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	<title>Movielicious &#187; Roger Ebert</title>
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	<description>Cinema e gossip a portata di click</description>
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		<title>Life Itself</title>
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		<pubDate>Wed, 18 Feb 2015 21:19:20 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Andrea Bosco]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Ora al cinema]]></category>
		<category><![CDATA[Recensioni]]></category>
		<category><![CDATA[Life Itself]]></category>
		<category><![CDATA[Roger Ebert]]></category>
		<category><![CDATA[Steve James]]></category>

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		<description><![CDATA[La storia di Roger Ebert, critico cinematografico americano tra i più celebri, raccontata nel documentario]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Scheda</strong><br />
(USA, 2014)<br />
Uscita: 19 febbraio 2015<br />
Regia: Steve James<br />
Con: Martin Scorsese, Werner Herzog, Roger Ebert<br />
Durata: 1 ora e 55 minuti<br />
Distribuito da: I Wonder Pictures</p>
<p><a href="http://www.movielicious.it/wordpress/wp-content/uploads/2015/02/life_itself.jpeg"><img class="alignnone size-full wp-image-41193" title="life_itself" src="http://www.movielicious.it/wordpress/wp-content/uploads/2015/02/life_itself.jpeg" alt="" /></a></p>
<p>È in un momento particolarmente controverso e sintomatico per il  cinema di consumo che si fa largo nelle sale italiane un film come <em><strong>Life Itself</strong></em><strong><em></em></strong>:  ha ancora senso, a fronte degli oltre 250 milioni di dollari incassati  nell&#8217;arco di una settimana da una calamita per stroncature come <em>50 sfumature di grigio</em>,  parlare di rilevanza e di centralità della critica? Nell&#8217;epoca di  Twitter e della proliferazione delle webzine amatoriali, che peso ha  assunto la voce del mediatore professionista fra il prodotto finito e la  platea?</p>
<p>Basta ricordarsi delle reazioni piccate dello spettatore medio al vincitore festivaliero di turno (uno su tutti l&#8217;epocale <em>The Tree of Life</em>,  ma pure l&#8217;ultima fatica di Roy Andersson, uscita oggi, vedrà l&#8217;iniziale  curiosità delle masse trasformarsi inesorabilmente in perplessità) o  sintonizzarsi sul clima di accondiscenza e di clientelismo di una  puntata a scelta del salotto marzulliano di Rai1 per accorgersi del  ruolo sempre più ininfluente, se non spesso asservito, del giornalismo  cinematografico nella coscienza collettiva e nel percorso commerciale di  un&#8217;opera filmica.</p>
<p><em>Life Itself </em>ci presenta sotto forma di diario il piano professionale e personale della vita di <strong>Roger Ebert</strong>,  uno dei più popolari rappresentanti della categoria, scomparso nel 2013  al termine di una lunga battaglia contro un cancro alla tiroide che  aveva fortemente debilitato il suo profilo pubblico senza per questo  frenare la sua quarantennale attività. Ma il ritratto firmato dallo  statunitense <strong>Steve James</strong> esamina solo in superficie gli aspetti  più problematici e deontologici dell&#8217;analisi teorica del cinema e di  quanto essa si rifletta nel sentire comune: innanzitutto l&#8217;autore di <em>Hoop Dreams </em>stabilisce  come fulcro dell&#8217;operazione lo stadio terminale della vita del  cronista, soffermandosi in particolare sugli ultimi, estenuanti cinque  mesi di ospedalizzazione e illustrando senza sconti, con una prospettiva  che vorrebbe dirsi intima ma che rischia frequentemente di cadere nella  trappola della morbosità e nel pietismo, le varie tappe del suo  decadimento fisico, con il risultato di indirizzare eccessivamente  l&#8217;attenzione sull&#8217;uomo (anzi, sul martire) a scapito del critico, dei  suoi traguardi e delle sue contraddizioni.</p>
<p><a href="http://www.movielicious.it/wordpress/wp-content/uploads/2015/02/life-itself-2.jpg"><img class="alignnone size-full wp-image-41194" title="life-itself-2" src="http://www.movielicious.it/wordpress/wp-content/uploads/2015/02/life-itself-2.jpg" alt="" width="500" height="281" /></a></p>
