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	<title>Movielicious &#187; Ex Libris</title>
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	<description>Cinema e gossip a portata di click</description>
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		<title>I migliori film del 2018 secondo Andrea Bosco</title>
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		<pubDate>Wed, 09 Jan 2019 08:04:05 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Andrea Bosco]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Special]]></category>
		<category><![CDATA[A Quiet Place]]></category>
		<category><![CDATA[Andrea Bosco]]></category>
		<category><![CDATA[Corpo e anima]]></category>
		<category><![CDATA[Ex Libris]]></category>
		<category><![CDATA[I migliori film del 2018]]></category>
		<category><![CDATA[Il filo nascosto]]></category>
		<category><![CDATA[In guerra]]></category>
		<category><![CDATA[Vincent Lindon]]></category>

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		<description><![CDATA[L'ultima top ten della redazione di Movielicious è la più estrema, come il suo autore.]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><strong>10.</strong> <em><strong>Untitled: Viaggio senza fine </strong></em><strong>&#8211; Michael Glawogger e Monika Willi</strong></p>
<p><a href="http://www.movielicious.it/wordpress/wp-content/uploads/2019/01/Untlited-viaggio-senza-fine.jpg"><img class="alignnone size-full wp-image-57926" src="http://www.movielicious.it/wordpress/wp-content/uploads/2019/01/Untlited-viaggio-senza-fine.jpg" alt="Untlited-viaggio-senza-fine" width="867" height="578" /></a></p>
<p>&#8220;Il più bel film che potevo immaginare era un film che non si fermasse mai&#8221;: l&#8217;ultima, definitiva, irreversibile avventura del grande cosmopolita del documentarismo moderno, caduto sul campo nel pieno delle riprese, è uno sconclusionato e fantasmagorico compendio di volti, gesti e civiltà in libera successione, un&#8217;odissea sul Nulla e una sfrenata elegia del movimento che la devota supervisione della montatrice Monika Willi plasma in una dirompente enciclopedia transmediterranea.</p>
<p><strong>9. <em>Corpo e anima </em>&#8211; <span class="st">Ildikó Enyedi</span></strong></p>
<p>Indagando quell&#8217;interferenza e quella convergenza tra la finitezza della carne e la sublimazione dello spirito che costituisce poi la cifra di ciò che ci rende umani, il ritorno al lungometraggio, dopo quasi vent&#8217;anni, della più clamorosa promessa della cinematografia ungherese emersa a cavallo tra i due secoli riassume nelle sue atmosfere diafane, neile sue vite spezzate e nel suo intimo disagio una visione del sentimento che trascende i limiti del reale e del tangibile per gettarsi con cieca fiducia nel sogno e nell&#8217;imperscrutabile.</p>
<p><strong>8.</strong><strong> <em>In guerra</em> &#8211; Stéphane Brizé</strong></p>
<p><a href="http://www.movielicious.it/wordpress/wp-content/uploads/2019/01/en-guerre.jpg"><img class="alignnone size-full wp-image-57927" src="http://www.movielicious.it/wordpress/wp-content/uploads/2019/01/en-guerre.jpg" alt="en-guerre" width="650" height="370" /></a></p>
<p>Un nuovo capitolo, complementare al mirabile excursus ottocentesco di <em>Una vita</em>, dello studio esistenziale di <strong>Stéphane Brizé</strong>, un&#8217;immersione nella confusione del contemporaneo che avanza e fagocita, nella stessa Francia in via di deindustrializzazione de <em>La legge del mercato</em>, nelle disperate barricate e negli scontri intestini di un proletariato in via di estinzione, in un&#8217;inguaribile crisi di coscienza di classe, trasfigurata dalla propaganda e dal passaparola: cinema partecipativo, furibondo, irriducibile e lucidamente antagonista.</p>
<p><strong>7. <em>A Quiet Passion </em>&#8211; Terence Davies</strong></p>
<p>Riaffiora dalle tenebre della distribuzione la voce del massimo cineasta britannico in attività: il paradosso della cronaca minuziosa di un&#8217;intera vita all&#8217;insegna dell&#8217;isolamento e della monotonia si risolve nel totale sovvertimento delle regole del biopic e nella capacità di individuare l&#8217;intima straordinarietà nascosta sotto la stasi del quotidiano.<br />
