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	<title>Movielicious &#187; Festa del cinema di Roma 2015</title>
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	<description>Cinema e gossip a portata di click</description>
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		<title>Land of Mine</title>
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		<pubDate>Tue, 22 Mar 2016 06:55:18 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Carolina Tocci]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Recensioni]]></category>
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		<category><![CDATA[Festa del cinema di Roma 2015]]></category>
		<category><![CDATA[Joel Basman]]></category>
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		<description><![CDATA[]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Scheda</strong><br />
(Under Sandet, Danimarca 2015)<br />
Uscita: 24 marzo 2016<br />
Regia: Martin Zandvliet<br />
Con: Roland Møller, Louis Hofmann, Joel Basman<br />
Durata: 1 ora e 40 minuti<br />
Distribuzione: Notorious Pictures</p>
<div id="attachment_52461" style="width: 660px" class="wp-caption alignnone"><a href="http://www.movielicious.it/wordpress/wp-content/uploads/2015/10/Land_Of_Mine.jpg"><img class="wp-image-52461 size-full" src="http://www.movielicious.it/wordpress/wp-content/uploads/2015/10/Land_Of_Mine.jpg" alt="Land_Of_Mine" width="650" height="370" /></a><p class="wp-caption-text">Land of Mine</p></div>
<p>Proprio quando si inizia a pensare che ormai sulla <strong>Seconda Guerra Mondiale</strong> al cinema si sia già visto di tutto, ecco che arriva una storia piccola e poco nota raccontata da un punto di vista decisamente singolare a dimostrare che non è affatto così. <em><strong>Land of Mine</strong></em> il film scritto e diretto dal danese <strong>Martin Zandvliet</strong> (al suo quarto lungometraggio dopo <em>Dirch</em>, <em>Applause</em> e <em>Teddy Bear</em>) fa proprio questo: porta alla luce uno dei capitoli più bui e sconosciuti della guerra, cancellato anche dai libri di scuola e lo racconta da una prospettiva quantomeno insolita. Nei giorni che seguirono la resa della Germania nazista nel maggio del &#8217;45, i soldati tedeschi rimasti in territorio danese furono deportati e vennero messi a lavorare per quelli che erano stati i loro prigionieri. Senza la benché minima esperienza e competenza nel settore, furono inviati a disinnescare più di due milioni di mine che i loro connazionali avevano sparso lungo la costa occidentale del paese, dopo aver previsto erroneamente in quella zona lo sbarco delle forze alleate. Il film si sofferma su un gruppo di questi soldati, per lo più ragazzini, e sul loro rapporto con il Tenente Carl (<strong>Roland Møller</strong>), l&#8217;ufficiale tedesco che ha il compito di coordinare il loro lavoro e di sorvegliarli.</p>
<p><a href="http://www.movielicious.it/wordpress/wp-content/uploads/2015/10/land_of_mine_2.jpg"><img class="alignnone size-full wp-image-45094" title="land_of_mine_2" src="http://www.movielicious.it/wordpress/wp-content/uploads/2015/10/land_of_mine_2.jpg" alt="" width="500" height="209" /></a></p>
<p>Inutile girarci intorno, <em>Land of Mine</em> è un pugno ben assestato alla bocca dello stomaco che svela una vicenda di rara drammaticità e Martin Zandvliet restituisce allo spettatore una vicenda cruda con la consapevolezza di chi sa di far bene a raccontarla, anche se a distanza di settant&#8217;anni. Dotato di una suspense che in alcuni momenti fa davvero accapponare la pelle e girato in modo asciutto ed essenziale, <em><strong>Land of Mine</strong></em> offre un singolare spunto di riflessione sul completo ribaltamento della prospettiva da cui siamo stati abituati a osservare (e a giudicare) la guerra. Ci si ritrova infatti a parteggiare per quelli che, in teoria, sono i cattivi ma che in realtà non sono altro che adolescenti con lo sguardo di chi ha visto troppo, ai quali è stato detto che lo sminamento delle spiagge danesi è l&#8217;unica impresa a separarli da casa. Alternando momenti in cui la tensione è tangibile e quasi insopportabile ad altri più sereni, Zandvliet mostra con un linguaggio semplice e univoco che in guerra la differenza la fanno solo le bandiere e che in fondo non c&#8217;è nulla di strano se, parlando con il nemico, ci si scopre a condividere con lui sogni e ambizioni.</p>
