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	<title>Movielicious &#187; Cardiopoltika</title>
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	<description>Cinema e gossip a portata di click</description>
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		<title>Festival di Mosca &#8211; Giorno 7</title>
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		<pubDate>Wed, 25 Jun 2014 17:01:40 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Andrea Bosco]]></dc:creator>
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				<content:encoded><![CDATA[<div id="attachment_37666" style="width: 510px" class="wp-caption alignnone"><a href="http://www.movielicious.it/wordpress/wp-content/uploads/2014/06/cardiopolitika.jpg"><img class="size-full wp-image-37666" title="cardiopolitika" src="http://www.movielicious.it/wordpress/wp-content/uploads/2014/06/cardiopolitika.jpg" alt="Cardiopolitika" width="500" height="281" /></a><p class="wp-caption-text">Cardiopolitika</p></div>
<p>La sezione competitiva riservata ai documentari schiera oggi il suo unico concorrente di casa, il brevissimo <strong><em>Cardiopolitika</em></strong>, incentrato sulla figura pubblica e professionale del medico Sergei Sukhanov, luminare della chirurgia a cuore aperto ritrovatosi all&#8217;alba delle ultime elezioni presidenziali russe ad appoggiare con convinzione la terza candidatura di Vladimir Putin alla guida del Paese: l&#8217;indagine della regista <strong>Svetlana Strelnikova</strong> si preoccupa di illustrare le piccole e grandi contraddizioni del suo soggetto (salutista e accanito fumatore, patrizio e sboccato come un camionista) e la sua inesorabile discesa nel compromesso, da professionista fiero della propria indipendenza ma escluso dai gretti meccanismi di potere a sostenitore per necessità di un sistema corrotto a lui estraneo che finalmente gli permetterà di accedere a fondi e possibilità altrimenti impossibili.<br />
La Strelnikova cattura la realtà ospedaliera con distacco wisemaniano, fotografandone i momenti più ordinari &#8211; dalla procedure burocratiche agli appuntamenti con i pazienti, fino ai meeting di partito &#8211; e mantenendo Sukhanov sotto una luce ambigua da Faust della nostra epoca. Il risultato è controverso e tutt&#8217;altro che accondiscendente, girato con gusto e asciuttezza, ma è un vero peccato che il discorso arrivi alla conclusione dopo appena sessanta minuti quando si sarebbe potuta raggiungere comodamente l&#8217;usuale durata da lungometraggio.</p>
<div id="attachment_37667" style="width: 510px" class="wp-caption alignnone"><a href="http://www.movielicious.it/wordpress/wp-content/uploads/2014/06/i-sentimentalisti.jpg"><img class="size-full wp-image-37667" title="i-sentimentalisti" src="http://www.movielicious.it/wordpress/wp-content/uploads/2014/06/i-sentimentalisti.jpg" alt="" width="500" height="281" /></a><p class="wp-caption-text">I sentimentalisti</p></div>
<p>Si passa alla fiction con il greco <em><strong>Oi aisthimaties</strong> (I sentimentalisti)</em>, ma si commetterebbe un errore a buttare la nuova fatica di <strong>Nicholas Triandafyllidis</strong> nel calderone ribollente di quella New Wave locale impostasi con successo all&#8217;attenzione delle maggiori rassegne internazionali (si pensi ai recenti <em>Attenberg</em>, <em>Alpeis </em>e <em>Miss Violence</em>, passati tutti per il palmares delle ultime Mostre di Venezia).<br />
Il film ne ripresenta infatti soltanto gli elementi ancestrali da tragedia sofoclea rivisitata ai tempi della crisi, inserendoli in un contesto da crime movie a base di temibili e aristocratici boss della mala, spietatissimi sicari e puttane dal cuore d&#8217;oro, traslando motivi e vezzi del Tarantino degli albori. Le coppie di protagonisti maschili e femminili sono uno sdoppiamento rispettivamente del Vincent Vega e della Mia Wallace di <em>Pulp Fiction</em>, i piedi sono un leitmotiv inquadrato con insistita generosità, laddove si tirava in ballo Ezechiele qui ricorre un passo dell&#8217;Ecclesiaste, e via discorrendo, immergendo nella cultura classica e nell&#8217;austero ciò che in Tarantino è invece impregnato di riferimenti pop e nel grottesco.<br />
Triandafyllidis gira con mano elegante e con uno stile che ricorda a tratti il Sorrentino più tecnico, quindi senza l&#8217;appesantimento della penna di Contarello, servito da movimenti di macchina fluidissimi col dolly a farla da padrone e accompagnato da una colonna sonora scatenata fra Wagner e canzonette assortite.<br />