<p>Quando ciò non accade,  tuttavia, queste ultime vengono spazzate via nel giro di poche battute,  specie il suo passato da alcolista e il suo passaggio all&#8217;attività  televisiva che venne da molti vista come l&#8217;inizio di una degenerazione  populista che avrebbe presto coinvolto l&#8217;intero settore, e a rimanere è  più che altro un&#8217;enumerazione di successi di taglio pesantemente  agiografico, sottolineata dagli interventi di veterani come Scorsese  (produttore esecutivo, tra l&#8217;altro) ed Herzog o di nuove leve come il  Ramin Bahrani di<a href="http://www.movielicious.it/2014/08/29/venezia-71-giorno-3/"> <em>99 Homes </em></a>(visto a Venezia71), la Ava DuVernay di <a href="http://www.movielicious.it/2015/02/10/selma-la-strada-per-la-liberta/" target="_blank"><em>Selma</em> </a>e lo stesso James, tutti a rendere grazia di una carriera avviata e  benedetta dal suo consenso trascendendo quasi nella piaggeria, senza  voci fuori dal coro (quella di Michael Cimino, per dirne una, che si  vide allontanato a lungo dal set anche per colpa di recensioni  ingiuriose e infamanti come quella di Ebert per il suo capolavoro <em>I cancelli del cielo</em>) a deturpare il santino.</p>
<p>Per ritrovare un po&#8217; di spontaneità e di pepe bisogna aspettare quindi l&#8217;ampio capitolo dedicato al rapporto con l&#8217;amico/nemico <strong>Gene Siskel</strong>,  con cui il giornalista instaurò una proficua, bellicosa e leggendaria  collaborazione sul piccolo schermo per un quarto di secolo, fra  discussioni accesissime e storie di rivalità che, amplificando le  debolezze di entrambi (la spocchia del primo in quanto perfettamente integratosi nel jet-set e nella mondanità,  il complesso di superiorità del secondo derivato dal conseguimento del  Pulitzer), restituiscono l&#8217;immagine autentica, sfaccettata e vagamente  malsana del reale cinefilo di tutti i giorni, ma si tratta solamente di  parentesi, peraltro isolate e poco sviluppate (Ebert continuò il suo  show per altri sette anni dopo la morte del partner, stroncato da un  tumore al cervello e subito sostituito da Richard Roeper, ma su quella  fase cala il silenzio).</p>
<p>Il punto è che il materiale di partenza  del progetto, l&#8217;autobiografia omonima pubblicata nel 2011, è adattato da  James con troppo disordine e con troppa dispersività, e ciò che viene a  mancare è proprio quella visione della Settima Arte che, con i suoi  pregi e difetti, distingueva Ebert dai suoi contemporanei, riassunta con  non più di qualche frammento enciclopedico sparso qua e là che non dice  quasi nulla sul  suo stile di fare critica e sulla peculiarità del suo  linguaggio, ancor meno sul suo passaggio dalla carta stampata alla  pubblicazione online, tradizione oggi gestita discutibilmente da uno  stuolo di successori che ha trasformato il nome del fondatore in un  arbitrario marchio d&#8217;approvazione per i propri articoli.<br />
Così, come nel caso dell&#8217;affine &#8211; e altrettanto levigato &#8211; <em>La teoria del tutto</em>,  sorge il dubbio che a ergersi in primo piano non sia tanto il  protagonista, quanto la sofferente, pazientissima, amorevole compagna  della situazione, che qui è la moglie, esecutrice testamentaria e  promoter Chaz, cui è affidato il lato più sentimentale e privato della  pellicola, non soltanto la dimensione meno interessante e più  ricattatoria, ma soprattutto l&#8217;ostacolo che ci impedisce di approfondire  le diverse sfumature e lo spessore della personalità di Ebert.</p>
<p>Forse  James sperava di realizzare con il suo soggetto l&#8217;equivalente di ciò  che Wim Wenders, con l&#8217;arrischiatissimo esperimento di <em>Lampi sull&#8217;acqua</em>,  riuscì a comunicare filmando gli ultimi giorni di Nicholas Ray, ma qui,  fra una confezione canonica trainata da interviste sussiegose, da  transizioni scolastiche a base di servizi fotografici tirati a lucido e  da una colonna sonora didascalica che, più che commentare, imposta  invasivamente il tono dell&#8217;insieme, si ha l&#8217;impressione di una smisurata  riverenza e di un&#8217;impossibilità a mantenere le distanze dalla materia,  due errori fatali per qualsiasi documentarista che si rispetti.</p>
<p>Voto <strong>5</strong></p>
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		<title>Addio a Roger Ebert, ecco chi era</title>
