcezza e la poetica del suo autore.</p>
<p><em>La Vie d’Adéle</em>, apoteosi del close-up, miracoloso connubio di mastodontico e di microscopico, punto di non ritorno del linguaggio neo-neorealista dell’artefice de <em>La schivata</em>, è sostanzialmente la Palma d’Oro perfetta, puntuale tanto nel celebrare il lavoro di un campione ormai imprescindibile della scena cinematografica internazionale, quanto nel rispondere al clima di instabilità creatosi di recente nell’Europa mediterranea.<br />
Biopsia smisurata di un amore lesbico ripreso con tutta la trasparenza e la disamina dello stile kechichiano, il film (anche Premio Fipresci) ha immediatamente catalizzato l’attenzione di pubblico, critica e giuria, candidandosi ad una vittoria che, col passare dei giorni, si è mostrata sempre più indiscutibile e che ha finito per coinvolgere anche le due sensazionali, determinanti protagoniste Adèle Exarchopoulos e Léa Seydoux, investite di un’eccezionale Palma d’Oro onoraria.</p>
<p>Non si finisca, tuttavia, per interpretare il trionfo di un film a tematica LGBT come un semplice moto di rivalsa contro i rigurgiti omofobi riversatisi nelle piazze parigine contemporaneamente alla premiazione, non si confonda, in pratica, il contesto per un pretesto: esattamente alla stregua dei precedenti di Apitchatpong Weerasethakul, di Terrence Malick e di Michael Haneke, l’acclamazione di Abdellatif Kechiche ha meriti precipuamente artistici che lo sfondo sociale può soltanto impreziosire.<br />
A sorpresa, il Prix de la mise en scène, quasi nel solco del Brillante Mendoza di Kinatay e, ancor più, del conterraneo Carlos Reygadas di <em>Post Tenebras Lux</em>, è stato assegnato al trentaquattrenne Amat Escalante, che con il suo seppur non apprezzatissimo Heli ha definitivamente promosso al circuito maggiore una corrente in crescita qual è il Nuevo Cine Mexicano, già segnalatosi a Roma con lo splendido Mai Morire di Enrique Rivero e approdato tardivamente nelle sale italiane la scorsa settimana con il già citato Post Tenebras Lux.</p>
<p>A fronte di nomi assai più collaudati e già attestatisi da tempo nell’ambiente cannense, l’affermazione di un emergente sconosciuto ai più e formatosi nelle file dell’En Certain Regard dimostra tutto il coraggio e la lungimiranza della rassegna, capace di valutare e di considerare il nuovo che avanza in un ambito dove ricerca e conservazione vanno miracolosamente di pari passo.<br />
Il riconoscimento al miglior attore non sbilancia più di tanto i pronostici che vedevano inizialmente favorita la coppia Douglas/Damon di <em>Behind the Candelabra</em> e mantiene il premio in terra americana: la vita da comprimario del veterano Bruce Dern sboccia a 76 anni compiuti con la tenera malinconia di <em>Nebraska</em>, un affresco senile di provincia a metà fra il bianco e nero de L’ultimo spettacolo e l’elogia della lentezza di Una storia vera. Di rado performer di primo piano – suo annus mirabilis fu il 1972, con i top billing di 2002: la seconda odissea e di Il re dei giardini di Marvin – e relegato costantemente a ruoli da caratterista, Dern è l’emblema dell’eterna comparsa assurta finalmente a protagonista, proprio come il Richard Farnsworth del succitato capolavoro lynchiano, il simbolo di un placido, silenzioso riscatto arrivato a compensare decenni di ingiusto semi-anonimato.</p>
<p><a href="http://www.movielicious.it/wordpress/wp-content/uploads/2013/05/berenice-bejo.jpg"><img class="alignnone size-full wp-image-32183" title="berenice-bejo" src="http://www.movielicious.it/wordpress/wp-content/uploads/2013/05/berenice-bejo.jpg" alt="" width="499" height="333" /></a></p>
