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	<title>Movielicious &#187; Festival di Mosca</title>
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	<description>Cinema e gossip a portata di click</description>
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		<title>Festival di Mosca &#8211; Giorno 4</title>
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		<pubDate>Sun, 22 Jun 2014 15:18:06 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Andrea Bosco]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[News]]></category>
		<category><![CDATA[A Most Wanted Man]]></category>
		<category><![CDATA[Adieu au langage]]></category>
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		<category><![CDATA[Jean-Luc Godard]]></category>
		<category><![CDATA[Philip Seymour Hoffman]]></category>

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		<description><![CDATA[Adieu au langage di Godard e l'atteso A Most Wanted Man con Philip Seymour Hoffman i titoli più interessanti]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<div id="attachment_37501" style="width: 490px" class="wp-caption alignnone"><a href="http://www.movielicious.it/wordpress/wp-content/uploads/2014/06/adieu_au-_angage.jpg"><img class="size-full wp-image-37501 " title="adieu_au-_angage" src="http://www.movielicious.it/wordpress/wp-content/uploads/2014/06/adieu_au-_angage.jpg" alt="Adieu au langage" width="480" height="254" /></a><p class="wp-caption-text">Adieu au langage</p></div>
<p>Ci si riaffaccia sul 67° Festival di Cannes con l&#8217;ultimo (e per  molti versi definitivo) lavoro di <strong>Jean-Luc Godard</strong>,  quell&#8217; <em><strong>Adieu au langage</strong></em> che qualifica l&#8217;autore di <em>La cinese</em> come l&#8217;unico  possibile epigono postmoderno della poetica di Méliès, se non  addirittura dell&#8217;indagine pioneristica dei Lumière: suscita ancora  stupore la facilità con cui Godard approccia la materia cinema  destrutturandola e negandola a partire dalle sue componenti più basilari  e, oggi, scontate con la stessa sicurezza di un Picasso o di uno Steve  Reich: <em>Adieu au langage</em> è una di quelle opere che  mette tutto in discussione, a cominciare dall&#8217;uso della terza  dimensione, tecnica che il cineasta francese &#8211; similmente a quanto fatto  da Lynch con il digitale nel suo Inland Empire &#8211;  sfregia e violenta sottoponendo l&#8217;occhio dello spettatore a drastiche,  programmatiche scomposizioni (assolutamente da manifesto sono i momenti  in cui le due immagini sovrapposte non coincidono in nulla, provocando  una sensazione di disorientamento totale).</p>
<div class="mceTemp">
<p><em>&#8220;Il presente è morto&#8221;</em>, esclama uno dei personaggi, e lo  smascheramento a opera di Godard del carattere fasullo della  rappresentazione, simile a una coltellata di Fontana, non potrebbe  risultare più chiaro, fra canali audio abbandonati a loro stessi,  stacchi di scena repentini, dialoghi composti in grandissima parte da  citazioni &#8211; scelta irrinunciabile dai tempi di <em>Nouvelle vague</em> &#8211; e il ricorso a un numero infinito di formati video, quasi tutti rigorosamente in bassa qualità.<em> Adieu au langage</em>, oltraggioso cine-poema, è anche un elogio della  nudità, artistica e antropologica, un invito a ripartire da zero  cancellando decenni di auto-suggestione (la prima didascalia recita, in  fin dei conti: <em>&#8220;Se l&#8217;immaginazione ha fallito, non resta che rifugiarsi nella realtà&#8221;</em>)  e avvicinandosi al mondo con primitiva curiosità. Alter ego del  regista, pertanto, non può che essere il cane Roxy, che si aggira per la  pellicola inconsapevole delle mistificazioni sociali e beatamente  all&#8217;oscuro della distinzione fra Natura e Metafora (i due capitoli in  cui il film è diviso), e la sua fuga finale oltre lo schermo ci fa  intendere che l&#8217;opera di contestazione di JLG è tutt&#8217;altro che giunta al  termine.</p>
<div id="attachment_37502" style="width: 510px" class="wp-caption alignnone"><a href="http://www.movielicious.it/wordpress/wp-content/uploads/2014/06/hardkor_disko.jpeg"><img class="size-full wp-image-37502" title="hardkor_disko" src="http://www.movielicious.it/wordpress/wp-content/uploads/2014/06/hardkor_disko.jpeg" alt="Hardkor Disko" width="500" height="332" /></a><p class="wp-caption-text">Hardkor Disko</p></div>
</div>
<div class="mceTemp">
<p>Il concorso riprende con la rabbiosa scarica antiborghese di <strong><em>Hardkor Disko</em></strong>,  ritratto asettico e nichilistico della Polonia del ventunesimo secolo e  del suo clima intriso di neo-edonismo post-sovietico e di corruzione  latente.<br />