<p><strong>Voto</strong> 7</p>
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		<title>The End of the Tour &#8211; Un viaggio con David Foster Wallace</title>
		<link>http://www.movielicious.it/2016/02/09/the-end-of-the-tour-recensione/</link>
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		<pubDate>Tue, 09 Feb 2016 08:30:55 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Fabio Giusti]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Festival]]></category>
		<category><![CDATA[Recensioni]]></category>
		<category><![CDATA[David Foster Wallace]]></category>
		<category><![CDATA[Festa del cinema di Roma 2015]]></category>
		<category><![CDATA[James Ponsoldt]]></category>
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		<category><![CDATA[Jesse Eisenberg]]></category>
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		<category><![CDATA[The End of the Tour]]></category>

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		<description><![CDATA[Jason Segel è David Foster Wallace nella pellicola diretta da James Ponsoldt.]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Scheda</strong><br />
(Id., USA 2015)<br />
Uscita: 11 febbraio 2016<br />
Regia: James Ponsoldt<br />
Con: Jesse Eisenberg, Jason Segel, Mamie Gummer, Joan Cusack<br />
Durata: 1 ora e 46 minuti<br />
Distribuzione:</p>
<p><a href="http://www.movielicious.it/wordpress/wp-content/uploads/2015/10/enofthetour_1.jpg"><img class="alignnone size-full wp-image-45111" title="enofthetour_1" src="http://www.movielicious.it/wordpress/wp-content/uploads/2015/10/enofthetour_1.jpg" alt="" width="500" height="285" /></a></p>
<p>Nel 1996 David Foster Wallace (<strong>Jason Segel</strong>) è il caso letterario di cui tutta l’America parla.<br />
<em>Infinite Jest</em>, il suo ultimo romanzo, è appena uscito ma già se ne parla come di un autentico capolavoro, associando il nome del suo autore a classici intoccabili come Céline o Proust.<br />
L’hype intorno allo scrittore è tale che il giovane reporter David Lipsky (<strong>Jesse Eisenberg</strong>) viene incaricato dalla rivista <em>Rolling Stone</em> di accompagnarlo durante la parte finale del tour promozionale del romanzo. I due passano insieme appena pochi giorni, fitti però di conversazioni intense sugli argomenti più disparati: si va dalla depressione alle droghe, dalla famiglia alla politica, con una particolare attenzione verso le dinamiche della scrittura e il ruolo dello scrittore nella società dei consumi. Nel 2008 <strong>David Foster Wallace</strong>, all’apice di una depressione che non lo ha mai abbandonato, si toglie la vita e Lipsky riprende in mano i nastri risalenti al loro breve incontro e li trasforma in un libro che intitola <em>Come diventare se stessi</em>.</p>
<p><a href="http://www.movielicious.it/wordpress/wp-content/uploads/2015/10/end-of-the-tour_2.jpg"><img class="alignnone size-full wp-image-45112" title="end-of-the-tour_2" src="http://www.movielicious.it/wordpress/wp-content/uploads/2015/10/end-of-the-tour_2.jpg" alt="" width="500" height="281" /></a></p>
<p>Idea assai rischiosa quella di trasferire in immagini il libro-intervista di David Pilsky. Il richio in realtà ci sarebbe per qualsiasi film tratto da un qualsiasi libro-intervista. In questo particolare caso il risultato poteva essere una di quelle opere un po’ snob, suscettibili di diventare oggetto di culto giusto per pochi adepti per essere invece bellamente ignorata da chiunque non sia già avvezzo alla straordinaria opera di David Foster Wallace. E non è neanche la peggiore delle ipotesi.<br />
<strong>James Ponsoldt </strong>invece non solo vince la scommessa, ma firma un piccolo gioiello di delicatezza che ha, tra le altre cose, il pregio di restituire al pubblico gli stessi umori che abitano le opere di Wallace utilizzando come veicolo il loro stesso scrittore.<br />
