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	<title>Movielicious &#187; Jimmy&#8217;s Hall &#8211; Una storia d&#8217;amore e libertà</title>
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	<description>Cinema e gossip a portata di click</description>
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		<title>Jimmy&#8217;s Hall &#8211; Una storia d&#8217;amore e libertà</title>
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		<pubDate>Mon, 15 Dec 2014 22:32:24 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Carolina Tocci]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Ora al cinema]]></category>
		<category><![CDATA[Recensioni]]></category>
		<category><![CDATA[Barry Ward]]></category>
		<category><![CDATA[Jimmy's Hall - Una storia d'amore e libertà]]></category>
		<category><![CDATA[Ken Loach]]></category>

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		<description><![CDATA[Il ballo come sinonimo di libertà nell'Irlanda dei primi anni Trenta. L'ultima fatica di Ken Loach che]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Scheda</strong><br />
(Jimmy&#8217;s Hall, U.K. 2014)<br />
Uscita: 18 dicembre 2014<br />
Regia: Ken Loach<br />
Con: Barry Ward, Andrew Scott, Simone Kirby<br />
Durata: 1 ora e 46 minuti<br />
Distribuito da: BIM</p>
<p><a href="http://www.movielicious.it/wordpress/wp-content/uploads/2014/12/jimmys-hall_1.jpg"><img class="alignnone size-full wp-image-40228" title="jimmys-hall_1" src="http://www.movielicious.it/wordpress/wp-content/uploads/2014/12/jimmys-hall_1.jpg" alt="" width="500" height="333" /></a></p>
<p>Arriva inevitabilmente il momento, in una produzione accompagnata da sempre alla militanza, in cui la passione civile e il furore politico non bastano più a nobilitare l&#8217;intento artistico &#8211; figuriamoci quindi a giustificarlo -, il superamento di una soglia oltre cui incombono spietati anacronismo e maniera. Così come l&#8217;operato del collega e coetaneo Citto Maselli rimasto orfano delle convergenze parallele e del compromesso storico, il cinema del decano <strong>Ken Loach</strong> al crepuscolo dell&#8217;anti &#8211; e del post-thatcherismo è rimasto saldamente aggrappato a se stesso e, con le dovute eccezioni dell&#8217;ottimo <em>In questo mondo libero&#8230;</em>, dove a funzionare era soprattutto l&#8217;inedita prospettiva padronale dei soliti temi, e della sentita sortita documentaristica di <em>The Spirit of &#8217;45</em>, ha progressivamente perduto la propria ragion d&#8217;essere, ora riproponendo pigre variazioni sul tema (come quel <em>Paul, Mick e gli altri</em> che ripeteva la medesima struttura di <em>Riff Raff</em> o quella versione casalinga del riuscito <em>Terra e libertà</em> che fu <em>Il vento che accarezza l&#8217;erba</em>), ora sperimentando formule decisamente al di fuori della propria portata (il romance interculturale <em>Un bacio appassionato</em>, la commedia surreale <em>Il mio amico Eric</em> e il thriller cospirativo <em>L&#8217;altra verità</em>).</p>
<p><strong><em>Jimmy&#8217;s Hall</em></strong> è il consueto appuntamento a scadenza mai men che biennale sfornato dall&#8217;accoppiata storica Loach-Laverty, un racconto portato avanti con una sincerità e una coerenza di fondo sempre più croce e meno delizia dell&#8217;ottica dell&#8217;artefice di <em>My Name Is Joe</em>, una testimonianza che, col pretesto di trasfigurare il presente ricorrendo alla biografia storica, tradisce soltanto lo smarrimento di un autore che ha perso definitivamente di vista l&#8217;attuale e che preferisce ripararsi dietro un senso di nostalgia e di appartenenza che, in un&#8217;epoca definitivamente segnata dal crollo delle ideologie, non suscita più alcuna commozione, ma che al massimo fa tenerezza.</p>