L&#8217;illusione della permanenza, la poesia della routine, la consapevolezza dell&#8217;anima che fa i conti con l&#8217;assenza di Dio: il mondo di Terence Davies e quello di Emily Dickinson convergono fino a farsi l&#8217;uno lo specchio dell&#8217;altro.</p>
<p><strong>6.</strong> <em><strong>Poesia senza fine </strong></em><strong>&#8211; Alejandro Jodorowsky</strong></p>
<p>Il pluridecennale silenzio cinematografico dello sciamano cileno de <em>La montagna sacra</em> si interrompe con un personalissimo dittico, anzi, un &#8220;(auto)ritratto dell&#8217;artista da giovane&#8221; di sconcertante sincerità: limata la ruggine e, grazie a un generoso crowdfunding, colmate le carenze di budget di <em>La danza della realtà</em>, il padre della psicomagia stende l&#8217;immaginifico e torrenziale bilancio della sua preistoria creativa e della rivoluzione intellettuale di tutto un Paese, in una baraonda di ricordi, fantasie, sogni e confessioni che folgora, incanta e commuove.</p>
<p><strong>5. <em>Ex Libris: The New York Public Library </em>&#8211; Frederick Wiseman</strong></p>
<p><strong><a href="http://www.movielicious.it/wordpress/wp-content/uploads/2019/01/Ex_Libris.jpg"><img class="alignnone size-full wp-image-57929" src="http://www.movielicious.it/wordpress/wp-content/uploads/2019/01/Ex_Libris.jpg" alt="Ex_Libris" width="835" height="437" /></a><br />
</strong><br />
Il decano della non-fiction statunitense completa la sua trilogia dedicata ai più importanti patrimoni del sapere anglo-americano aperta dall&#8217;universo accademico di <em>At Berkeley</em> e proseguita con la tappa londinese di <em>National Gallery</em>: con il suo consueto occhio ravvicinatissimo ma distaccato, il suo resoconto partecipe ma fattuale e la sua impressionante vastità di azione, <strong>Wiseman</strong> celebra le aule, le sale di lettura, gli archivi, gli uffici e gli altri meandri dell&#8217;istituzione bibliotecaria come l&#8217;espressione più lampante dell&#8217;uguaglianza e il fondamento più necessario della democrazia.</p>
<p><strong>4.</strong><em><strong> La stanza delle meraviglie </strong></em><strong>&#8211; Todd Haynes<br />
</strong><br />
Una nuova dimostrazione, forse la più vertiginosa e arrischiata, dello smisurato talento trasformistico di Todd Haynes, un racconto a doppia elica, sospeso fra le atmosfere trasognate dell&#8217;era del muto e la grana grezza dei seventies, che assume i connotati della grande sinfonia urbana e che ristabilisce il primato dell&#8217;immagine nel linguaggio cinematico: tra un contributo musicale di Carter Burwell che assomiglia a una co-regia e il montaggio parallelo di Affonso Gonçalves, un viaggio denso e trascinante ad altezza di bambino dentro un intricatissimo labirinto audiovisivo che conduce dritti al più puro stato di stupefazione.</p>
<p><strong>3. <em>Still Recording </em>&#8211; <span class="st">Said Al Batal e Ghiath Ayoub</span></strong></p>
<p>&#8220;L&#8217;immagine filmica è l&#8217;ultima linea di difesa contro il tempo&#8221;: la più frastornante, eclatante e necessaria testimonianza di cinema diretto degli ultimi anni è un&#8217;autentica passeggiata all&#8217;inferno, tra le azioni di guerriglia, gli scontri a fuoco, la quotidiana resilienza e gli sprazzi di tregua del conflitto siriano, affrontato da un&#8217;équipe di giovani cineasti dilettanti &#8220;armati&#8221; di videocamera e impegnati in una missione che, prima di essere bellica, è soprattutto etica. Un reportage crudo, sporco e demistificante in cui la costruzione della memoria e il bisogno di &#8220;continuare a riprendere&#8221; travalicano la percezione dell&#8217;orrore e l&#8217;incombenza della morte.</p>
<p><strong>2. <em>Il filo nascosto </em>&#8211; Paul Thomas Anderson</strong></p>
<p>Fra compulsione e devozione, sopraffazione e simbiosi, senso del possesso e dolore dell&#8217;assenza, <strong>Paul Thomas Anderson</strong> definisce, perfeziona ed estremizza quel dialogo fra Amore e Potere che è alla base della sua poetica e firma un esempio irripetibile di opera postmoderna in grado di acquisire immediatamente il rango di classico: un oggetto sontuoso e respingente, gelido e incandescente, monolitico e pulsante, un complesso di contrasti e di contraddizioni a metà fra il melodramma hitchcockiano e il gigantismo wellesiano che appaga equamente gli occhi, la mente e il cuore.</p>