La bontà del risultato è garantita in prima istanza dalla solida sceneggiatura di <strong>Donald Margulies </strong>(drammaturgo vincitore di un Pulitzer, quindi neanche l’ultimo degli arrivati) che, nel suo costruire un film quasi esclusivamente fondato sulla parola, decide di dare uguale risalto anche ai silenzi e alle piccole incomprensioni che si vengono a creare tra due, asciugando la materia da qualsiasi eccesso di verbosità.</p>
<p>Uno script del genere, però, ha bisogno di due attori all’altezza e, se sul talento di Jesse Eisenberg non sussistevano dubbi più o meno dai tempi di <em>The Social Network</em> (per chi scrive anche da prima), qualche perplessità poteva essere lecito nutrirla sulle possibilità di Jason Segel – attore valido ma per lo più in area comedy &#8211; di approcciare un ruolo complesso come quello dell’autore di <em>Brevi interviste con uomini schifosi</em> senza cadere nel caricaturale.<br />
Alla fine invece è proprio Segel a fare la parte del leone con un’interpretazione di rara intensità. Il suo David Foster Wallace è un giovane uomo impreparato al successo e impaurito di quello che, di lì a poco, potrebbe essere chiamato a fare pur di conservarlo. Ritratto dolente di un’America che celebra il talento ignorando il profondo senso di solitudine e inadeguatezza ai quali spesso quest&#8217;ultimo condanna, <em><strong>The End of the Tour</strong></em> è un film che, pur essendo letterario, non parla (o almeno non solo) di letteratura e ha il pregio di riavvicinare il filone mumblecore a quella letteratura post-moderna che, obiettivamente, lo ha generato. E poi è un omaggio sentito e commosso a un altro di quegli spiriti fragili (la lista sarebbe lunghissima) che il genio artistico, da solo, non è riuscito a preservare da una fine più che prematura.</p>
<p><strong>Voto</strong> 7</p>
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		<title>Carol</title>
		<link>http://www.movielicious.it/2016/01/03/carol-recensione/</link>
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		<pubDate>Sun, 03 Jan 2016 09:00:17 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Carolina Tocci]]></dc:creator>
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		<category><![CDATA[Rooney Mara]]></category>
		<category><![CDATA[Todd Haynes]]></category>

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		<description><![CDATA[Cate Blanchett e Rooney Mara splendide protagoniste del dramma sentimentale di Todd Haynes. ]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Scheda </strong><br />
(Id. U.K./USA 2015)<br />
Uscita: 11 febbraio 2016<br />
Regia: Todd Haynes<br />
Con: Cate Blanchett, Rooney Mara, Kyle Chandler<br />
Durata: 1 ora e 58 minuti<br />
Distribuzione: Lucky Red</p>
<p><a href="http://www.movielicious.it/wordpress/wp-content/uploads/2016/01/Carol_1.jpg"><img class="alignnone size-full wp-image-51428" src="http://www.movielicious.it/wordpress/wp-content/uploads/2016/01/Carol_1.jpg" alt="Carol_1" width="850" height="566" /></a></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Proprio come accadeva in <em>Lontano dal paradiso</em>, <strong>Todd Haynes</strong> torna a raccontare un amore difficile sempre negli anni Cinquanta e sempre ostacolato dalla società borghese e dalle convenzioni. Sontuoso adattamento del secondo romanzo della giallista americana Patricia Highsmith, scritto sotto pseudonimo e pubblicato nel 1952, <em>The Price of Salt </em>(in Italia intitolato proprio <em>Carol</em>), narra la storia di Therese (<strong>Rooney Mara</strong>), giovane vendeuse di un grande magazzino di New York e di Carol (<strong>Cate Blanchett</strong>), donna bellissima e sofisticata in procinto di divorziare dal marito (<strong>Kyle Chandler</strong>). Sarà sufficiente uno sguardo a dare il la a una storia d&#8217;amore scandalosa e inammissibile.</p>
<p><a href="http://www.movielicious.it/wordpress/wp-content/uploads/2016/01/Carol_2.jpg"><img class="alignnone size-full wp-image-51429" src="http://www.movielicious.it/wordpress/wp-content/uploads/2016/01/Carol_2.jpg" alt="Carol_2" width="500" height="334" /></a></p>
