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	<title>Movielicious &#187; Nicolas Cage e Tye Sheridan</title>
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	<description>Cinema e gossip a portata di click</description>
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		<title>Joe</title>
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		<pubDate>Wed, 15 Oct 2014 16:33:42 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Andrea Bosco]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Ora al cinema]]></category>
		<category><![CDATA[Recensioni]]></category>
		<category><![CDATA[David Gordon Green]]></category>
		<category><![CDATA[Joe]]></category>
		<category><![CDATA[Nicolas Cage e Tye Sheridan]]></category>

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		<description><![CDATA[Nicolas Cage protagonista di una storia cruda e violenta firmata da David Gordon Green.]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Scheda</strong><br />
(Id, USA 2013)<br />
Uscita: 16 ottobre 2014<br />
Regia:  David Gordon Green<br />
Con: Nicolas Cage e Tye Sheridan<br />
Durata: 1 ora e 47 minuti<br />
Distribuito da: Movies Inspired</p>
<p><a href="http://www.movielicious.it/wordpress/wp-content/uploads/2014/10/cage.jpg"><img class="alignnone size-full wp-image-39211" title="cage" src="http://www.movielicious.it/wordpress/wp-content/uploads/2014/10/cage.jpg" alt="" width="500" height="281" /></a></p>
<p>Sarà in parte anche colpa del ritmo a singhiozzo della distribuzione nostrana, ma degli squallidi, impoveriti scenari rurali dell&#8217;America di provincia e della loro minacciosa, imbarbarita e quasi tribale fauna umana si comincia ad averne fin sopra i capelli: a fare da apripista a questa corrente sospesa fra il gotico sudista e la hicksploitation ma ad uso e consumo del popolo del Sundance è stato in discreta misura il fortunato <em>Un gelido inverno</em>, efficace esordio da attrice di primo piano dell&#8217;allora ventenne Jennifer Lawrence, seguito a ruota dal cruento coming-of-age <em>Mud</em> (da noi uscito in sala soltanto questa estate), dall&#8217;eccellente adattamento per il cinema del <em>Killer Joe</em> di Tracy Letts, dall&#8217;ancora inedito <em>Ain&#8217;t Them </em><em>Bodies Saints</em> (presentato lo scorso anno a Cannes) e dalla desolazione sottoproletaria de <em>Il fuoco della vendetta</em>, senza dimenticare, sul piccolo schermo, i paesaggi spettrali e primitivi della Louisiana di <em>True Detective</em>.</p>
<p>Ultimo in ordine di arrivo, dopo un passaggio in concorso alla 70a Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, <strong><em>Joe </em></strong>si aggira fra la tetra, inospitale realtà dell&#8217;estrema periferia texana e la degradazione infinita dei suoi incattiviti abitanti, ma sorge il dubbio che l&#8217;operazione sia principalmente il pretesto per una duplice, auspicata rinascita artistica: da un lato, la scappatoia abbastanza ipocrita del film-vetrina, con il quale nettare e disinfettare la filmografia di uno zimbello acclarato come <strong>Nicolas Cage</strong>, dall&#8217;altro il tentativo sincero ma anodino dell&#8217;ex-enfant prodige <strong>David Gordon Green</strong> di restituirci la forma più pura e meno ingabbiata dalle commissioni di turno del talento rivelatosi con <em>George Washington</em> (vincitore del 18° Torino Film Festival), esploso con lo splendido <em>Undertow</em> e riciclatosi tristemente, in tempi più recenti, nell&#8217;allegra scuderia di Judd Apatow con abomini demenziali su cui è opportuno tacere.</p>
<p><a href="http://www.movielicious.it/wordpress/wp-content/uploads/2014/10/joe_2.jpg"><img class="alignnone size-full wp-image-39212" title="joe_2" src="http://www.movielicious.it/wordpress/wp-content/uploads/2014/10/joe_2.jpg" alt="" width="499" height="282" /></a></p>
<p>Ringalluzzito dall&#8217;Orso d&#8217;Argento per la Migliore Regia al penultimo Festival di Berlino assegnato al suo <em>Prince Avalanche</em>, il cineasta di Little Rock ritrova gli ambienti, i personaggi e le dinamiche della sua fase indie, rivisti però con la sensibilità di un regista ormai affermato e passato relativamente incolume attraverso i meccanismi dell&#8217;industria filmica che conta: escono ridimensionati soprattutto i debiti nei confronti della poetica di Terrence Malick, suo nume tutelare nonché coproduttore di <em>Undertow</em>, ma il ritorno a casa di Green, seppur salvifico e depurante, non riporta precisamente alle vette dei suoi esordi.</p>
<p>Traendo spunto dall’omonimo romanzo di Larry Brown, si torna a parlare di figure paterne, di riscatti impossibili e di vicende di quotidiano abuso e di ordinaria sopraffazione, qui rappresentati dall’ex-detenuto Joe (Nicolas Cage), che diventa la figura di riferimento e il viatico verso l&#8217;età adulta del quindicenne Gary (<strong>Tye Sheridan</strong>, insignito del Premio Mastroianni e già visto, guarda caso, tanto in <em>The Tree of Life</em> quanto, in ruolo assai simile, nel già citato <em>Mud</em>), costantemente vessato dal padre alcolista ed ingabbiato in una vita la cui miglior prospettiva è raggranellare qualche dollaro “uccidendo” alberi nelle lugubri boscaglie circostanti.</p>
<p>Il legame che si instaura fra i due però non va oltre una convenzionale e neanche tanto approfondita educazione alla crescita che in vari momenti ricorda – epilogo compreso – i precetti del vecchio Kowalsky di <em>Gran Torino</em>: Green punta molto sul miserabilismo finanche insistito del contesto e sul simbolismo della pagina scritta, ma si dimentica di definire figure convincenti e sfaccettate, fallendo nella costruzione di una progressione drammatica appassionante e procedendo per una serie di episodi interscambiabili in cui l&#8217;atmosfera dovrebbe supplire alle carenze di scrittura.</p>
<p>Il film è effettivamente slabbrato, privo di un autentico baricentro e per certi versi semplicistico, vittima della canonicità delle situazioni (il percorso di redenzione dell&#8217;adulto alternato a quello di autoaffermazione dell&#8217;adolescente) e di cambi di registro un po’ troppo facili – la parentesi comica con la ricerca del cane scomparso, la prevedibile ma repentina risoluzione tragica del finale, che pure intenderebbe commuovere -, e conta eccessivamente, a scapito dell&#8217;equilibrio d&#8217;insieme e del fattore coinvolgimento, sul carisma autolesionista del suo protagonista, diretto con intelligenza ed empatia, capace persino di una sobrietà e di un&#8217;autoironia (già di culto la sequenza della &#8220;pain face&#8221;) che sembravano estinte.</p>
<p><em>Joe</em> è pertanto, più che il volenteroso inizio di una seconda giovinezza, un’opera di mera, deludente transizione, uno sterile e privato atto di nostalgia nei confronti di un passato autoriale irrecuperabile più che un discorso propositivo verso una carriera in divenire (il suo appena appena meglio riuscito <strong><em>Manglehorn</em></strong>, visto quest&#8217;anno al Lido, si lascia vampirizzare dalla presenza imprescindibile di Al Pacino, ma non si allontana granché da qui), null&#8217;altro che un superficiale esercizio di stile senza molta sostanza di cui rimane, a fine visione, ben poco.</p>
<p><strong>Voto</strong> 5</p>
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