<p>D’altra parte, il suo corrispettivo femminile consacra sulla freschissima, smagliante scia del successo il nome di Bérénice Bejo, ormai in inarrestabile ascesa dopo l’exploit di <em>The Artist</em>: abbandonato il carattere brillante delle sue interpretazioni precedenti, la splendida moglie di Michel Hazanavicius abbraccia il rigore e la tensione dell’opera dell’iraniano Asghar Farhadi (<em>Una separazione</em>), rivelando nell’applauditissimo <em>Le Passé </em>doti drammatiche forse inattese che con tutta certezza la porteranno lontana dalla Peppy Miller con cui abbiamo imparato a conoscerla solo due stagioni fa.</p>
<p><a href="http://www.movielicious.it/wordpress/wp-content/uploads/2013/05/alexander-payne-bruce-e-laura-dern.jpg"><img class="alignnone size-full wp-image-32184" title="alexander-payne-bruce-e-laura-dern" src="http://www.movielicious.it/wordpress/wp-content/uploads/2013/05/alexander-payne-bruce-e-laura-dern.jpg" alt="" width="500" height="332" /></a></p>
<p>A completare il podio delle migliori pellicole con il Grand Prix e con il Prix du Jury arrivano rispettivamente il toccante elogio dei perdenti <em>Inside Llewyn Davis</em>, nuova attesissima fatica dei fratelli Coen, e il gentile, misurato drama familiare <em>Soshite Chichi ni Naru</em> (<em>Like Father, Like Son</em>), firmato da quell’Hirokazu Kore-eda che, con i bellissimi <em>Maborosi</em> e <em>Nessuno sa</em>, dimostrò prima al Lido e poi alla Croisette che il Giappone orfano di Kurosawa non aveva da offrire al mondo soltanto prodotti targati Office Kitano o Studio Ghibli: da un lato, gli scatenati fratelli del Minnesota trasformano per l’ennesima volta la loro partecipazione in un premio che nulla toglie e nulla aggiunge al loro prestigio ma che varrà certamente come plausibile anticamera per i prossimi Academy Awards, dall’altro il terzo posto attribuito all’ex-documentarista nipponico può fungere finalmente da riflettore per una carriera fin troppo relegata all’ambito d’essai ed esclusa, fino ad oggi, dalla distribuzione in sala nostrana.</p>
<p>Chiude l’elenco Jia Zhangke, vecchia conoscenza per gli aficionados veneziani, personale, orgogliosissima scoperta di Marco Muller, Leone d’Oro 2006 con l’eccellente <em>Still Life </em>e probabilmente il più grande cineasta cinese dei nostri tempi: il suo ottimo <em>Tian Zhu Ding</em> (<em>A Touch of Sin</em>), additato da molti recensori della domenica come esempio di tarantinismo alla cantonese, è in realtà l’ulteriore evoluzione di un cinema intransigente e in perenne lotta con i meccanismi censori del regime, un mosaico di disperazione umana che si aggiudica senza rivali il premio per la miglior sceneggiatura.<br />
Rithy Panh, che sconvolse Cannes con lo straordinario <em>S-21</em>: la macchina di morte dei Khmer rossi, è tornato ad analizzare la dittatura cambogiana – di cui fu egli stesso vittima – con L’image manquante, un nuovo, spiazzante documentario realizzato interamente in claymation che ha conquistato il favore della giuria di En Certain Regard, mentre è il singaporiano Ilo Ilo ad aggiudicarsi l’ambitissima Camera d’Or che l’anno scorso toccò a Re della terra selvaggia.<br />
Italia a mani vuote, dunque? Nient’affatto.</p>
<p><a href="http://www.movielicious.it/wordpress/wp-content/uploads/2013/05/servillo-verdone.jpg"><img class="alignnone size-full wp-image-32185" title="servillo-verdone" src="http://www.movielicious.it/wordpress/wp-content/uploads/2013/05/servillo-verdone.jpg" alt="" width="500" height="358" /></a></p>