<p>Se a <strong>Todd Haynes</strong> va riconosciuto un merito, è senz&#8217;altro quello di aver scoperchiato la coltre di soffocante perbenismo fatta scendere dalla storia e anche da un certo cinema, sugli anni Cinquanta. I suoi Fifties sono quanto di più lontano ci possa essere dalla Happy Days generation, tutta gioventù ribelle, chewing-gum e drive-in, anni esteticamente radiosi ma bui nel profondo, strozzati com&#8217;erano dal perbenismo dilagante. Confezionando un melodramma classico à la Douglas Sirk portato avanti da due straordinarie interpreti (e qui Rooney Mara, premiata meritatamente a Cannes come Migliore Attrice, supera persino la sua illustre collega Cate Blanchett), <em><strong>Carol</strong></em> indugia nel voler raccontare senza fretta la definitiva rottura di uno schema sociale universalmente intoccabile come la famiglia tradizionale, che finisce per sgretolarsi, mostrando tutti i suoi limiti. Haynes lo fa non inserendo nulla di pruriginoso nella storia di queste due donne che, semplicemente, non ci stanno a recitare il ruolo delle comprimarie, delle mogli devote e delle madri remissive, come la società americana di quell&#8217;epoca imponeva.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>In una gara a chi arriva più in alto sulla scala dei significati, forma e contenuto si rincorrono in <em>Carol</em> e gli omaggi al cinema di quella decade si sprecano (l&#8217;apice si raggiunge quando Therese e i suoi amici guardano di nascosto <em>Viale del tramonto</em> dalla cabina di proiezione di una sala cinematografica). Stilisticamente impeccabile in ogni dettaglio, dalle ambientazioni ai costumi (splendidi, del tre volte Premio Oscar <strong>Sandy Powell</strong> che fanno sembrare Cate Blanchett una mannequin d’epoca appena uscita dalla copertina di Harper&#8217;s Bazaar), persino l&#8217;aria che si respira sembra essere quella della New York di quegli anni, complice anche la fotografia di <strong>Ed Lachman </strong>che conferisce alle impeccabili immagini di Haynes un&#8217;impagabile patinatura retrò.</p>
<p>Circolare nella struttura (l&#8217;incontro tra Carol e Therese al tavolo di un ristorante ripetuto due volte, uno a inizio film e uno alla fine, è assolutamente perfetta) e lineare nello svolgimento, <em>Carol </em>conferma la tecnica di Todd Haynes e la sua sensibilità di uomo di cinema nel suo insistere a regalarci opere volutamente artefatte che ricalcano appieno una società che aspira alla perfezione, ma anche dense di atmosfera e di sentimento.</p>
<p><strong>Voto</strong> 8</p>
]]></content:encoded>
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		<title>Il piccolo principe</title>
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		<pubDate>Sun, 27 Dec 2015 11:11:38 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Fabio Giusti]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Recensioni]]></category>
		<category><![CDATA[Festa del cinema di Roma 2015]]></category>
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		<category><![CDATA[Micaela Ramazzotti]]></category>
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		<category><![CDATA[Toni Servillo]]></category>

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		<description><![CDATA[L'adattamento del celbre romanzo di Antoine de Saint Exupéry diretto da Mark Osborne.]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Scheda</strong><br />
(The Little Prince, Francia 2015)<br />
Uscita: 1 gennaio 2016<br />
Regia: Mark Osborne<br />
Con le voci di: Toni Servillo, Stefano Accorsi, Paola Cortellesi, Micaela Ramazzotti<br />
Durata: 1 ora e 47 minuti<br />
Distribuito da: Lucky Red</p>
<p><a href="http://www.movielicious.it/wordpress/wp-content/uploads/2015/10/piccolo_principe_1.jpg"><img class="alignnone size-full wp-image-45159" title="piccolo_principe_1" src="http://www.movielicious.it/wordpress/wp-content/uploads/2015/10/piccolo_principe_1.jpg" alt="" width="500" height="318" /></a></p>
<p>Una bambina si trasferisce insieme alla madre in un nuovo quartiere.<br />
