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	<title>Movielicious &#187; Deux jours</title>
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	<description>Cinema e gossip a portata di click</description>
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		<title>Festival di Mosca &#8211; Giorno 9</title>
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		<pubDate>Sat, 28 Jun 2014 18:30:20 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Andrea Bosco]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[News]]></category>
		<category><![CDATA[Belyj Yagel']]></category>
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		<description><![CDATA[Kermesse conclusa con i fratelli Dardenne e il loro Deux jours, une nuit e con Transformers 4 - L'era]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<div id="attachment_37751" style="width: 394px" class="wp-caption alignnone"><a href="http://www.movielicious.it/wordpress/wp-content/uploads/2014/06/joryu-ingan.jpeg"><img class="size-full wp-image-37751" title="joryu-ingan" src="http://www.movielicious.it/wordpress/wp-content/uploads/2014/06/joryu-ingan.jpeg" alt="" width="384" height="173" /></a><p class="wp-caption-text">Joryu Ingan</p></div>
<p>In attesa dei fuochi artificiali finali e del responso della giuria, la sezione principale del 36° Festival Cinematografico Internazionale di Mosca si conclude senza infamia né lode con una coppia di concorrenti cui non bastano la considerevole suggestione e l&#8217;encomiabile ambizione per segnalarsi fra le vette della selezione.</p>
<p>Il coreano <em><strong>Joryu Ingan</strong></em> <em>(La razza aviaria)</em> parte da premesse interessanti e da una serie di intuizioni poetiche che vedono un afflitto romanziere (Kim Jung-Suk) impegnato da anni nella ricerca della moglie fino all&#8217;incontro con una enigmatica sconosciuta (Soy) che saprà svelargli le meste circostanze e lo spiazzante traguardo della di lei fuga: gli sviluppi della sceneggiatura del regista <strong>Shin Yeon-Shick </strong>procedono su binari paralleli &#8211; l&#8217;indagine di oggi e la sparizione di ieri &#8211; che rimangono a lungo irrisolti e inconciliati, ingarbugliati da ellissi e sottacimenti che tengono vivo il mistero fino a una risoluzione di certo arrischiata e inusuale, ma che, scadendo nel bizzarro, non trova una vera giustificazione e non indaga a sufficienza nella natura dei suoi simboli (la destinazione del viaggio è una non meglio definita &#8220;setta&#8221; in grado di tramutare gli uomini in uccelli, motivo già presente nella penultima fatica di Shin, <span><em>Reoshian soseol</em></span>).</p>
<p>L&#8217;andamento improvvisamente dinamico dello scioglimento, poi, fra sparatorie, inseguimenti e doppi giochi, tradisce il clima sospeso e pittoresco della prima parte, solerte nel descrivere i dettagli fisiologico-esoterici della metamorfosi con momenti a volte seducenti (l&#8217;incontro con l&#8217;Erborista, le tecniche dolorose di estensione corporea) e con un immacolato scenario innevato a fare da appropriato teatro dell&#8217;azione, ma incapace di fornire l&#8217;elemento reale a ciò che resta soltanto un racconto fantastico troppo consapevole del proprio fascino.</p>
<p>Affine per atmosfera ma ben più calibrato e a fuoco è il secondo partecipante russo e il punto d&#8217;arrivo della rassegna, il gradevole <em><strong>Belyj Yagel&#8217;</strong> (Muschio bianco)</em>, ritratto delle tradizioni ancestrali e dell&#8217;isolamento a tratti selvaggio della tribù dei Nenci, popolo nomade localizzato a quattro passi dal Circolo Polare Artico: il sessantenne <strong>Vladimir Tumayev</strong>, insegnante di regia al VGIK di Mosca, osserva i suoi personaggi senza l&#8217;occhio clinico dell&#8217;antropologo e delinea un microuniverso folkloristico in bilico fra il calore del focolare e la tentazione della metropoli, contrappuntato da episodi e conflitti semplici e popolareschi fra matrimoni (rigorosamente combinati), battute di caccia, esodi di massa, convivi immersi nella vodka e così via.</p>
