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	<title>Movielicious &#187; Taxi Teheran</title>
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	<description>Cinema e gossip a portata di click</description>
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		<title>Taxi Teheran</title>
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		<pubDate>Thu, 27 Aug 2015 10:34:57 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Andrea Bosco]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Ora al cinema]]></category>
		<category><![CDATA[Recensioni]]></category>
		<category><![CDATA[slideshow]]></category>
		<category><![CDATA[Jafar Panahi]]></category>
		<category><![CDATA[Taxi Teheran]]></category>

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		<description><![CDATA[La sfida di Jafar Panahi al governo iraniano è racchiusa in questa testimonianza vitale e disinvolta,]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Scheda</strong><br />
(Taksojuht, Iran 2014)<br />
Uscita: 27 agosto 2015<br />
Regia: Jafar Panahi<br />
Con:  Jafar Panahi<br />
Durata: 1 ora e 27 minuti<br />
Distribuzione: Cinema</p>
<p><a href="http://www.movielicious.it/wordpress/wp-content/uploads/2015/08/taxi_teheran_1.jpg"><img class="alignnone size-full wp-image-44061" title="taxi_teheran_1" src="http://www.movielicious.it/wordpress/wp-content/uploads/2015/08/taxi_teheran_1.jpg" alt="" width="500" height="284" /></a></p>
<p>Se è vero che è dalla restrizione e dalla ristrettezza che nascono i fenomeni culturali più veridici e imprescindibili, allora il cinema iraniano antagonista post-rivoluzionario è stato, dopo il Neorealismo di ieri e prima del Nuovo Documentarismo cinese di oggi, la più preziosa e attendibile fotografia del contemporaneo catturata su pellicola. Della leva dei Kiarostami, dei Naderi e dei Makhmalbaf, ma pure dei più giovani Ghobadi e Farhadi, voci costrette o incoraggiate alla diaspora, rimane ben poco al di là degli ultimi, soffocati focolai di insurrezione (il fragile <em>Ghesse-ha</em>, premiato alla scorsa Mostra di Venezia) e di un&#8217;industria istituzionale così all&#8217;acqua di rose da potersi dire effettivamente allineata al sistema (il pessimo <a href="http://www.movielicious.it/2015/06/25/37%C2%B0-festival-di-mosca-giorno-6/" target="_blank"><em>The Sea and the Flying Fish</em></a>, visto all&#8217;ultimo Festival di Mosca).</p>
<p>Merita un discorso a sé stante l&#8217;attività del cinquantacinquenne <strong>Jafar Panahi</strong>, che una ventennale condanna all&#8217;interdizione artistica voleva stroncata per sempre e che invece prosegue clandestinamente con il sostegno delle maggiori rassegne cinematografiche europee<em>.</em> Con <em><strong>Taxi Teheran</strong></em>, l&#8217;autore de <em>Il cerchio</em> si riaffaccia sul mondo fuori infrangendo gli arresti domiciliari e per farlo si cala nel rifugio sacrificato e inviolabile dell&#8217;abitacolo di un&#8217;automobile, spazio franco che garantisce tanto la riservatezza dell&#8217;interno quanto la possibilità dell&#8217;esterno, che è ambito privato e pubblico al tempo stesso e che non a caso si è affermato negli anni &#8211; basti pensare alla filmografia di Kiarostami &#8211; come l&#8217;emblematico non-luogo di tanta produzione locale.</p>
<p><a href="http://www.movielicious.it/wordpress/wp-content/uploads/2015/08/taxi_teheran_2.jpg"><img class="alignnone size-full wp-image-44062" title="taxi_teheran_2" src="http://www.movielicious.it/wordpress/wp-content/uploads/2015/08/taxi_teheran_2.jpg" alt="" width="500" height="281" /></a></p>
<p>Riducendo l&#8217;allestimento ai suoi tratti fondamentali e rinchiudendo lo sguardo entro i confini del veicolo, Panahi fa trapelare la realtà circostante giocando come di consueto con la coincidenza, con la confusione e con la compenetrazione fra verità e racconto, riprendendosi a girovagare per Teheran accogliendo di volta in volta a bordo sconosciuti, amici e familiari, ora smaccatamente fasulli (le due carampane col pesce rosso, evidente rimando all&#8217;esordio de <em>Il palloncino bianco</em>), ora verosimili (l&#8217;uomo morente che fa testamento via smartphone), ora autentici (il colloquio con l&#8217;amica attivista, che cita gli eventi alla base di <em>Offside</em>), tutti a modo loro condizionati dal clima di oppressione, di superstizione e di censura della società mediorientale.  Ne esce il ritratto di un Paese ribollente di dissenso ma soggiogato da se stesso e dalle proprie contraddizioni (esemplare il dialogo iniziale in materia di legalità fra il ladro fondamentalista e l&#8217;insegnante progressista), tanto tragicomico nelle sue ingerenze da sfiorare la distopia, come i canoni di &#8220;distribuibilità&#8221; di un film, fra cui l&#8217;obbligo di mantenere l&#8217;etica e il decoro ma senza sfociare nel &#8220;sordido realismo&#8221;, impartiti già ai bambini in età scolare, una panoramica paradossalmente immobile sull&#8217;attualità che Panahi riprende con tono fatalista ma irriverente, se non addirittura sarcastico, lontano dallo scoramento e dalla rassegnazione che dominavano il precedente <em>Parde</em>.</p>