<p>Se la reputazione di Paolo Sorrentino, pur a secco di premi, rimane invariata, se non ulteriormente accresciuta dagli azzardati accostamenti a Fellini, e il tragitto glorioso de <em>La grande bellezza</em> è in ogni caso appena iniziato, a renderci davvero orgogliosi è il piccolo<em> Salvo</em>, diretto dagli esordienti Fabio Grassadonia e Antonio Piazza, vincitore e mattatore indiscusso della Settimana della Critica, mescolanza sorprendente di autorialità e di cinema di genere che si muove in una Palermo vista sotto la personalissima ottica livida di Daniele Ciprì e che, nonostante l’entusiasmo del presidente Miguel Gomes (<em>Tabu</em>) e l’interessamento ufficioso di Lucky Red, uscirà nelle sale francesi ma non in quelle del nostro Paese.</p>
<p>A luci spente su un concorso eterogeneo, arrischiato e globalmente riuscitissimo, non resta che attendere gli “avanzi” comunque prelibati (come T<em>welve Years a Slave</em> di McQueen) che arriveranno a Venezia.</p>
<p>Articolo a cura di Andrea Bosco<br />
(<a href="http://www.binarioloco.it/">www.binarioloco.it</a>)</p>
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		<title>I vincitori del 66° Festival di Cannes</title>
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		<pubDate>Sun, 26 May 2013 18:59:41 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Carolina Tocci]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[News]]></category>
		<category><![CDATA[Bérénice Bejo]]></category>
		<category><![CDATA[Cannes 66]]></category>
		<category><![CDATA[Coen]]></category>
		<category><![CDATA[Inside Llewyn Davis]]></category>
		<category><![CDATA[La Vie D'Adele]]></category>
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		<category><![CDATA[Steven Spielberg]]></category>

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		<description><![CDATA[Spielberg e la sua giuria premiano La vie d'Adèle e i Coen. Sorrentino torna a casa a mani vuote.]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<div id="attachment_32150" style="width: 510px" class="wp-caption alignnone"><a href="http://www.movielicious.it/wordpress/wp-content/uploads/2013/05/lea-seydoux-abdellatif-kechiche-adele-exarchopoulos.jpg"><img class="size-full wp-image-32150" title="lea-seydoux-abdellatif-kechiche-adele-exarchopoulos" src="http://www.movielicious.it/wordpress/wp-content/uploads/2013/05/lea-seydoux-abdellatif-kechiche-adele-exarchopoulos.jpg" alt="" width="500" height="332" /></a><p class="wp-caption-text"> Lea Seydoux, Abdellatif Kechiche e Adele Exarchopoulos</p></div>
<p>Si è svolta questa sera la cerimonia di premiazione del Festival di Cannes. A vincere la palma d&#8217;oro, il riconoscimento più ambito, è stato<em> La Vie d&#8217;Adele &#8211; Chapitre 1 &amp; 2,</em> storia d&#8217;amore omosessuale con protagoniste Léa Seydoux e Adèle Exarchopoulos. A ritirare il premio le due attrici, assieme al regista tunisino Abdellatif Kechiche (<em>Cous cous</em>).</p>
<div id="attachment_32151" style="width: 510px" class="wp-caption alignnone"><a href="http://www.movielicious.it/wordpress/wp-content/uploads/2013/05/closing-ceremony1.jpg"><img class="size-full wp-image-32151" title="closing-ceremony1" src="http://www.movielicious.it/wordpress/wp-content/uploads/2013/05/closing-ceremony1.jpg" alt="" width="500" height="383" /></a><p class="wp-caption-text">Forest Whitaker, Orlando Bloom, Ang Lee, Audrey Tautou, e Steven Spielberg alla cerimonia di chiusura del 66° Festival di Cannes</p></div>
