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	<title>Movielicious &#187; Samuel Maoz</title>
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	<description>Cinema e gossip a portata di click</description>
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		<title>Venezia74 &#8211; Giorno 4</title>
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		<pubDate>Sun, 03 Sep 2017 18:48:11 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Andrea Bosco]]></dc:creator>
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		<category><![CDATA[74° Mostra Internazionale d'Arte Cinematografica di Venezia]]></category>
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		<description><![CDATA[Il deludente Suburbicon, l'interessante Foxtrot e il notevole La villa di Robert Guédiguian.]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.movielicious.it/wordpress/wp-content/uploads/2017/09/Foxtrot.jpg"><img class="alignnone size-full wp-image-56586" src="http://www.movielicious.it/wordpress/wp-content/uploads/2017/09/Foxtrot.jpg" alt="Foxtrot" width="1000" height="498" /></a></p>
<p>Quello di <strong>Samuel Maoz </strong>al Lido si annunciava come una rentrée delle grandi occasioni: dopo il controverso Leone d&#8217;Oro conquistato nel 2009 con lo stupefacente <em>Lebanon</em>, ci sono voluti ben otto anni perché la più brillante promessa del cinema israeliano &#8211; se si eccettua la sua minuscola partecipazione al tributo collettivo di <em>Venezia 70 &#8211; Future Reloaded </em>&#8211; desse seguito a un esordio tanto dirompente e sui generis.</p>
<p>Quasi a voler uscire dalle maglie di quell&#8217;impostazione rigorosa e opprimente che aveva caratterizzato il debutto, con <em><strong>Foxtrot</strong> </em>il cineasta di Tel Aviv dà invece forma a un&#8217;opera stravagante ed eccentrica, eclatante e variegatissima idealmente divisa in tre atti &#8211; lo shock che investe una famiglia appena avvertita della morte sul campo del proprio figlio, l&#8217;assurda, buzzatiana quotidianità presso il posto di blocco dove quest&#8217;ultimo è dislocato e la rassegnata disperazione che tesse le fila del racconto con uno spericolato balzo in avanti -, oscillando costantemente fra registri incongrui e soluzioni stilistiche ardite, tornando nuovamente alle suggestioni autobiografiche dei suoi trascorsi sul campo di battaglia ma allontanandosi totalmente dal crudo realismo di <em>Lebanon.</em></p>
<p>Il risultato è innegabilmente ricco e ispirato, ma penalizzato da un frastornante autocompiacimento e, specie nel segmento centrale che occupa da solo metà del minutaggio, da un&#8217;insistita bizzarria che alla lunga rendono il film a tratti respingente e artefatto: pare quasi che Maoz voglia celare a tutti i costi uno sguardo appannato dall&#8217;ambizione con un&#8217;aria di coolness che finisce solo per creare confusione (l&#8217;intermezzo musicale, la sequenza animata, un surrealismo gratuito inframmezzato dall&#8217;iperrealismo di prologo ed epilogo) e per ingabbiare il tutto nei limiti del vacuo esercizio di stile.</p>
<p>Un&#8217;innegabile dimostrazione di poliedricità, un gradito ritorno e poco altro, quindi, che vale soprattutto come estremo opposto al debutto che di certo servirà all&#8217;autore per dare alla sua successiva produzione un indirizzo più equilibrato.</p>
<p><a href="http://www.movielicious.it/wordpress/wp-content/uploads/2017/09/suburbicon.jpg"><img class="alignnone size-large wp-image-56587" src="http://www.movielicious.it/wordpress/wp-content/uploads/2017/09/suburbicon-1024x629.jpg" alt="suburbicon" width="1024" height="629" /></a></p>
<p>Si torna negli Stati Uniti, invece, con <em><strong>Suburbicon</strong></em>, ma la delegazione ha ancora una volta poco di cui vantarsi: <strong>George Clooney</strong> recupera dal cassetto dei <strong>Fratelli Coen</strong> una vecchia sceneggiatura risalente al 1986, rimaneggiandola insieme al fido collaboratore <strong>Grant Heslov</strong> per trasformare il loro classico canovaccio a metà fra il noir e il grottesco, fattosi col passare dei decenni cifra stilistica, in una pantomima sull&#8217;incattivimento della classe media della provincia e stendendo un parallelo fra l&#8217;ipocrisia zuccherosa dell&#8217;America dei favolosi anni cinquanta e il tragicomico salto all&#8217;indietro dell&#8217;Era Trump.</p>