<p><strong>1. <em>Mektoub, My Love: Canto uno </em>&#8211; Abdellatif Kechiche</strong></p>
<p><a href="http://www.movielicious.it/wordpress/wp-content/uploads/2019/01/mektoub.jpg"><img class="alignnone size-large wp-image-57930" src="http://www.movielicious.it/wordpress/wp-content/uploads/2019/01/mektoub-1024x611.jpg" alt="mektoub" width="1024" height="611" /></a></p>
<p>Esuberante, eccessivo, euforico e palesemente fuori controllo: il nuovo romanzo di formazione del cineasta franco-tunisino è un&#8217;esperienza sensuale che sospende la narrazione per cogliere, con una libertà espressiva travolgente e un&#8217;empatia contagiosa, la duplicità dell&#8217;apollineo e del dionisiaco, una celebrazione della giovinezza, delle sue scoperte, dei suoi palpiti e dei suoi errori, immortalata in un assolato profluvio di corpi, danze, sguardi e baldorie che si vorrebbe non finisse mai.</p>
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		<title>Venezia74 &#8211; Giorno 5</title>
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		<pubDate>Tue, 05 Sep 2017 13:12:52 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Andrea Barone]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Festival]]></category>
		<category><![CDATA[News]]></category>
		<category><![CDATA[74° Mostra Internazionale d'Arte Cinematografica di Venezia]]></category>
		<category><![CDATA[Ella & John (The Leisure Seeker)]]></category>
		<category><![CDATA[Ex Libris]]></category>
		<category><![CDATA[Paolo Virzì]]></category>
		<category><![CDATA[Venezia74]]></category>
		<category><![CDATA[Victoria e Abdul]]></category>

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		<description><![CDATA[Helen Mirren e Donald Sutherland per Virzì, Helen Mirren regina per Stephen Frears e il doc di Frederick]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.movielicious.it/wordpress/wp-content/uploads/2017/09/ella__john_virzì_a_venezia.jpg"><img class="alignnone size-large wp-image-56600" src="http://www.movielicious.it/wordpress/wp-content/uploads/2017/09/ella__john_virzì_a_venezia-1024x424.jpg" alt="ella_&amp;_john_virzì_a_venezia" width="1024" height="424" /></a></p>
<p>Se gli otto anni trascorsi da Samuel Maoz lontano dal Lido prima della rentrée di <em>Foxtrot</em> hanno garantito a quest&#8217;ultimo una visibilità forse eccessiva rispetto agli effettivi meriti del film, il ritorno di <strong>Paolo Virzì</strong> a Venezia esattamente due decenni dopo l&#8217;exploit di <em>Ovosodo</em> dà l&#8217;idea di un autentico, mastodontico evento giubilare, di un comitato di benvenuto delle grandi occasioni pronto ad accogliere nuovamente fra le sue braccia uno degli autori contemporanei nostrani più apprezzati dal pubblico medio.</p>
<p>L&#8217;occasione, ghiottissima, è quella del temerario lancio internazionale, a quindici anni dal disastro di <em>My Name Is Tanino</em> e a seguito di due opere più importanti che effettivamente riuscite come <em>Il capitale umano</em> e <em>La pazza gioia</em>, tappe che hanno segnato un punto di decisa rottura rispetto a quella poetica della provincia che aveva accompagnato il resto della filmografia precedente.</p>
<p>Adattando l&#8217;omonimo romanzo di <strong>Michael Zadoorian</strong>, con <em><strong>The Leisure Seeker</strong></em> l&#8217;autore de <em>La prima cosa bella</em> si toglie lo sfizio di affrontare, finalmente in modo pienamente ortodosso, il genere codificato del classico road-movie d&#8217;Oltreoceano, narrando l&#8217;ultimo viaggio in camper di una coppia di anziani coniugi minati rispettivamente da morbo di Alzheimer e da un cancro allo stadio terminale: la pagina scritta, spesso dura, poco indulgente e a tratti anche inconcludente, prende la forma di un adattamento mite, pacato e agrodolce, considerevolmente alleggerito e sofisticato (dal &#8220;pellegrinaggio&#8221; destinazione Disneyland attraverso i monumenti del kitsch del romanzo si passa al viaggio verso la Florida e la casa-museo di Hemingway lungo i luoghi della Storia americana più o meno recente), nonché, inevitabilmente, aggiornato ai tempi, come testimonia la scena, inserita ex novo, che vede i protagonisti aggirarsi fra le variopinte legioni di sostenitori di Trump.</p>