<p>Il presidente Steven Spielberg e la sua giuria, (nella quale figuravano  tra gli altri Nicole Kidman, Ang Lee e Lynne Ramsay), hanno poi  assegnato il Premio della giuria al commovente <em>Like Father, Like Son</em> di Hirokazu, mentre il premio alla regia è andato ad Amat Escalante  (nella foto in basso)per <em>Heli</em>. Miglior attore Bruce Dern, protagonista del film di Alexander Payne <em>Nebraska</em>, migliore interpretazione femminile a Bérénice Bejo per <em>Le passé</em> di Asgar Farhadi.</p>
<p><a href="http://www.movielicious.it/wordpress/wp-content/uploads/2013/05/berenicebejo.jpg"><img class="size-full wp-image-32153 alignnone" title="amat-escalante" src="http://www.movielicious.it/wordpress/wp-content/uploads/2013/05/amat-escalante.jpg" alt="" width="250" height="378" /><img class="size-full wp-image-32152 alignnone" title="berenicebejo" src="http://www.movielicious.it/wordpress/wp-content/uploads/2013/05/berenicebejo.jpg" alt="Berenice Bejo" width="294" height="378" /></a></p>
<p>A <em>Inside Llevin Davis</em> dei Fratelli Coen, invece è andato il Grand Prix. Nessun premio a <em>La grande bellezza</em> di Paolo Sorrentino, unico italiano in concorso, ma ci consoliamo con  la menzione speciale per il miglior cortometraggio, andata a 37/o 4S di  Adriano Valerio. Di seguito l&#8217;elenco dei premiati, ma solo dopo le foto della giurata Nicole Kidman con un look total white per l&#8217;ultima serata a Cannes.</p>
<p><a href="http://www.movielicious.it/wordpress/wp-content/uploads/2013/05/nicole-kidman1.jpg"><img class="alignnone size-full wp-image-32154" title="nicole-kidman1" src="http://www.movielicious.it/wordpress/wp-content/uploads/2013/05/nicole-kidman1.jpg" alt="" width="270" height="406" /></a><a href="http://www.movielicious.it/wordpress/wp-content/uploads/2013/05/nicole-kidman-2.jpg"><img class="alignnone size-full wp-image-32155" title="nicole-kidman-2" src="http://www.movielicious.it/wordpress/wp-content/uploads/2013/05/nicole-kidman-2.jpg" alt="" width="270" height="406" /></a></p>
<p><strong>I PREMIATI</strong></p>
<p>Palma d&#8217;oro &#8211; <em>La Vie  D&#8217;Adele</em> di Abdellatif Kechiche</p>
<p>Gran Prix &#8211; <em>Inside Llewyn Davis</em> di Ethan e Joel Coen</p>
<p>Pemio alla regia &#8211; Amat Escalante per <em>Heli</em></p>
<p>Premio della giuria &#8211; <em>Like Father, Like Son</em> di Kore-Eda Hirokazu</p>
<p>Miglior attore &#8211; Bruce Dern per  <em>Nebraska</em> di Alexander Payne</p>
<p>Migliore attrice &#8211; Bérénice Bejo per <em>Le Passé</em> di Asghar Farhadi</p>
<p>Miglior sceneggiatura &#8211; Jia Zhangke per <em>Tian Zhu Ding</em> (A Touch Of Sin)</p>
<p>Palma d&#8217;oro al miglior cortometraggio: <em>Safe</em> di Moom Byoung-gon</p>
<p>Menzione speciale al cortometraggio: <em>Hvalfjordur</em> (Whale Valley / Le Fjord des Baleines) di<br />
Gudmundur Arnar Gudmundsson</p>
<p>Camera d&#8217;Or: <em>Ilo Ilo</em> di Anthony CHEN (Quinzaine des Réalisateurs)</p>
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		<title>The Artist</title>
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		<pubDate>Fri, 09 Dec 2011 11:24:21 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Binario Loco]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Ora al cinema]]></category>
		<category><![CDATA[Recensioni]]></category>
		<category><![CDATA[Bérénice Bejo]]></category>
		<category><![CDATA[Jean Dujardin]]></category>
		<category><![CDATA[John Goodman]]></category>
		<category><![CDATA[Michel Hazanavicius]]></category>

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		<description><![CDATA[]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Scheda</strong><br />
(The Artist, Francia 2011)<br />
Uscita: 9 dicembre 2011<br />