<p>Il risultato è un&#8217;opera vitale e disinvolta che vale per certi versi come la risposta &#8220;di pancia&#8221; delle conclusioni devastanti ed estreme tratte dal cineasta di Mianeh nella sua prima testimonianza da recluso, lo straordinario <em>This Is Not a Film, </em>dove la sensazione di smarrimento dei primi giorni di pena si traduceva in un&#8217;arrendevole e plausibile confutazione della necessità stessa del cinema. Qui il tono è quello liberatorio di chi sa di non avere più nulla da perdere, al punto che pare che Panahi se ne faccia prendere fin troppo la mano e che l&#8217;impronta free-form del progetto trascenda nell&#8217;anarchia, lasciandosi andare a repentini cambi di registro, a simbolismi piuttosto abusati (la rosa sul cruscotto che riporta alla margheritina nel quaderno di <em>Dov&#8217;è la casa del mio amico?</em>) e a una dose a tratti esagerata di autocitazionismo.<br />
Mancano prevedibilmente, insomma, quel senso della misura e quel rigore che rendevano l&#8217;assai affine (e forse ancor più essenziale) <em>Dieci</em> di Kiarostami un modello di lucidità e di prospettiva sulla condizione esistenziale e su quella sociale, sostituito da un catartico elogio del caos creativo dalla forza indubitabilmente galvanizzante, ma anche abbastanza autoindulgente.</p>
<p>Certo, i momenti memorabili abbondano, dagli intrallazzi dello spacciatore di DVD agli esperimenti da film-maker della vivacissima nipotina, fino a un finale laconico e potentissimo nella sua semplicità che scuote violentemente via gli ultimi elementi finzionali rimasti, ma a questo giro il film finisce per brillare un po&#8217; meno di luce propria e sembra lasciarsi vampirizzare eccessivamente dal proprio messaggio per ambire alla pienezza e alla statura dei capolavori passati, tanto che l&#8217;Orso d&#8217;Oro conquistato lo scorso febbraio, in una selezione su cui troneggiavano concorrenti maiuscoli come <em>El club</em> ed <span style="italic;">El </span><span><em>Botón de Nácar</em>, suona in parte soprattutto come un atto dovuto.</span></p>
<p><strong>Voto</strong> 7.5</p>
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		<title>37° Festival di Mosca &#8211; Giorno 6</title>
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		<pubDate>Thu, 25 Jun 2015 15:49:08 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Andrea Bosco]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[News]]></category>
		<category><![CDATA[37° Festival Cinematografico Internazionale di Mosca 2015]]></category>
		<category><![CDATA[Dorogoy Petr]]></category>
		<category><![CDATA[Jafar Panahi]]></category>
		<category><![CDATA[Michael Madsen]]></category>
		<category><![CDATA[Miliy Hans]]></category>
		<category><![CDATA[Taxi Teheran]]></category>
		<category><![CDATA[The Visit]]></category>

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		<description><![CDATA[Jafar Panahi, regista iraniano inviso al regime, dopo l'Orso d'oro a Berlino conquista anche il pubblico]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<div id="attachment_43388" style="width: 510px" class="wp-caption alignnone"><a href="http://www.movielicious.it/wordpress/wp-content/uploads/2015/06/the_visit.jpg"><img class="size-full wp-image-43388" title="the_visit" src="http://www.movielicious.it/wordpress/wp-content/uploads/2015/06/the_visit.jpg" alt="" width="500" height="285" /></a><p class="wp-caption-text">The Visit</p></div>
<p>Anche la sezione competitiva riservata alla non-fiction, incapace fino a ieri di andare al di là della sua antidiluviana concezione divulgativa, tira fuori gli artigli e presenta il suo primo campione: <em><strong>The Visit</strong></em> del danese <strong>Michael Madsen</strong> &#8211; no, non l&#8217;omonimo beone tarantiniano &#8211; orchestra un seducente ibrido che contamina l&#8217;affabulazione del mockumentary con il linguaggio sublime dell&#8217;elegia, ribaltando i presupposti dell&#8217;<em>ignoto spazio profondo</em> herzogiano e immaginando il primo contatto fra l&#8217;Uomo e l&#8217;extraplanetario non in qualche remoto meandro della galassia, ma sul suolo terrestre.</p>
<p>Madsen, descrivendo con l&#8217;aiuto di alcuni professionisti del campo tanto gli aspetti più metafisici (&#8220;conosci la differenza fra bene e male?&#8221;, &#8220;siamo pronti ad accoglierti?&#8221;), quanto quelli più marcatamente pratici della questione (chi dovrebbe essere il rappresentante del genere umano? come tutelare l&#8217;ordine pubblico?), conduce il suo esperimento con un magico esercizio di prospettiva, ponendo lo spettatore stesso nei panni dell&#8217;alieno e trasformando così il film da semplice speculazione fantascientifica in una riflessione sulla nostra autocoscienza e sul nostro implacabile senso di solitudine, e, non ultimo, in un elogio delle proprietà disorientanti del cinema.</p>