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		<pubDate>Sat, 06 Apr 2013 09:03:12 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Carolina Tocci]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[slideshow]]></category>
		<category><![CDATA[Special]]></category>
		<category><![CDATA[Chicago Sun-Times]]></category>
		<category><![CDATA[Life Itself]]></category>
		<category><![CDATA[Roger Ebert]]></category>

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		<description><![CDATA[]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.movielicious.it/wordpress/wp-content/uploads/2013/04/roger-ebert1.jpg"><img class="alignnone size-full wp-image-31513" title="PD*63906291" src="http://www.movielicious.it/wordpress/wp-content/uploads/2013/04/roger-ebert1.jpg" alt="" width="499" height="312" /></a></p>
<p>La settimana che si è appena conclusa ha portato con sé una notizia davvero triste per tanti appassionati di cinema. Lo scorso 4 aprile si è infatti spento all’età di settant’anni un personaggio molto noto negli Stati Uniti, un po’ meno qui da noi, unanimamente riconosciuto come il <strong>critico cinematografico</strong> più celebre e influente di sempre, Mr. <strong>Roger Ebert</strong>. E’ strano mettersi a scrivere di lui ora che non c’è più, non che abbia mai avuto il piacere di conoscerlo, ma in un certo modo il signor Ebert è entrato a far parte della mia vita circa una decina di anni fa, un po’ per caso, quando ho iniziato a scrivere di cinema. Ero alle prese con una delle mie prime recensioni (l’ottimo <em>Closer</em> di Mike Nichols, pellicola con dei dialoghi sorprendenti che vi consiglio di recuperare se non l’avete vista) e, dopo aver messo il punto e consegnato il pezzo, ho iniziato a cercare sul web altri pareri di critici d’oltreoceano sul film. Così mi sono imbattuta nella recensione di Ebert, a cui il film era evidentemente piaciuto molto; ma più del suo giudizio globale sul <em>Closer</em>, ad avermi colpito era stata una frase in particolare in cui si evinceva che questo signore che scriveva sul Chicago Sun-Times ne aveva perfettamente colto il senso più profondo: « Ciò che rende unico <em>Closer</em>, l’elemento che lo fa sembrare onesto alla luce di questi tempi disonesti, è che i personaggi non si comprendono l’uno con l’altro, né tantomeno capiscono loro stessi ». Tutto il film in una frase. Ricordo di averlo odiato per un istante: perché quella frase non era venuta in mente a me? Da quel momento alla fine di ogni recensione che ho scritto, sono sempre andata a dare una sbirciatina sul suo blog per sapere se Roger fosse d’accordo con me, cosa che mi dava quel pizzico di sicurezza in più.</p>
<p>Nato nel 1942 a Urbana, fin dal liceo Ebert cominciò a scrivere articoli per riviste locali. Poi si iscrisse all’università dell’Illinois e collaborò con il giornale universitario: curioso come la sua prima recensione fu un film che definire complesso è poco:<strong><em> La dolce vita</em></strong> di Fellini.  Dopo anni lo stesso critico ritrattò il suo primo giudizio sulla pellicola, non esattamente positivo,  che aveva scritto quando era poco più che un ragazzino: «<em>I film non cambiano, ma i loro spettatori sì. Quando ho visto La dolce vita nel 1960 ero un adolescente per il quale &#8220;la dolce vita&#8221; rappresentava tutto quello che avessi mai sognato: peccato, esotico glamour europeo, l’estenuante storia d’amore del cinico giornalista. Quando l’ho rivisto, nel 1970 circa, stavo vivendo una versione del mondo di Marcello; la North Avenue di Chicago non era Via Veneto, ma alle tre di mattina i suoi frequentatori erano ugualmente coloriti, e avevo più o meno l’età di Marcello. Quando ho visto il film all’incirca nel 1980, Marcello aveva la stessa età, ma io avevo dieci anni di più, avevo smesso di bere, e non lo vedevo come un modello ma come una vittima, condannato a un’infinita ricerca della felicità che non poteva trovare, non in quel modo. Nel 1991, quando ho analizzato il film inquadratura per inquadratura all’Università del Colorado, Marcello sembrava ancora più giovane, e se un tempo l’avevo ammirato e poi criticato, ora provavo pietà per lui e lo amavo. E quando ho visto il film subito dopo la morte di Mastroianni, ho pensato che Fellini e Marcello avessero preso un momento di scoperta e lo avessero reso immortale. Potrà non esserci una cosa come la dolce vita. Ma è necessario scoprirlo da soli</em> ».</p>
