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	<title>Movielicious &#187; La ritournelle</title>
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	<description>Cinema e gossip a portata di click</description>
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		<title>Festival di Mosca &#8211; Giorno 3</title>
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		<pubDate>Sat, 21 Jun 2014 21:17:48 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Andrea Bosco]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[Isabelle Huppert ne La Ritournelle, poi una sorta di Lolita in versione giapponese e la freschezza dell'ultimo]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<div id="attachment_37476" style="width: 510px" class="wp-caption alignnone"><a href="http://www.movielicious.it/wordpress/wp-content/uploads/2014/06/la-ritournelle.jpg"><img class="size-full wp-image-37476" title="la-ritournelle" src="http://www.movielicious.it/wordpress/wp-content/uploads/2014/06/la-ritournelle.jpg" alt="La ritournelle" width="500" height="333" /></a><p class="wp-caption-text">La ritournelle</p></div>
<p>Se nella cornice istituzionale di un Festival del Cinema l&#8217;alleggerimento comico è garantito da concorrenti alla stregua del francese <em><strong>La ritournelle</strong></em>, viene quasi da smorzare l&#8217;acredine nei confronti di pastrocchi pseudo-autoriali come la pellicola di chiusura di ieri: la quarta fatica di Marc Fitoussi è una scialba commediola turistica di scarsissimo spessore che vorrebbe proporsi spregiudicatamente come un elogio delle virtù benefiche della tresca, ma i risultati, quando non risaputi, mettono comunque una certa tristezza.<br />
Non si capisce perché si dovrebbero prendere in simpatia i patetici capricci sentimentali dell&#8217;allevatrice di bovini Brigitte &#8211; una <strong>Isabelle Huppert</strong> ancora una volta vittima del proprio autolesionismo, perennemente &#8220;colbaccata&#8221; come la Lara del <em>Dottor Zhivago</em> e decisamente poco credibile nel ruolo di provinciale contadinotta -, infatuata prima di una sottospecie di tronista cannettaro che fa il poser leggendo Calvino e poi di un maturo odontoiatra scandinavo (Michael Nyqvist, il Blomqvist della trilogia di <em>Millennium</em>) che le faranno scoprire le gioie dell&#8217;infedeltà in una Parigi banalmente cartolinesca mentre il marito Xavier (Jean-Pierre Darroussin, l&#8217;indimenticabile ispettore Monet di <em>Miracolo a Le Havre</em>) la pensa in viaggio per una visita dermatologica.<br />
Troppo raffrenato e spento per trasformarsi in pochade e troppo frivolo e superficiale per meditare sulle derive senili del matrimonio (quanto accade, invece, nel riuscito <em>Le Weekend</em> di Roger Michell), <em>La ritournelle</em> è un&#8217;Anna Karenina all&#8217;acqua di rose che procede per episodi svenevoli ed equivoci puerili, rassicurante e levigato come un tv movie per le pigre serate estive, un racconto facilone e scontato che, malgrado la bella alchimia fra la Huppert e Darroussin, non va da nessuna parte e che, specie quando cerca di prendersi sul serio, sortisce effetti ancora più imbarazzanti.<br />
Come accaduto l&#8217;anno scorso per i similmente approssimativi e, almeno sulla carta, brillanti <em>Matterhorn</em> e <em>Spaghetti Story</em>, il duttile pubblico moscovita, come da programma, ha gradito non poco.</p>
<div id="attachment_37477" style="width: 510px" class="wp-caption alignnone"><a href="http://www.movielicious.it/wordpress/wp-content/uploads/2014/06/watashi_no_otoko_my_man.jpg"><img class="size-full wp-image-37477 " title="watashi_no_otoko_my_man" src="http://www.movielicious.it/wordpress/wp-content/uploads/2014/06/watashi_no_otoko_my_man.jpg" alt="" width="500" height="247" /></a><p class="wp-caption-text">Watashi no Otoko (Il mio uomo)</p></div>