<p>Quello che viene fuori è un centone coeniano totalmente privo della creatività, del genio e dell&#8217;autentica crudeltà dei registi del Minnesota, non tanto una rimasticazione di <em>Fargo </em>quanto una riproposizione degli elementi della prima fase della loro filmografia (l&#8217;uxoricida maldestro di <em>Blood Simple</em>, i sicari cartooneschi di<br />
<em>Arizona Junior</em>, gli intrighi ingarbugliati di <em>Barton Fink</em>), senza la capacità di creare personaggi davvero memorabili &#8211; se <strong>Matt Damon</strong> in versione luciferina e <strong>Julianne Moore </strong>in un ruolo gemellare da perfetta casalinga sono una delusione,il viscido macchiettone di <strong>Oscar Isaac</strong> risolleva un minimo le cose -, di rendere avvincenti gli eventi, con una prima ora che non decolla mai e un atto finale disperatamente concitato fuori tempo massimo, e di trattenersi dal tendersi verso uno scioglimento<br />
prevedibile e conciliatorio, suggellato da un finale &#8211; invero assai poco coeniano &#8211; in cui l&#8217;unico superstite del massacro, il piccolo Nicky, e il figlio dell&#8217;unica famiglia afromericana residente in città, si ritrovano a giocare insieme dopo un assalto notturno che sembra un incrocio fra un film di Romero e, a posteriori, i disordini di Charlotteville.</p>
<p>Sicuramente un buon biglietto da visita per la probabile scalata alla Casa Bianca da parte di un divo liberal che di recente si è mostrato più preoccupato del proprio profilo pubblico che del proprio percorso artistico, ma un altro passo indietro, dopo l&#8217;insulso <em>Monuments Men</em>, per un protagonista dello star system che, al sesto film, sembra ancora nutrire forti dubbi sul tipo di regista che vuole essere.</p>
<p><a href="http://www.movielicious.it/wordpress/wp-content/uploads/2017/09/la-villa.jpg"><img class="alignnone size-full wp-image-56588" src="http://www.movielicious.it/wordpress/wp-content/uploads/2017/09/la-villa.jpg" alt="la-villa" width="556" height="344" /></a></p>
<p>Se la quotidiana sortita in Orizzonti si risolve in puro imbarazzo grazie al nostrano <em><strong>La vita in comune</strong></em>, sconclusionato e inspiegabile exploit brillante da cinema parrocchiale a base di comicità di grana grossissima, caricaturismo pietoso e regionalismo da barzelletta che si dimostra totalmente fuori dalle corde di un cineasta altrimenti di tutto rispetto come <strong>Edoardo Winspeare</strong>, il Concorso ritrova la sua forma migliore grazie alla riunione familiare de <strong><em>La villa</em></strong>, nuova occasione per <strong>Robert Guédiguian</strong>, a sei anni da <em>Le nevi del Kilimanjaro</em>, per interrogarsi sulla sorte e sulle derive della borghesia francese medio-alta figlia del Sessantotto ritrovatasi &#8211; citando i dialoghi &#8211; &#8220;come tutti, con il cuore a sinistra e la testa a destra&#8221; a patire i sommovimenti post-ideologici del nuovo secolo.</p>
<p>Guédiguian si conferma, specie alla luce della banale retorica buonista dei concorrenti a stelle e strisce dell&#8217;edizione, un autore disposto a meditare seriamente sull&#8217;odierna necessità di un cinema progressista, anche a costo di mostrare le corde del discorso a tesi che i suoi personaggi fanno fatica a nascondere e di buttare nel calderone l&#8217;attualità nel modo meno originale possibile (i bambini profughi che irrompono nella rimpatriata e costringono i tre fratelli a fare i conti con la concretezza dei loro ideali). la scrittura, però, si fa via via più ficcante e attenta &#8211; aiutata grazie anche all&#8217;aiuto di interpreti smaglianti come lo storico alter ego <strong>Jean-Pierre Darroussin</strong> -, il tono non si fa mai pedante o piagnucoloso, come accadeva invece nell&#8217;affine, asfittico <em>Ritorno a L&#8217;Avana</em> di Cantet, e la riflessione sull&#8217;ineluttabilità del passaggio del tempo e sul rimpianto per le cose perdute (politicamente, ma anche, nel caso dell&#8217;attrice sfiorita interpretata da <strong>Ariane Ascaride</strong>, moglie di Guédiguian) sa essere davvero autentica e tradursi in un lavoro di grande umiltà e di invidiabile finezza.</p>
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