Si trova in quel delicato momento della vita in cui la spensieratezza dell’infanzia cede il passo alle prime responsabilità. Il nuovo vicino di casa è un anziano ed eccentrico aviatore che inizia a raccontarle di come, anni prima, sia precipitato nel deserto dove ha incontrato il Piccolo Principe, un enigmatico ragazzino giunto sulla Terra da un altro pianeta. Le esperienze dell&#8217;aviatore e il racconto dei viaggi del Piccolo Principe in altri mondi contribuiscono a creare un legame tra l&#8217;uomo e la bambina che affronteranno insieme una straordinaria avventura, alla fine della quale quest’ultima avrà imparato ad usare la sua immaginazione e a diventare grande conservando dentro di sé una parte infantile.</p>
<p><a href="http://www.movielicious.it/wordpress/wp-content/uploads/2015/10/piccolo_principe_2.jpg"><img class="alignnone size-full wp-image-45160" title="piccolo_principe_2" src="http://www.movielicious.it/wordpress/wp-content/uploads/2015/10/piccolo_principe_2.jpg" alt="" width="500" height="300" /></a></p>
<p>Scelta senza dubbio coraggiosa quella di tradurre in immagini il celeberrimo libro di <strong>Antoine de Saint Exupéry</strong> nel 2015. In primo luogo perché<strong> <em>Il piccolo principe</em> </strong>è uno di quei classici onnipresenti anche tra gli scaffali dei lettori più insospettabili. Il tipico libro di cui, indipendentemente dal fatto che sia stato letto o meno, tutti hanno in casa una copia.<br />
Un po’ il corrispettivo letterario di quello che rappresentano, in termini discografici, <em>The Dark Side of the Moon</em> dei Pink Floyd o il primo disco di Tracy Chapman. Poi c’è un discorso più legato al rischio che un film tratto da un’opera non proprio recente  – fu pubblicato per la prima volta nel 1943 &#8211; potesse avere un coefficiente di appeal bassino presso le ultime generazioni venute su a pane e videogame.<br />
D’altro canto uno dei motivi alla base dell’enorme e costante successo de <em>Il piccolo principe</em> è sempre stato proprio il suo essere perfettamente fruibile sia da un pubblico adulto che dal mondo dell’infanzia in virtù dei suoi differenti piani di lettura.<br />
Il film si pone quindi come obiettivo primario quello di riuscire a piacere a due target distinti e lo strumento scelto da <strong>Mark Osbourne</strong> (già regista di <em>Kung Fu Panda</em>) per raggiungere il risultato è nella giustapposizione di due differenti stili di animazione.</p>
<p>Ecco quindi che a un registro visivo tridimensionale associato al piano della realtà e del tutto in linea con gli standard a cui ci hanno abituato (benissimo) la Pixar negli ultimi anni, se ne alterna un altro realizzato in stop motion, molto più raffinato e old style, che descrive in modo poetico e stilizzato i viaggi del Piccolo Principe.<br />
Il risultato di questo crossover è piacevole e contribuisce ad alleggerire il peso di una storia che non può in alcun modo competere con gli script prodotti dalla major citata poc’anzi. Questo per dire di quanto sarebbe ingeneroso un confronto tra questo film e un capolavoro di scatole cinesi di senso come il recente <em>Inside Out</em>, giusto per citare un’altra opera che, in modo similare, cerca di spiegare sotto forma di favola il delicato e doloroso passaggio all’età adulta.<br />
Ma il fascino de <em>Il Piccolo Principe</em>, in fondo, è anche nella sua naiveté un po’ vecchio stampo e il film, alla fine, fa il suo lavoro portando a sorridere e commuoversi esattamente dove c’è da farlo.<br />
Viene solo un po’ il magone – ma mi rendo perfettamente conto di quanto questa possa sembrare un’istanza dettata da pura cinefilia esterofila – a scorrere i nomi dei doppiatori della versione originale (<strong>Jeff</strong> <strong>Bridges</strong>, <strong>James</strong> <strong>Franco</strong>, <strong>Marion</strong> <strong>Cotillard</strong>) per poi ascoltare, nell’edizione doppiata, le voci di <strong>Pif</strong>, <strong>Alessandro Siani</strong> e <strong>Stefano Accorsi</strong>. Fortuna vuole che almeno la parte principale (quella dell’anziano aviatore) sia impreziosita dal talento vocale di <strong>Toni Servillo</strong>.<br />