<p><em>Belyj Yagel&#8217; </em>inizia come una sorta di versione glaciale del kazako <em>Tulpan </em>(Premio Un Certain Regard a Cannes 2008) e prosegue come un elogio delle qualità elementari e spartane della vita agreste in antitesi alla corruzione e all&#8217;avidità della grande città, concentrandosi sul rapporto contrastato fra il rustico Alyosha e la più sofisticata Aniko, relazione che il trasferimento della seconda sul continente ha reso definitivamente impossibile: la confezione vanta un&#8217;indubbia eleganza, il contesto è decisamente inusuale e deliziosamente esotico e si respira un&#8217;aria sincera da documentario etnologico, ma Tumayev sembra eccessivamente preoccupato di non turbare lo spettatore e di indirizzarlo verso un messaggio tutto sommato codino e rasserenante che incoraggia a non lasciare mai la strada vecchia per la nuova e ad accontentarsi del poco che si ha.<br />
E avendo a disposizione l&#8217;attitudine conservatrice e moderata della capitale russa, non è affatto escluso che il pubblico possa dargli ragione.</p>
<p><a href="http://www.movielicious.it/wordpress/wp-content/uploads/2014/06/transformers-age-of-extinction.jpg"><img class="alignnone size-full wp-image-37749" title="transformers-age-of-extinction" src="http://www.movielicious.it/wordpress/wp-content/uploads/2014/06/transformers-age-of-extinction.jpg" alt="" width="500" height="250" /></a></p>
<p><em>&#8220;Passata la festa, gabbatu lu santu&#8221;</em>, si dice al Sud, ed è quindi tempo, a concorso terminato, di inforcare gli occhialini e di strafogarsi di popcorn con il blockbuster ospite dell&#8217;edizione, l&#8217;atteso <em><strong>Transformers 4- L&#8217;era dell&#8217;estinzione</strong></em>: dall&#8217;industria fracassona e machista di <strong>Michael Bay</strong>, come al solito, non ci si può aspettare nulla di diverso dalle solite tre ore di esplosioni, deliqui hi-tech e botte da orbi, ma persino per una formula già rudimentale e a misura di bambino come quella dei robottoni Hasbro, quest&#8217;ultima sortita dell&#8217;artefice di <em>Pearl Harbor</em> inverte la virata autoparodica del precedente <em>Pain &amp; Gain</em> per rituffarsi con totale sprezzo del ridicolo nella seriosità dell&#8217;intrattenimento hollywoodiano più trito.</p>
<p>Bay cerca di rivitalizzare un franchise giunto al punto di non ritorno del terzo capitolo alzando la posta a livelli tanto esagerati da rasentare il paradossale &#8211; 165, mastodontici minuti di durata in primis -, cercando per la prima volta di attirare il mercato orientale (vedi la mezz&#8217;ora conclusiva a Hong Kong, dove programmaticamente il film è stato presentato in anteprima) e sfoggiando citazioni volenterose, da <em>Sentieri selvaggi </em>a <em>2001: Odissea nello spazio</em>, assolutamente decontestualizzate (e oltre la portata del bacino di riferimento). E se le scelte di casting fanno cadere le braccia (<strong>Mark Wahlberg</strong> inventore è credibile quanto la Tara Reid archeologa di <em>Alone in the Dark</em>, Kelsey Grammer &#8211; il Frasier televisivo &#8211; è un cattivone altrettanto improbabile), non basta nemmeno tessere l&#8217;elogio del lato puramente tecnologico-spettacolare, che è in fin dei conti il pretesto stesso e la giustificazione del progetto e che ha finito, dopo sette anni di bombardamenti assortiti, per desensibilizzare totalmente l&#8217;occhio e l&#8217;intelligenza della platea, con gravi ripercussioni sull&#8217;identità dell&#8217;entertainment contemporaneo.</p>