<p>Forse non perfettamente a fuoco ma assai più interessante è il partecipante giapponese del concorso, il melodramma erotico <em><strong>Watashi no otoko </strong>(Il mio uomo)</em>, che è contemporaneamente una variazione tutt&#8217;altro che logora sulla poetica del consanguineo tanto ricorrente nella cinematografia dell&#8217;Estremo Oriente quanto una sorta di versione degenerata del <em>Lolita </em>nabokoviano.<br />
Personaggio principale è la teenager Hana, rimasta orfana in tenerissima età in seguito a un apocalittico tsunami e presa in custodia dal lontano parente Jungo (il divo nipponico Tadanobu Asano), che se ne affezionerà al punto da non impedire e anzi da incoraggiare l&#8217;insorgere della loro reciproca, ossessiva attrazione carnale, suscitando lo scandalo della comunità che li crede padre e figlia: il carattere incestuoso della relazione, di per sé inesistente, si rivelerà essere il motore e non il freno dei sentimenti della ragazza, che scemeranno soltanto quando l&#8217;illusione del legame filiale non avrà più ragione di esistere.<br />
Il quarantenne <strong>Kazuyoshi Kumakiri</strong> adatta un romanzo della prolifica Kazuki Sakuraba rischiando moltissimo e non lasciandosi spaventare dal turbine irresistibile dell&#8217;<em>amour fou</em>, calcando probabilmente un po&#8217; tanto la mano solamente nei momenti maggiormente visionari (la perdita della verginità, consumata in una stanza che, simbolicamente, si ritrova immersa nel sangue), ma tenendosi sempre a due passi dal compiacimento e dal cinismo. Grande rilievo hanno gli ambienti, dicotomicamente divisi fra il gelido inverno di Hokkaido (indimenticabile e lancinante la sequenza sui banchi di ghiaccio alla deriva) e la torrida estate di una irriconoscibile, lurida Tokyo, e altrettanto decisivo è l&#8217;apporto musicale dell&#8217;americano Jim O&#8217;Rourke, ex-chitarrista dei Gastr del Sol e figura fra le più essenziali del genere post-rock, ma a stagliarsi su tutto è l&#8217;imprescindibile contributo dei due straordinari protagonisti, in particolare l&#8217;emergente, intensissima Fumi Nikaidô, già premio Mastroianni a Venezia69 per <em>Himizu </em>e attualmente in pole position per il premio per la migliore interpretazione femminile.</p>
<div id="attachment_37478" style="width: 510px" class="wp-caption alignnone"><a href="http://www.movielicious.it/wordpress/wp-content/uploads/2014/06/black-coal-thin-ice.jpg"><img class="size-full wp-image-37478" title="black-coal-thin-ice" src="http://www.movielicious.it/wordpress/wp-content/uploads/2014/06/black-coal-thin-ice.jpg" alt="Black Coal, Thin Ice" width="500" height="263" /></a><p class="wp-caption-text">Black Coal, Thin Ice</p></div>
<p>Il pomeriggio è interamente dedicato agli ultimi campioni del Filmpalast, nell&#8217;ordine l&#8217;orientale <strong><em>Black Coal, Thin Ice</em> </strong>(Orso d&#8217;Oro) e il francese <em><strong>Aimer, boire et chanter </strong></em>(Orso d&#8217;Argento &#8211; Premio Alfred Bauer): il primo è un avvincente e cupissimo poliziesco metropolitano che, un anno dopo l&#8217;eccellente <em>Il tocco del peccato</em> di Jia Zhangke (Prix du scénario a Cannes 66), rispecchia alla perfezione il clima di cambiamento e di &#8220;tonificazione&#8221; del cinema cinese di genere. Non serve aver letto Chandler o conoscere a menadito la storia del noir per intuire gli sviluppi, non proprio originalissimi, di un caso che ha a che fare con una serie sospetta di omicidi e di occultamenti di cadaveri, e quasi sorge il sospetto che, girato in Occidente, un