<p>E cavalcando l&#8217;onda del sentimento con la consueta leggerezza e senza affondare nella retorica, Virzì fa centro una volta per tutte e conferisce alla nuova stagione della sua produzione la compiutezza e la personalità delle sue trascorse glorie di casa nostra, grazie a una scrittura ricca e disinvolta (merito anche del coinvolgimento di <strong>Stephen Amidon</strong>, autore de <em>Il capitale umano</em>), a una cura formale sensibilmente maggiore &#8211; garantita innanzitutto dalla fotografia di <strong>Luca Bigazzi</strong>, alla sua seconda avventura USA dopo <em>This Must Be the Place</em> e alla sua prima collaborazione con Virzì &#8211; e soprattutto a una coppia di interpreti superiore a ogni elogio, con un&#8217;impetuosa e ciarliera <strong>Helen Mirren</strong>, abilissima a nascondere alla perfezione la propria britannicità con un magnifico accento bostoniano e, ancor più, con un sommesso, commovente e amabile <strong>Donald Sutherland</strong>, candidato più fattibile alla Coppa Volpi maschile finalmente alle prese con un ruolo che vale una carriera.</p>
<p>Certo, le concessioni alla tradizione pura a volte sfociano nel cliché (la sequenza della rapina e quella dell&#8217;adulterio confessato su tutte) e il tono, in vista dell&#8217;annunciato dramma finale, si fa spesso compiacente e fin troppo lieve, ma sono peccati veniali e comunque coerenti con l&#8217;identità di un film che, nei limiti della sua identità nazionalpopolare, può dirsi assolutamente riuscito.</p>
<p><a href="http://www.movielicious.it/wordpress/wp-content/uploads/2017/09/Victoria-e-Abdul.png"><img class="alignnone size-full wp-image-56601" src="http://www.movielicious.it/wordpress/wp-content/uploads/2017/09/Victoria-e-Abdul.png" alt="Victoria e Abdul" width="638" height="264" /></a></p>
<p>E senza allontanarsi troppo dal bacino di utenza previsto, si arriva successivamente al caro, vecchio &#8220;cinema della nonna&#8221; di <strong>Stephen Frears</strong>, che con <em><strong>Victoria and Abdul</strong></em> firma ciò che è di fatto il sequel, a vent&#8217;anni di distanza, de <em>La mia regina</em> di John Madden, resoconto del rapporto confidenziale instauratosi fra la seconda monarca più longeva d&#8217;Inghilterra e il suo scudiero scozzese John Brown: la storia fa un salto di pochi anni, toccando la fase terminale del regno della <em>grandmother of Europe</em> e raccontando, con non pochi infiorettamenti, la sua amicizia con un giovane attendente musulmano arrivato dall&#8217;India.<br />
L&#8217;esito è esattamente ciò che ci si aspetta, un evidente passo indietro rispetto alla forma smagliante degli affini <em>The Queen</em> e <em>Philomena</em>, una graziosa, confortante e inoffensiva storiella da sala da tè che azzera programmaticamente ogni pretesa storiografica e adotta un approccio romanzato a regola d&#8217;arte per il pubblico meno esigente.<br />
Ciò non significa, tuttavia, che il film sia da buttare, anzi: dopo il mezzo passo falso di <em>Florence</em>, Frears ritrova la cifra del cinema che meglio gli riesce, affidandosi a un soggetto di facile presa e alle regole ferree del biopic, al solito sceneggiatore di lusso responsabile di uno script scoppiettante (dopo gli inestimabili Peter Morgan e Steve Coogan è il turno del commediografo <strong>Lee Hall</strong>) e a un cast da urlo che, oltre ad accogliere caratteristi di peso come il comico <strong>Eddie Izzard</strong> nei panni del futuro re Edoardo VII, <strong>Michael Gambon</strong> in quelli del primo ministro Gascoygne-Cecil e il defunto <strong>Tim Pigott-Smith</strong> in quelli del segretario privato Ponsonby, vede tornare un&#8217;impagabile, incantevole <strong>Judi Dench</strong> nei panni della regina Vittoria.<br />