Il tema dell&#8217;intruso che si infiltra con fini demolitivi all&#8217;interno  dell&#8217;istituzione familiare non è sicuramente nuovo e viene da pensare  che tanto <em>Teorema </em>di Pasolini, quanto <em>Visitor Q</em> di Miike e, ovviamente, <em>Funny Games</em> di Haneke, la più evidente fonte di ispirazione, abbiano affrontato  l&#8217;argomento con maggior coraggio e criterio dell&#8217;esordiente <strong>Krzysztof  Skonieczny</strong>, che abbastanza furbescamente lascia il pubblico senza  risposte sulle origini e sulle ragioni del male.</p>
<p>La misteriosa vendetta del giovane Marcin, compiuta come intermezzo  fra squallidi rave casalinghi e stordimenti assortiti, procede con  precisione sistematica, quasi chirurgica, in un bizzarro equilibrio di  dilatazioni smodate e di furibonde accelerazioni. Ed è proprio  nell&#8217;impostazione registica, più che nel soggetto, il motivo di  interesse di <em>Hardkor Disko</em>, nobilitato da una messinscena  straniante e radicale che ricorda le più recenti invenzioni della New  Wave greca: il distacco della cinepresa, che indugia ipnoticamente in  lentissime panoramiche e in lunghe inquadrature fisse, sa infatti trasmettere un  palpabile senso di inquietudine, grazie anche alla spettrale presenza  del protagonista Marcin Kowalczyk, e infonde notevole fascino a molte  sequenze (l&#8217;interminabile conversazione a tavola, che potrebbe andare  avanti per ore, e l&#8217;omicidio del padre, decisamente anticlimatico), e,  pur se a volte si ha l&#8217;impressione che Skonieczny debba ancora lavorare  un po&#8217; per affrancarsi da certi canoni estetizzanti derivanti dalla sua  carriera nel videoclip, ciò che rimane a fine visione è comunque una  discreta variazione su un assunto ormai cristallizzatosi  nell&#8217;immaginario contemporaneo.</div>
<div id="attachment_37500" style="width: 510px" class="wp-caption alignnone"><a href="http://www.movielicious.it/wordpress/wp-content/uploads/2014/06/a-most-wanted-man.jpg"><img class="size-full wp-image-37500" title="a-most-wanted-man" src="http://www.movielicious.it/wordpress/wp-content/uploads/2014/06/a-most-wanted-man.jpg" alt="" width="500" height="250" /></a><p class="wp-caption-text">A Most Wanted Man</p></div>
<p>La giornata si chiude con l&#8217;attesissimo clou della sezione competitiva, la coproduzione anglo-americana <strong><em>A Most Wanted Man</em></strong>, che sancisce il ritorno al lungometraggio, dopo il disastroso <em>The American</em>, del film-maker olandese <strong>Anton Corbijn</strong> e forse l&#8217;unica parentesi autenticamente internazionale a una rassegna finora sedimentatasi sul Vecchio Continente. Il film segue fedelmente gli sviluppi del romanzo <em>Yssa il buono</em> di John Le Carré e imbastisce un complesso di intrighi e di doppi giochi che vede coinvolti agenzie di intelligence europee e statunitensi, ambigui fuggitivi ceceni, presunti terroristi islamici e varia cospirante umanità.</p>
<p>Corbijn smussa i difetti e i toni pretenziosi della sua fatica precedente e affida l&#8217;adattamento al commediografo australiano Andrew Bowell, concentrandosi sulla meccanicità dell&#8217;intreccio evitando di sbrodolare e ponendosi invisibilmente al servizio della storia e del suo importante stuolo di attori, praticamente tutti costretti a sfoggiare accenti improbabili, da cui è capace &#8211; un po&#8217; insospettabilmente &#8211; di ottenere il meglio del loro potenziale. <strong>Rachel McAdams</strong> dimostra di avere un limite alla propria connaturata cagneria, <strong>Willem Dafoe</strong> tiene a bada le smorfie e sfodera una prova per una volta non sopra le righe, <strong>Robin Wright</strong> ripropone il ruolo di subdola macchinatrice che in <em>House of Cards</em> l&#8217;ha vista rinascere artisticamente, ma è soprattutto <strong>Philip Seymour Hoffman</strong>, mai così appesantito e affannato, a risplendere con una performance crepuscolare e fisicissima degna dell&#8217;Al Pacino degli anni Novanta. Certo, siamo pur sempre nell&#8217;ambito di un onesto prodotto mainstream con poche particolari pretese e a tratti inamidato, alcune sbavature si notano (in primis, l&#8217;effettivo protagonista Yssa, che il russo Grigoriy Dobrygin interpreta senza mai alzare nemmeno un sopracciglio) e la localizzazione amburghese, fondamentale sulla pagina scritta, non lascia il segno e non assurge mai, come invece accadeva alla Londra de <em>La talpa</em>, a vero personaggio di primo piano come vorrebbe. Restano però due ore abbondanti di spettacolo intelligente e ricco di sfumature, nella speranza che Corbijn ritrovi un tocco più personale con la sua imminente pellicola sul fotografo Dennis Stock.</p>
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