film così non avrebbe sollevato il medesimo entusiasmo. Determinante e assolutamente inconsueto è invece l&#8217;approccio adottato da Yinan, soprattutto nella parte centrale, colma di ellissi e di silenzi, dove si avverte il timbro della produttrice Vivian Qu (al Lido l&#8217;anno scorso con il suggestivo thriller <em>Trap Street</em>, suo esordio alla regia), un metodo che, sullo sfondo dell&#8217;indagine, lascia percepire tutte le contraddizioni e i patimenti di un Paese allo sbando che ha perso le proprie certezze e che vede il Male propagarsi sin nei suoi basici elementi (il carbone e il ghiaccio del titolo). A tratti spiazzante &#8211; a cominciare dalla sparatoria nel salone, il colpo di scena più imprevedibile -, <em>Black Coal, Thin Ice </em>è un invidiabile compromesso fra autorialità e commercialità, un esperimento accattivante che dovrebbe fungere da esempio su come unire la semantica dell&#8217;industria filmica di consumo con la grammatica di quello d&#8217;essai.</p>
<div id="attachment_37479" style="width: 509px" class="wp-caption alignnone"><a href="http://www.movielicious.it/wordpress/wp-content/uploads/2014/06/aimer-boire-et-chanter-de-alain-resnais.jpg"><img class="size-full wp-image-37479" title="aimer-boire-et-chanter-de-alain-resnais" src="http://www.movielicious.it/wordpress/wp-content/uploads/2014/06/aimer-boire-et-chanter-de-alain-resnais.jpg" alt="" width="499" height="282" /></a><p class="wp-caption-text">Aimer, boire et chanter</p></div>
<p>L&#8217;identità del secondo film sta già tutta nel premio attribuitogli dalla giuria del Festival di Berlino: che sia stato l&#8217;allora 91enne regista <strong>Alain Resnais</strong> ad aggiudicarsi il riconoscimento per l&#8217;opera &#8220;che meglio di tutte si affaccia sulle nuove frontiere dell&#8217;espressione cinematografica&#8221; la dice lunga sulla modernità di linguaggio, sulla freschezza della fattura e sul gusto immarcescibilmente avvenieristico dell&#8217;immenso papà della Nouvelle Vague recentemente scomparso, che nei 55 anni della sua carriera nel lungometraggio, da <em>Hiroshima mon amour </em>in poi, è sempre stato in grado di precorrere le più cruciali innovazioni dell&#8217;arte di mettere in scena.<br />
Resnais, dopo il dittico <em>Smoking/No Smoking</em> e il successo di <em>Cuori</em>, usa come pretesto un&#8217;altra pièce del londinese Alan Ayckbourn, e si circonda per l&#8217;ultima volta dei suoi attori-feticcio, l&#8217;immancabile André Dussolier e la moglie-musa Sabine Azéma, per imbastire una considerazione teorica sulla rappresentazione e una riflessione intima sulla morte che per certi versi incarna il volto più farsesco e meno cerebrale del precedente &#8211; e inspiegabilmente ancora inedito &#8211;<em>Vous n&#8217;avez encore rien vu</em>, un cinema fatto di segni elementari eppure disorientanti come la prospettiva in grandissima parte frontale tipica del palcoscenico, la natura smaccatamente fasulla delle scenografie, che esaspera l&#8217;origine teatrale del testo, i monologhi ripresi in primo piano su background retinato che spezzano violentemente l&#8217;azione e così via.<br />
Riley, protagonista assente, è, inutile dirlo, lo stesso anziano cineasta, ed è con lacerante commozione che alla fine assistiamo al suo ironicamente puntualissimo funerale &#8211; Resnais è deceduto neanche due settimane dalla conclusione della Berlinale -, salutati, con un macabro senso dell&#8217;ironia, dall&#8217;immagine sarcastica di un teschio sorridente, l&#8217;effigie imperitura di chi, dai tormenti dell&#8217;esistenza, ha saputo cogliere costantemente il lato più gioioso e vivace.</p>
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