Non un titolo che cambierà le sorti dell’animazione moderna (ammesso che ambisse ad esserlo) ma di sicuro una manna per chiunque abbia amato il libro.</p>
<p><strong>Voto</strong> 6,5</p>
]]></content:encoded>
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		<title>Pan &#8211; Viaggio sull&#8217;isola che non c&#8217;è</title>
		<link>http://www.movielicious.it/2015/11/08/pan-viaggio-sullisola-che-non-ce-la-recensione-dal-festival-di-roma/</link>
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		<pubDate>Sun, 08 Nov 2015 08:58:52 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Andrea Bosco]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Ora al cinema]]></category>
		<category><![CDATA[Recensioni]]></category>
		<category><![CDATA[Amanda Seyfried]]></category>
		<category><![CDATA[Festa del cinema di Roma 2015]]></category>
		<category><![CDATA[Hugh Jackman]]></category>
		<category><![CDATA[Levi Miller]]></category>
		<category><![CDATA[Pan]]></category>
		<category><![CDATA[Pan - Viaggio sull'isola che non c'è]]></category>
		<category><![CDATA[Rooney Mara]]></category>

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		<description><![CDATA[Joe Wright alla regia dell'ennesima trasposizione della storia nata dalla penna di J. M. Barrie.]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Scheda</strong><br />
(Pan, USA/UK 2015)<br />
Uscita: 12 novembre 2015<br />
Regia: Joe Wright<br />
Con: Levi Miller, Hugh Jackman, Rooney Mara, Amanda Seyfried<br />
Durata: 1 ora e 41 minuti<br />
Distribuzione: Warner Bros.</p>
<p><a href="http://www.movielicious.it/wordpress/wp-content/uploads/2015/10/pan_1.jpg"><img class="alignnone size-full wp-image-45002" title="pan_1" src="http://www.movielicious.it/wordpress/wp-content/uploads/2015/10/pan_1.jpg" alt="" width="500" height="291" /></a></p>
<p>Per quanto dovremo sopportare l&#8217;influenza banalizzante e massificante della voga cinefumettara di questo decennio sul cinema di consumo?</p>
<p>Ed è davvero possibile che lo spettatore da multisala di oggi, anestetizzato dalla serialità, abbia una memoria così a breve termine da rendere necessaria la periodica rinarrazione della stessa storia, aggiornata al progredire tecnologico (il &#8220;rejig&#8221; di <em>Jurassic World</em>), alle esigenze di mercato (il &#8220;reboot&#8221; di <em>Fantastic Four</em>) o al bieco sfruttamento del marchio (la &#8220;retcon&#8221; di <em>Terminator Genisys</em>), con esiti talmente parassitari nei confronti del materiale di partenza da stimolare solamente un&#8217;incolmabile sensazione di nostalgia per quest&#8217;ultimo?</p>
<p>A che fine, dunque, se non quello puramente strumentale, trascinare nella palude degli universi espansi e della continuità retroattiva prototipi totalmente estranei alla tendenza e inadatti al fenomeno come quelli della narrativa, assottigliando ancora di più il confine tra il genuino lavoro di immaginazione e una fanfiction sproporzionatamente costosa?</p>
<p>È il caso, emblematico e spudorato, di <em><strong>Pan</strong></em>, superflua e incongruente <em>origin story</em> para-supereroistica giustapposta a forza dal regista <strong>Joe Wright</strong> (<em>Espiazione</em>, <a href="http://www.movielicious.it/2013/02/23/anna-karenina/" target="_blank"><em>Anna Karenina</em></a>) e dallo sceneggiatore <strong>Jason Fuchs </strong>(il secondo già all&#8217;opera, non per nulla, sull&#8217;imminente <em>Wonder Woman</em>) alle avventure del ragazzo che non voleva crescere partorito dalla penna di James Matthew Barrie, in verità solo l&#8217;ultimo fra i molti tentativi di ampliamento più o meno autorizzati e canonici alla sorgente letteraria, come la notevole <em>graphic novel </em>di Régis Loisel o il goffo precedente di <em>Hook</em>. Ma se alla base dell&#8217;operazione del fumettista francese si poteva trovare un&#8217;inedita, verosimile disamina dickensiana sul contesto vittoriano del plausibile antefatto e dal giocoso sequel in live action emergeva con coerenza il leitmotiv spielberghiano dell&#8217;elogio della purezza infantile, quella di <em>Pan</em> è un&#8217;iniziativa inconcludente e contraddittoria che non ha nulla a che fare con la propria mitologia di riferimento, tanto rimodellata ad arte per gli odierni parametri <em>young adult</em> sino a farsi irriconoscibile.</p>