<p><a href="http://www.movielicious.it/wordpress/wp-content/uploads/2014/12/jimmye28099s-hall_2.jpg"><img class="alignnone size-full wp-image-40229" title="jimmye28099s-hall_2" src="http://www.movielicious.it/wordpress/wp-content/uploads/2014/12/jimmye28099s-hall_2.jpg" alt="" width="500" height="281" /></a></p>
<p>Zuccherino capace di soddisfare esclusivamente il palato di qualche veterocomunista irredento &#8211; già entrata nel culto la recensione entusiasta di Concita de Gregorio -, <em>Jimmy&#8217;s Hall</em> si accontenta di crogiolarsi in un manicheismo fastidioso e tagliato con l&#8217;accetta, con contrapposizioni fra proletari tutti in odor di santità e tutori dell&#8217;ordine tutti trainati dalla stessa ottusa malvagità, e in un didascalismo trombone da spari sulla Croce Rossa (la tirata del protagonista contro l&#8217;America travolta dalla Grande Depressione, su tutte), sovraimpressi a una visione d&#8217;insieme non troppo diversa dalle storielle di Don Camillo &#8211; a ruoli naturalmente invertiti &#8211; o da una specie di versione politicizzata di <em>Footloose</em>. Va ancora una volta notato, poi, quanto l&#8217;attenzione alla cura formale si traduca spesso nell&#8217;opera di Loach in una minore riuscita sotto il profilo della scrittura e dell&#8217;approfondimento delle situazioni, vista la bidimensionalità e il tratteggio minimo dei caratteri, formulaici fino allo stereotipo, dalla madre chioccia agli adolescenti prestanti e pulitini che paiono usciti dall&#8217;iconografia sovietica, fino a un sommesso <em>love interest</em> di rara inconsistenza cui nemmeno una scena di ballo vagamente erotica, tanto espressiva quanto fuori posto, riesce a restituire profondità.</p>
<p>In attivo viene solo da segnalare la fotografia ombrosa e smeraldina di <strong>Robbie Ryan</strong> (presenza fissa, e in un certo senso valore aggiunto della carriera di Andrea Arnold e Osella per il Contributo Tecnico a Venezia per <em>Wuthering Heights</em>), che arricchisce la programmatica trascuratezza e la ricercata sciatteria delle immagini loachiane a scapito dell&#8217;anima stessa della storia. Pur dando il titolo al film, la sala allestita dall&#8217;attivista irlandese Jimmy Gralton (<strong>Barry Ward</strong>) per ospitare le attività pedagogico-intrattenitive della sua comunità non entra mai nel vivo delle vicende e stenta ad assurgere allo status di personaggio, mentre gli scontri ideologici fra classe operaia e oppressori di turno &#8211; qui, per non farci mancare nulla, abbiamo una spietata alleanza fra sacerdoti e latifondisti &#8211; ormai procedono col pilota automatico, senza sorprese né innovazioni.</p>
<p>A tratti la spavalderia del veterano mangiapreti riacquista il suo fascino populista e, se si accetta il gioco, si corre anche il rischio di appassionarsi (la presentazione del grammofono e il corteo in bicicletta che &#8220;scorta&#8221; Jimmy prima della partenza per l&#8217;esilio, per esempio, regalano qualche sussulto), il misero universo che lotta per i propri diritti, come già detto, pulsa di ruspante autenticità e di vita vera, ma al termine di una filmografia lunga oltre quarant&#8217;anni (<em>Jimmy&#8217;s Hall</em> è l&#8217;ultimo progetto del regista, stando alle parole della produttrice Rebecca O&#8217;Brien) sarebbe stato lecito aspettarsi oggi da Loach un percorso più diversificato e meno fossilizzato, e si vengono francamente a rimpiangere i tempi in cui il suo discorso sapeva essere palpitante, necessario e urgente.</p>
<p>Voto <strong>4</strong></p>
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