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	<title>Movielicious &#187; Hope Davis</title>
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	<description>Cinema e gossip a portata di click</description>
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		<title>Disconnect</title>
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		<pubDate>Tue, 07 Jan 2014 18:56:11 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Andrea Bosco]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Ora al cinema]]></category>
		<category><![CDATA[Recensioni]]></category>
		<category><![CDATA[Disconnect]]></category>
		<category><![CDATA[Frank Grillo]]></category>
		<category><![CDATA[Henry Alex Rubin]]></category>
		<category><![CDATA[Hope Davis]]></category>
		<category><![CDATA[Jason Bateman]]></category>
		<category><![CDATA[Michael Nyqvist]]></category>

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		<description><![CDATA[L'alienazione nell'epoca del digitale travestita da indagine psicologica e sociale. Con poca grinta e]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Scheda</strong><br />
(Id., USA 2013)<br />
Uscita: 9 gennaio 2013<br />
Regia: Henry-Alex Rubin<br />
Con: Jason Bateman, Hope Davis, Frank Grillo<br />
Durata: 1 ore e 55 minuti<br />
Distribuito da: Universal Pictures</p>
<p><a href="http://www.movielicious.it/wordpress/wp-content/uploads/2014/01/disconnect.png"><img class="alignnone size-full wp-image-34036" title="disconnect" src="http://www.movielicious.it/wordpress/wp-content/uploads/2014/01/disconnect.png" alt="" width="500" height="333" /></a></p>
<p>&#8220;Distacco&#8221;.<br />
Forse non c&#8217;era termine migliore &#8211; non ce ne vogliano i fin troppo zelanti adattatori italiani &#8211; per rendere nella nostra lingua il titolo dell&#8217;esordio nella fiction dello statunitense Henry-Alex Rubin e per esprimere quel senso di isolamento e di solitudine insito in ciascuno dei suoi protagonisti.<br />
E&#8217; un&#8217;alienazione strisciante e a tratti contraddittoria, visto che tutti, uomini e donne, adulti e ragazzi, vittime e carnefici, possiedono un&#8217;identità virtuale dietro cui confondersi nel magma interpersonale della Rete, con tutti i benefici e le controindicazioni del caso: c&#8217;è chi vi si aggrappa per elaborare un lutto impossibile, chi, dietro a crudeli bravate, sfoga un disagio familiare irrisolvibile o chi, convinto di fare del bene, distrugge il fragilissimo equilibrio di chi nell&#8217;anonimato aveva trovato un rifugio.<br />
Si contano sulle dita di una mano i momenti in cui uno schermo non faccia da tramite fra un personaggio e l&#8217;altro, preferibilmente come sfondo di una sessione in messaggistica privata (forse, a livello di messa in scena, i momenti più riusciti del film, immersi in un opprimente silenzio), tutti i rari momenti di interazione diretta grondano disprezzo, recriminazione o violenza e il salvifico conforto dello scostamento dalla vita reale, come una droga, si concretizza in fin dei conti in una toppa ben peggiore del buco.</p>
<p>Ma &#8220;Disconnect&#8221; non è solo un sostantivo: è anche un verbo, e della peggior specie, soprattutto se usato in un titolo.<br />
&#8220;Scollegati&#8221;, sembra suggerire una seconda, altrettanto plausibile traduzione, un fastidioso imperativo che pare svelare i suoi pedanti intenti didattici e squarciare quello strato di autenticità e di spontaneità che un documentarista come Rubin doveva tenere presente: appesantita dalla sceneggiatura pigra e formulaica di Andrew Stern, la pellicola affonda nella retorica e adotta un atteggiamento da tavola rotonda televisiva così moraleggiante &#8211; &#8220;spegnete il pc e confrontatevi&#8221; &#8211; da infastidire, ricercando a bella posta l&#8217;identificazione di un pubblico chiamato a riflettere sulle insidie della comunicazione informatica giocando soprattutto sulle sue paure (e una tagline trombona come &#8220;oggi che siamo connessi ci sentiamo più soli che mai&#8221; di certo non aiuta).<br />
Al di là delle effettive, onnipresenti minacce che popolano quotidianamente la Rete, il film finisce per dimenticarsi della necessità di raccontare una storia e per adottare un tono a dir poco predicatorio e cattedratico, lanciandosi in una serie di invettive fin troppo facili e retrive, dal vecchio adagio dell&#8217;assenza dei padri all&#8217;evergreen dell&#8217;invadenza e dell&#8217;ipocrisia dei media, fino al solito, immarcescibile malessere adolescenziale: ne risente pertanto anche il nutrito cast, fra evidenti casi di <em>tokenism</em> (una Hope Davis talmente sprecata che il suo ruolo sembra esistere solo in funzione del suo partner Jason Bateman) e performance visibilmente non all&#8217;altezza (in particolare quella di Paula Patton, una specie di Rosario Dawson dei poveri), mentre i pochi elementi validi della compagine (l&#8217;ottimo Frank Grillo su tutti) restano ingabbiati in figurine risapute e schematiche, rese ancora più monodimensionali e abbozzate dalla scelta di intrecciare le vicende fra loro secondo i canoni più abusati del <em>cinema hyperlink </em><em>da </em><span>Iñárritu in giù,</span></p>
<p>Così, fra la solita giornalista rampante, il solito frustrato reduce della Guerra del Golfo, il solito teenager solitario emo/alternative con la frangia e altre naftaliniche selezioni dal manuale dei personaggi tipo, l&#8217;intreccio procede di ovvietà in ovvietà, così preoccupata di fotografare il presente da non accorgersi di essere già a tratti obsoleta (il film è stato presentato fuori concorso e senza particolare clamore a Venezia69), così intrisa di sensazionalismo e di effettismo (dopotutto produce Marc Forster, non certo un campione di delicatezza) da non rendersi conto dell&#8217;insipienza e della banalità delle proprie storie &#8211; l&#8217;episodio della coppia in cerca del pirata informatico, in particolare, non va da nessuna parte -, così ansiosa di mantenere il realismo formale della non-fiction, come testimoniano le frequenti scene riprese con focali molto lunghe e microfoni a spilla per allontanare la crew dagli attori e consentire a questi ultimi una prestazione più spontanea, da crollare progressivamente verso le formule narrative ed estetiche del melodramma più stantio, con il culmine raggiunto da un ralenti a effetto da antologia del brutto che dovrebbe rappresentare il culmine e il cruento trait d&#8217;union degli eventi ma che scioglie definitivamente ogni dubbio sullo striminzito apparato drammaturgico che sorregge il film.</p>
<p>E se da un lato verrebbe da apprezzare l&#8217;idea di concludere tutto prima di quell&#8217;edulcorato finale hollywoodiano che sarebbe stato lecito aspettarsi, d&#8217;altro canto questa sospensione assomiglia più ad un atto di indolenza e a una dimostrazione di incertezza che a una scelta consapevole e anticlimatica.<br />
<em>Disconnect</em>, in poche parole, dimostra che non è sufficiente imbastire una manciata di racconti per parlare di cinema corale e per ambire all&#8217;universale, che la grandezza di capolavori come <em>America oggi</em> e <em>Magnolia</em> non sta nella quantità e nella mole dell&#8217;insieme, ma nella potenza indipendente del singolo particolare e che, anche dietro ad un occhio smaliziato e sincero, un cliché è destinato a restare comunque un cliché.</p>
<p><strong>Voto</strong>: 5</p>
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