Regia: Michel Hazanavicius<br />
Con: Jean Dujardin, Bérénice Bejo, John Goodman<br />
Durata: 1 ora e 40 minuti<br />
Distribuito da: Bim</p>
<p><a href="http://www.movielicious.it/wordpress/wp-content/uploads/2011/12/slide.jpg"><img class="alignnone size-full wp-image-24037" title="slide" src="http://www.movielicious.it/wordpress/wp-content/uploads/2011/12/slide.jpg" alt="" width="500" height="333" /></a></p>
<p>&#8220;All’inizio, sette o otto anni fa, coltivavo la fantasia di realizzare un film muto. Probabilmente perché i cineasti leggendari cheMichel Hazanavicius ammiro di più vengono tutti dal cinema muto: Hitchcock, Lang, Ford, Lubitsch, Murnau, il Billy Wilder sceneggiatore…ma soprattutto perché una scelta di questo genere obbliga il regista ad affrontare le proprie responsabilità&#8221;.<br />
<em>Michel Hazanavicius</em></p>
<p><em>The Artis</em>t è un sogno in bianco e nero.<br />
<em>The Artist</em> è una splendida fiaba muta…che sussurra the sound of silence.<br />
<em>The Artis</em>t è il miglior tributo al miglior cinema occidentale di sempre. Il miglior biglietto d’amore per la settima arte della nostra generazione.<br />
<em>The Artist</em> deve essere candidato all’Oscar per il Miglior Film Straniero. Non a caso, quella vecchia volpe di Mr. Weinstein lo ha acquistato senza esitazione!</p>
<p>Inutile girarci intorno: l’affascinante e talentoso Michel Hazanavicius (dal vivo, un simpatico Tom Ford &#8220;straight version&#8221;) ha diretto un diamante. I protagonisti, l’eccezionale Jean Dujardin (Miglior Attore a Cannes 2011) e la splendida Bérénice Bejo (moglie del regista – quest’uomo non si fa veramente mancare niente!) sono talmente &#8220;in parte&#8221; da sembrare scaturiti direttamente dai migliori fotogrammi de La rosa purpurea del Cairo che ha sposato Singing’ in the Rain… ed il cane? Vogliamo parlare del cane?<br />
Come se tutto ciò non bastasse, le metacitazioni si sprecano, si ride e ci si commuove sino alle lacrime, si trepida, ci si agita, si balla e si tiene il fiato sospeso. That’s a big real movie, folks!</p>
<p>Siamo nel 1927, a due anni dalla crisi che metterà l’America in ginocchio…e tutto, nel cinema e nel mondo, sta per cambiare. George Valentin (Dujardin) è la star delle star del cinema muto e nulla può fargli presagire che, dietro l’angolo, insieme alla donna più bella che lui abbia mai visto, l’attrice esordiente Peppy Miller (Bejo), si celi in agguato la subitanea fine della sua sfavillante carriera, la porta d’ingresso della sua discesa agli inferi.</p>
<p>E’ lo stesso regista a raccontare la genesi di questo ambizioso progetto: “Non volevo che venisse percepito come un capriccio o una trovata ed ho quindi cercato di immaginare una storia che giustificasse in qualche modo il formato. Jean-Claude Grumberg, sceneggiatore e drammaturgo, amico dei miei genitori, mi aveva raccontato che un giorno aveva proposto ad un produttore la storia di un attore del cinema muto spazzato via dall’avvento del parlato e lui gli aveva risposto: ‘Fantastico! Ma gli anni ’20 costano troppo, non potresti ambientare la storia negli anni ’50?’! Mi sono ricordato di quell’episodio ed ho iniziato a lavorare in quella direzione ed a ragionare sull’arrivo del cinema parlato”.</p>
<p>A giudicare dal risultato finale, il sogno è divenuto realtà.<br />
Una visione imperdibile.</p>
<p><em>Recensione a cura di Massimo Frezza</em><br />
(<a href="http://www.binarioloco.it/2011/12/09/the-artist-2/#more-7746">www.binarioloco.it</a>)</p>
<p><strong>Voto</strong> 9</p>
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