L&#8217;esito spiazza e non ha paura di correre i rischi dell&#8217;identità di genere, azzecca molte caratterizzazioni e non si tira indietro di fronte agli sviluppi da mèlo noir del finale, che riporta alla mente l&#8217;etica dei criminali di Melville, e, anche se non si tratta per certo di un prodotto per tutti i gusti, rappresenta un bel tentativo del concorso da uscire dai binari del canonico e del risaputo.</p>
<div id="attachment_37668" style="width: 510px" class="wp-caption alignnone"><a href="http://www.movielicious.it/wordpress/wp-content/uploads/2014/06/anar-haye-naras.jpg"><img class="size-full wp-image-37668" title="anar-haye-naras" src="http://www.movielicious.it/wordpress/wp-content/uploads/2014/06/anar-haye-naras.jpg" alt="Anar Haye Naras " width="500" height="333" /></a><p class="wp-caption-text">Anar Haye Naras </p></div>
<p>Il piacere non si ripete, purtroppo, per il partecipante iraniano, il mediocre <em><strong>Anar Haye Naras</strong> (Melograni immaturi)</em>, drammetto sottoproletario lontanissimo dalla tradizione di eccellenza del cinema festivaliero proveniente da Teheran: le sofferenze della domestica Ensi, travolta da un incidente che ha ridotto il marito in stato comatoso, sono messe in atto con un tono lamentoso, lacrimoso e artefatto da sceneggiata matarazziana, con personaggi ciarlieri che esprimono didascalicamente i loro sentimenti, i loro pensieri e i loro stati d&#8217;animo con insopportabile petulenza e senza lasciare nulla alla sensibilità dello spettatore, insistendo su simbologie desuete (la cicogna), sottotrame parallele ridondanti &#8211; Ensi si occupa di una donna anziana in procinto di essere trasferita in un ospizio &#8211; e colpi di teatro da ABC della drammaturgia (indovinate cosa accade alla nostra eroina alla fine, dopo quasi dieci anni di infertilità?).<br />
Non aiuta, poi, la protagonista Anna <strong>Ne&#8217;mati</strong>, una specie di equivalente mediorientale della Manuelona Arcuri nazionale, che si aggira di scena in scena con lo stesso broncio da filodrammatica e gli stessi tic da diva del piccolo schermo reclamando a gran voce il Premio per la Migliore Attrice.</p>
<div id="attachment_37669" style="width: 510px" class="wp-caption alignnone"><a href="http://www.movielicious.it/wordpress/wp-content/uploads/2014/06/jimmys-hall.jpg"><img class="size-full wp-image-37669 " title="jimmys-hall" src="http://www.movielicious.it/wordpress/wp-content/uploads/2014/06/jimmys-hall.jpg" alt="JImmi's Hall" width="500" height="333" /></a><p class="wp-caption-text">Jimmy&#39;s Hall</p></div>
<p>Si ritorna sulla Croisette per l&#8217;ultima pellicola della giornata, il nuovo racconto di militanza del vecchio <strong>Ken Loach</strong>, l&#8217;agrodolce <strong><em>Jimmy&#8217;s Hall</em></strong>: l&#8217;autore di <em>Riff Raff</em> ritorna all&#8217;ambito storico-politico del suo <em>Il vento che accarezza l&#8217;erba</em>, ed è ancora una volta curioso notare quanto nella sua produzione l&#8217;attenzione alla cura formale si traduca sempre in una minore riuscita sotto il profilo della scrittura e della profondità.<br />
Incorniciato dall&#8217;espressiva fotografia di Robbie Ryan (presenza fissa, e in un certo senso valore aggiunto della filmografia di Andrea Arnold e Osella per il Contributo Tecnico a Venezia per <em>Wuthering Heights</em>), arricchisce la programmatica trascuratezza delle sue immagini a scapito dell&#8217;anima stessa della storia: pur dando il titolo all&#8217;opera, la sala allestita dall&#8217;attivista irlandese Jimmy Gralton per ospitare le attività pedagogico-intrattenitive della sua comunità non entra mai nel vivo delle vicende e stenta ad assurgere allo status di personaggio e gli scontri ideologici fra classe operaia e oppressori di turno &#8211; qui sono i proprietari terrieri e la Chiesa Cattolica &#8211; ormai procedono col pilota automatico, senza sorprese né innovazioni.<br />
Certo, la spavalderia irredentista del veterano mangiapreti ha sempre il suo fascino e riesce in ogni caso ad appassionare (decisamente indimenticabili le sequenze della presentazione del grammofono e del corteo in bicicletta che &#8220;scorta&#8221; Jimmy prima della partenza per l&#8217;esilio), il misero universo che lotta per i propri diritti pulsa di ruspante autenticità e di vita vera, ma dopo quarant&#8217;anni abbondanti di carriera sarebbe lecito aspettarsi da Loach qualcosa di più, e si prova un po&#8217; di nostalgia nei confronti delle sue opere più minimaliste e palpitanti.</p>
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