<div id="attachment_43389" style="width: 510px" class="wp-caption alignnone"><a href="http://www.movielicious.it/wordpress/wp-content/uploads/2015/06/taxi-teheran-081.jpg"><img class="size-full wp-image-43389" title="taxi-teheran-081" src="http://www.movielicious.it/wordpress/wp-content/uploads/2015/06/taxi-teheran-081.jpg" alt="" width="500" height="280" /></a><p class="wp-caption-text">Taxi Teheran</p></div>
<p>A seguire, il pezzo forte della vetrina sulla Berlinale, nientemeno che l&#8217;Orso d&#8217;Oro <em><strong>Taxi</strong></em> <strong><em>Teheran</em></strong>: sempre alle prese con le odiose restrizioni impostegli dal regime, il cineasta clandestino <strong>Jafar Panahi</strong> rompe ancora una volta il silenzio riducendo al minimo l&#8217;allestimento e, sfruttando il tema ricorrente della coincidenza e della confusione fra verità e racconto così fondativo nella cinematografia locale, si riprende al volante a girovagare per Teheran, ospitando di volta in volta sconosciuti, amici e familiari, tutti a modo loro condizionati dal clima di censura e di oppressione della società che li circonda, ma al di là dell&#8217;inconfutabile coraggio e della acclarata capacità di dire tutto con niente, il film sembra la risposta &#8220;di pancia&#8221; alle conclusioni devastanti ed estreme del suo di gran lunga superiore <em>This Is Not a Film</em>, punto di non ritorno dell&#8217;autore de <em>Il cerchio</em>, e una versione più sfuocata del <em>Dieci</em> di Kiarostami (anch&#8217;esso ripreso tutto dall&#8217;abitacolo di un&#8217;automobile): molti momenti memorabili, certo, dagli intrallazzi dello spacciatore di dvd agli esperimenti della vivacissima nipotina, fino a un finale laconico e potentissimo nella sua semplicità a riportare violentemente alla realtà, ma il film, questa volta, sembra lasciarsi vampirizzare troppo dalla propria missione per ambire alla statura dei capolavori passati.</p>
<p><a href="http://www.movielicious.it/wordpress/wp-content/uploads/2015/06/the-sea-the-flying-fish.jpg"><img class="alignnone size-full wp-image-43390" title="the-sea-the-flying-fish" src="http://www.movielicious.it/wordpress/wp-content/uploads/2015/06/the-sea-the-flying-fish.jpg" alt="" width="500" height="281" /></a></p>
<p>Tornando al Concorso si resta comunque in Iran ma ci si immette sui binari rassicuranti della produzione istituzionale e allineata con il pessimo <em><strong>The Sea and the Flying Fish</strong></em>, generico dramma riformatoriale che sogna lo <em>Zero in condotta</em> di Vigo e insegue improponibili citazioni dall&#8217;ultimo atto de <em>I quattrocento colpi</em> &#8211; con tanto di oscena nuotata finale in CGI &#8211; ma che preferisce un tono declamatorio, ultraeffettistico ed edulcorato che suona insincero e pedante, fra musicacce pseudo-morriconiane, dialoghi sentenziosi, psicologie elementari e personaggi monodimensionali (ovviamente ripresi supergrandangolati, se cattivi), con blando messaggio escapista un tanto al chilo che con le problematiche autentiche delle vere pellicole antagoniste del Paese non ha assolutamente nulla a che fare.</p>
<div id="attachment_43391" style="width: 510px" class="wp-caption alignnone"><a href="http://www.movielicious.it/wordpress/wp-content/uploads/2015/06/hans.jpg"><img class="size-full wp-image-43391" title="My Good Hans" src="http://www.movielicious.it/wordpress/wp-content/uploads/2015/06/hans.jpg" alt="" width="500" height="333" /></a><p class="wp-caption-text">My Good Hans</p></div>
<p>Si ritorna in patria, invece, con il virulento <em><strong>My Good Hans</strong></em> <em>(Dolce Hans, Caro Pjotr)</em>, velenosa tragedia di ambientazione nazisovietica che ricorda i soprusi messi in atto, ai tempi del patto Molotov-Ribbentropp, dai datori di lavoro tedeschi sulla manodopera russa: il tutto è nobilitato da una virulenta direzione di attori di stampo fassbinderiano e da una messinscena ipnotica e contemplativa a base di inquadrature dilatatissime (il regista <strong>Aleksandr Mindadze</strong> è stato collaboratore di fiducia degli autori allegorici più noti dell&#8217;URSS, a partire da Adbrashitov), ma sorge il dubbio, visto che si parla pur sempre di sanzioni e di rapporti inconciliabili fra Russia e superpotenza occidentale di turno, che il film sia principalmente al servizio di una soffocante propaganda anti-europea (i dissoluti ingegneri protagonisti vorrebbero forse ricalcare i vertici UE?) i e che la professionalità dell&#8217;insieme sia guidata soprattutto da mero spirito patriottardo.</p>
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