<div id="attachment_37752" style="width: 510px" class="wp-caption alignnone"><a href="http://www.movielicious.it/wordpress/wp-content/uploads/2014/06/deux_jours_une_nuit.jpg"><img class="size-full wp-image-37752" title="deux_jours_une_nuit" src="http://www.movielicious.it/wordpress/wp-content/uploads/2014/06/deux_jours_une_nuit.jpg" alt="Deux jours, une nuit" width="500" height="332" /></a><p class="wp-caption-text">Deux jours, une nuit</p></div>
<p>Dopo tanto baccano, l&#8217;ospite di chiusura della serata rinvigorisce come il più indicato dei toccasana: dalla line-up di Cannes, dal cui Palmares è stato clamorosamente escluso, arriva infatti il ritorno dietro la macchina da presa dei <strong>Fratelli Dardenne</strong>, quel <em>Deux jours, une nuit</em> che, dopo un paio di ottime pellicole di transizione come <em>Il matrimonio di Lorna</em> e <em>Il ragazzo con la bicicletta</em>, ritrova lo stato di assoluta grazia e di compiutezza formale dei loro imprescindibili capolavori a cavallo a fra i due secoli: risultato di abbacinante, fulgida purezza, la peregrinazione suburbana dell&#8217;operaia Sandra e i suoi incontri con i colleghi che dovrebbero garantirle la permanenza sul posto di lavoro è una mini-odissea umana di insostenibile coinvolgimento, una parabola sulla solidarietà, sull&#8217;empatia e sul sacrificio raccontata con la potenza disarmante della grammatica di base dell&#8217;espressione filmica.</p>
<p>Rinunciando come di consueto all&#8217;uso del primo piano, all&#8217;alternanza di campi e controcampi e a qualsiasi altra forma di &#8220;mistificazione&#8221; registica, i Dardenne catturano l&#8217;essenza del quotidiano con l&#8217;eccezionale naturalezza che contraddistingue la loro produzione dai tempi de <em>La promesse</em> in poi, mettendo in scena una specie di <em>La parola ai giurati</em> sottoproletario dell&#8217;epoca della crisi, riuscendo a trasporne la medesima tensione e il medesimo tormento nei limiti dell&#8217;ordinaria miseria della periferia, lungo un percorso, lontanissimo da ogni ostentazione calvarica, nel quale al centro di tutto rimane sempre e comunque la dignità e al termine del quale non serve un lieto fine per riconquistare il piacere di vivere.</p>
<p>A servizio del film, e, miracolosamente, non viceversa, <strong>Marion Cotillard</strong> è una protagonista impagabile e mimetica, coraggiosissima nel suo antidivismo a mettersi nelle mani di due già comprovati direttori di attori di estrema sensibilità &#8211; si pensi alla Émilie Dequenne di <em>Rosetta</em> e all&#8217;<strong>Olivier Gourmet</strong> de <em>Il figlio </em>(loro attore feticcio che, per la gioia degli affezionati, torna nel finale nei panni del &#8220;villain&#8221; Jean-Marc), entrambi premiati sulla Croisette &#8211; e affiancata dall&#8217;altrettanto insostituibile <strong>Fabrizio Rongione</strong>, altra figura ricorrentissima nella filmografia dei due cineasti belgi, con cui dà vita ad una delle storie d&#8217;amore più trascinanti e autentiche del cinema recente.<br />
<em>Deux jours, une nuit</em> è, in buona sostanza, un minuscolo prodigio che restituisce alla Settima Arte la sua trasparenza e la sua urgenza, un&#8217;ora e mezza che, pur riportandoci anche duramente alla realtà fuori dalla sala, ci ricorda ancora una volta le proprietà salvifiche ed entusiasmanti del grande schermo.</p>
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