<p><a href="http://www.movielicious.it/wordpress/wp-content/uploads/2013/04/roger-ebert-2.jpg"><img class="alignnone size-full wp-image-31514" title="roger-ebert-2" src="http://www.movielicious.it/wordpress/wp-content/uploads/2013/04/roger-ebert-2.jpg" alt="" width="496" height="310" /></a></p>
<p>Assolutamente innovativo, poi, il metro di giudizio che Ebert aveva ideato per stroncare o elogiare i film, adottato ora dalla maggior parte delle riviste specializzate e dai siti web che si occupano di cinema: <strong>le stelline</strong>. Sicuramente lo avete ben presente: consiste nell’assegnare alla pellicola recensita un voto che va da un minimo di mezza stella a un massimo di quattro. Un sistema che il critico utilizzava alternandolo a un altro, anche questo di sua invenzione, meglio noto come <strong>thumbs up – thumbs down</strong> (pollici in su – pollici in giù). Da sempre autodefinitosi un relativista del cinema, Ebert sosteneva che i film non potevano essere valutati utilizzando uno stesso metro di giudizio e che un’opinione su una pellicola portava inevitabilmente a darne una valutazione relativa e non assoluta. Sembrerà un concetto superato, ma in realtà questa sua riflessione ha letteralmente stravolto la critica cinematografica degli ultimi anni. Ecco come lo ha spiegato lo stesso Ebert all’interno della recensione di <em>Shaolin Soccer</em>, film diretto nel 2001 da Stephen Chow: «<em>Il sistema delle stellette è da considerarsi relativo, non assoluto. Quando chiedete ad un amico se Hellboy è un bel film, non gli chiedete se è un bel film rispetto a Mystic River, gli chiedete se è un bel film rispetto a The Punisher. E la mia risposta sarebbe che, se in una scala da 1 a 4 Superman è 4, allora Hellboy è 3 e The Punisher è 2. Allo stesso modo, se American Beauty è un film da 4 stelle, allora Il delitto Fitzgerald ne merita due</em> ».</p>
<p>Stella sulla Walk of Fame e <strong>Premio Pulitzer</strong> a parte (è stato l’unico critico cinematografico ad averne vinto uno), quello per cui Roger Ebert sarà ricordato è anche l’elemento che lo ha nettamente distinto dai suoi colleghi: la capacità di essere riuscito a stabilire un vero e proprio rapporto con il suo pubblico, legame intensificatosi negli anni grazie al web e ai new media (<a href="https://twitter.com/ebertchicago">Twitter</a> in primis) di cui Ebert ha saputo servirsi come pochi altri della sua generazione. A lui va il merito di aver reso la critica cinematografica comprensibile ai più attraverso la propria onestà intellettuale, la propria ironia e soprattutto una schiettezza che a volte ha rasentato la brutalità (celebre la frase con cui Ebert concluse la recensione sull’effettivamente insalvabile <em>Deuce Bigalow – Puttano in saldo</em> diretto nel 2005 da Mike Bigelow e interpretato da Rob Schneider: « Parlando in qualità di vincitore di un premio Pulitzer, Mr. Schneider, posso dire che il suo film fa schifo»).</p>
<p>Il giorno prima della sua morte aveva annunciato di doversi ritirare per ragioni di salute. Il cancro alla tiroide che aveva già combattuto e vinto nel 2002, e che lo aveva lasciato senza mandibola e senza la possibilità di mangiare, bere e parlare, era infatti riemerso. «<em>Devo andarci più cauto ora – aveva scritto sul Roger Ebert’s Journal. «E’ per questo che sto prendendo quello che mi piace definire come un “congedo”. Questo non vuol dre che me ne vado. Il mio intento è quello di continuare a scrivere recensioni selezionate, lasciando il resto a una squadra di autori di talento scelti con cura e molto ammirati dal sottoscritto. Finalmente adesso potrò fare quello che ho sempre sognato: recensire solo i film che ho voglia di recensire</em>». Il suo ultimo pezzo, <a href="http://rogerebert.suntimes.com/apps/pbcs.dll/article?AID=/20130327/REVIEWS/130329980">la recensione di <em>The Host</em> </a>di Andrew Niccol, è datata 27 Marzo. Due stelle e mezzo. Poi Ebert se ne è andato davvero, proprio ora che Steve James e Steve Zaillian stavano ultimando un documentario su di lui, ispirato all’autobiografia scritta dallo stesso critico (<strong><em>Life itself</em></strong>) e prodotto dal suo grande amico Martin Scorsese. Il film uscirà nel 2014, ma non sapremo mai quante stelline gli avrebbe dato Roger Ebert.</p>
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