E nel suo equilibrio ben congegnato di gag e dialoghi esilaranti e di squarci di commozione, la prevedibilità d&#8217;insieme, l&#8217;adesione totale al canone e la superficialità del metodo non scalfiscono la validità di quello che intendeva essere solo ed esclusivamente puro, elegante intrattenimento.<br />
La sezione Orizzonti, invece, aggiusta notevolmente il tiro e presenta uno dei concorrenti più memorabili dell&#8217;interno programma, Los versos del olvido, ambizioso progetto che segna il debutto sulla lunga distanza del giovane cineasta iraniano <strong>Alireza Khatami</strong>, che sbarca in Sudamerica connettendo al contesto della dittatura cilena e della tragedia dei desaparecidos memorie e suggestioni legate al caso delle migliaia di &#8220;senza traccia&#8221; vittime del regime di Teheran: è la combinazione felicissima e già matura di uno stile immaginifico e singolare che non si lascia mai subissare dal simbolismo e di una scrittura capace di rivedere da un punto di vista originale &#8211; nonché, curiosamente, esterno &#8211; una delle più devastanti sciagure umane del secondo Novecento, un&#8217;allegoria chiara e struggente che non teme di assumere i connotati di una grottesca, opprimente ballata macabra impregnata di compassione e di morte.<br />
Un esordiente assoluto come se ne contano sulle dita di due mani, insomma, da seguire con attenzione confidando nel criterio della Giuria di Orizzonti.</p>
<p><a href="http://www.movielicious.it/wordpress/wp-content/uploads/2017/09/Ex-Libris.jpg"><img class="alignnone size-full wp-image-56606" src="http://www.movielicious.it/wordpress/wp-content/uploads/2017/09/Ex-Libris.jpg" alt="Ex Libris" width="835" height="437" /></a><br />
Il Concorso, invece, arriva al suo giro di boa e va finalmente in gloria con il mastodontico <em><strong>EX LIBRIS</strong></em>, nuova incursione nei meandri delle istituzioni pubbliche con cui <strong>Frederick Wiseman</strong>, l&#8217;inventore del documentario moderno, completa la sua ultima trilogia dedicata alle massime cattedrali della cultura occidentale anglo-americana aperta da <em>At Berkeley</em>, dedicato all&#8217;omonima università californiana, e proseguita con l&#8217;approdo in terra di Albione di <em>National Gallery</em>: centro dell&#8217;azione, questa volta, è la New York Public Library, terza maggiore biblioteca degli Stati Uniti, sviscerata e frazionata nelle varie sezioni che la compongono, dalla sede centrale alle succursali, dalle riunioni private degli organi collegiali agli eventi di ampio richiamo popolare (le working class di <strong>Elvis Costello</strong> e di <strong>Patti Smith</strong>), dalle occasioni didattiche dedicate ai bambini agli incontri ricreativi riservati agli anziani.</p>
<p>Il linguaggio di Wiseman è, come avevamo già detto riferendoci al capolavoro <em>In Jackson Heights</em>, sempre quello del &#8220;saggio entomologico monstre&#8221;, ravvicinatissimo ma distaccato, partecipe ma fattuale, segnato da una precisione maniacale che riesce nei suoi 200 minuti di durata a disporre i tasselli più disparati in un ordine da maestosa sinfonia del dettaglio, a cui forse la dimensione totalmente &#8220;chiusa&#8221; impedisce di pervenire a quel singolo episodio-acme in grado di far deflagrare il carattere epico del reportage (il talent show manicomiale di <em>Titicut Follies</em>, le manifestazioni studentesche di <em>At Berkeley</em>, il monaco che insegue per un tempo infinito la mosca in <em>Essene</em>), ma che, oltre a tantissimi momenti indimenticabili come le lezioni di Braille, la registrazione dell&#8217;audiolibro, la presentazione dello sterminato archivio fotografico, la veloce tappa all&#8217;interno dei meccanismi di smistamento, la torrenziale esibizione del giovane poeta-slam, conclude significativamente il tutto con un discorso sul metodo che sa quasi di riassunto testamentario e di definitiva dichiarazione di poetica.<br />
Cinema vivissimo, pulsante e, come al solito, assolutamente prezioso, che dimostra quanto il prolifico cineasta di Boston sappia raccontare il passato, il presente e, pur sulla soglia dei novant&#8217;anni, il futuro della sua Nazione meglio di qualunque suo compatriota.</p>
<p>&nbsp;</p>
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