<p><a href="http://www.movielicious.it/wordpress/wp-content/uploads/2015/10/pan_2.jpg"><img class="alignnone size-full wp-image-45003" title="pan_2" src="http://www.movielicious.it/wordpress/wp-content/uploads/2015/10/pan_2.jpg" alt="" width="500" height="286" /></a></p>
<p>Il Peter Pan del ventunesimo secolo, pertanto, non è più un ragazzino come tanti ma l&#8217;ennesimo Prescelto &#8211; nella fattispecie, il frutto proibito dell&#8217;amore fra una donna umana (<strong>Amanda Seyfried</strong>) e il principe delle Fate &#8211; annunciato dalla solita profezia, il giovane James Hook, non ancora Capitan Uncino (il <strong>Garrett Hedlund</strong> di <em>Tron: Legacy</em>), è uno scavezzacollo burbero ma bonaccione in stile Han Solo, la principessa pellerossa Giglio Tigrato (<strong>Rooney Mara</strong>) è un sommario, bizzoso <em>love interest </em>coinvolto esclusivamente in quanto, lasciata fuori dalle vicende per ovvi motivi la figura di Wendy Darling, unico personaggio femminile del lotto e il villain di turno, l&#8217;appariscente Barbanera, è un generico bucaniere dandy con parruccone e orecchino vivacizzato appena dalla performance tragicomicamente <em>camp</em> di un divertito <strong>Hugh Jackman</strong>.</p>
<p>Snaturate così le premesse, al film non resta, come nel caso di <em>Terminator Genisys</em>, che scombinare le carte intrecciando situazioni e dinamiche con criterio praticamente casuale (non è neanche vagamente intuibile la tensione fra il piccolo protagonista e colui che si trasformerà nella sua nemesi, inserito peraltro in una sottotrama romantica più che gratuita), disseminando scontati, ridondanti ammiccamenti all&#8217;archetipo come la presenza accessoria di comprimari fra cui Spugna e Campanellino o le premonizioni, fra coccodrilli e ganci, di ciò che diventerà Hook. Il miscuglio così ottenuto <span class="_5yl5">è un indigeribile pastone composto di ingredienti stucchevoli che </span><span class="_5yl5">oscilla fra registri incompatibili&#8221;</span>, dall&#8217;allegoria sociale (il traffico di minori alimentato dalle suore dell&#8217;orfanotrofio a beneficio dei filibustieri dell&#8217;Isola che non c&#8217;è, unica lecita giustificazione per una riambientazione in una Londra vittima dei bombardamenti nazisti altrimenti inspiegabile) alla fantasia steampunk a base di navi volanti condita con anacronismi incomprensibili (Barbanera acclamato a ritmo di <em>Smells like Teen Spirit</em> e di <em>Blitzkrieg Bop</em>), sommergendo il tutto in un&#8217;estetica che all&#8217;incanto e all&#8217;inventiva, rintracciabili soltanto in alcuni gustosi tocchi da teatro circense, come i bambini rapiti dai pirati mediante lunghe corde elastiche o gli indiani uccisi che esplodono in nuvole di polvere colorata, preferisce un attacco frontale ipersaturo di effettacci che finisce unicamente per stordire, fino al climax di un duello navale tutto sfarfallii, botti e concitazione a dir poco nauseante.</p>
<p>Il risultato è uno spettacolo inconsistente spogliato del benché minimo senso di ingenua meraviglia &#8211; e non c&#8217;è carenza più grave, quando si parla di fiabe -, un marchingegno inerte e macinasoldi pensato per aggiungersi indistintamente alle legioni di franchise che richiamano pubblico a frotte (fallimentare anche in questo, visti i disastrosi introiti al botteghino che hanno disinnescato ogni intenzione di farne una trilogia), il sintomo dell&#8217;indolenza e dell&#8217;immobilismo che affliggono la quasi totalità del cinema di intrattenimento.</p>
<p>Come già ci esprimemmo a proposito della<a href="http://www.movielicious.it/2015/03/11/cenerentola/" target="_blank"> <em>Cenerentola</em></a> di Branagh, altro mostruoso equivoco di tecnologia scambiata per magia, si può solo consigliare di recuperare gli originali e i più illustri predecessori.</p>
<p>Voto <strong>3</strong></p>
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