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	<title>Movielicious &#187; William H. Macy</title>
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	<description>Cinema e gossip a portata di click</description>
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		<title>Room &#8211; La recensione dal Festival di Roma</title>
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		<pubDate>Sat, 17 Oct 2015 14:46:43 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Fabio Giusti]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Festival]]></category>
		<category><![CDATA[Brie Larson]]></category>
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		<category><![CDATA[Lenny Abrahamson]]></category>
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		<category><![CDATA[William H. Macy]]></category>

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		<description><![CDATA[Lenny Abrahamson firma un dramma intenso sull'amore e sull'istinto di sopravvivenza, con una strepitosa]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Scheda</strong><br />
(Id., USA 2015)<br />
Uscita: 3 marzo 2016<br />
Regia: Lenny Abrahamson<br />
Con: Brie Larson, Jacob Tremblay, William H. Macy, Joan Allen<br />
Durata: 1 ora e 58 minuti<br />
Distribuito da: Universal Pictures</p>
<p><a href="http://www.movielicious.it/wordpress/wp-content/uploads/2015/10/room-movie-brie-larson.jpg"><img class="alignnone size-full wp-image-44972" title="room-movie-brie-larson" src="http://www.movielicious.it/wordpress/wp-content/uploads/2015/10/room-movie-brie-larson.jpg" alt="" width="500" height="345" /></a></p>
<p>Joy Newsome (<strong>Brie Larson</strong>) è stata rapita quando aveva solo diciassette anni da un uomo che l’ha segregata in un capanno per gli attrezzi e, nel corso degli anni, ripetutamente violentata.<br />
Il frutto di quella violenza è il piccolo Jack (<strong>Jacob Tremblay</strong>), concepito e partorito in quella stessa stanza che per Joy è un incubo senza uscita, mentre per il bambino diventa ben presto tutto il suo mondo.<br />
Jack non ha infatti alcuna idea di cosa ci sia fuori dalla stanza. Non sa cosa sia un albero, un cavallo né tanto meno come si interagisca con le altre persone. Per lui c’è solo il letto, il tavolo e un armadio nel quale Joy lo chiude una volta alla settimana, quando Old Nick – questo il nome del rapitore – viene a farle “visita”. Quando il bambino compie cinque anni la madre decide che forse è arrivato il momento che sappia la verità sulla loro situazione di prigionia.</p>
<p><a href="http://www.movielicious.it/wordpress/wp-content/uploads/2015/10/room.jpg"><img class="alignnone size-full wp-image-44973" title="room" src="http://www.movielicious.it/wordpress/wp-content/uploads/2015/10/room.jpg" alt="" width="499" height="332" /></a></p>
<p>Tratto dall’omonimo best seller di Emma Donoghue, <em><strong>Room</strong></em> è un film che, partendo da una violenza e dal racconto di un’indicibile privazione, parla in realtà un linguaggio assai tenero. All’interno di questo capanno/cella assistiamo infatti al difficile e delicato compito di una madre che inventa un piccolo mondo per difendere il figlio dall’orribile realtà in cui è costretto a vivere. L’opera si trasforma quindi ben presto in un moderno mito della caverna con protagonista un bambino durante la fase del suo imprinting primario.<br />
<strong>Lenny Abrahamson</strong>, già autore lo scorso anno del notevole <a href="http://www.movielicious.it/2014/11/11/frank/" target="_blank"><em>Frank</em></a>, qui alza decisamente il tiro e sceglie di raccontare l’orrore inquadrandone i lati meno spiacevoli. Room è sostanzialmente diviso in due metà che corrispondono ognuna ad un film diverso. La prima parte, interamente ambientata nel capanno in cui Joy e Jack vengono segregati per anni, è senza alcun dubbio la migliore, in cui entriamo lentamente in contatto con un disagio che l’amore materno cerca di trasformare in un ambiente per quanto possibile confortevole. Con i dovuti distinguo, qualcosa di molto simile a quello che faceva Benigni ne <em>La vita è bella</em>.</p>
<p>Poi, quando nella seconda metà del film si abbandona la Stanza (nel film Jack la chiama “Stanza”, senza l’articolo, come a sottolineare il fatto che quel contesto per lui sia unico e non declinabile) e viene mostrato ciò che accade una volta riconquistata la libertà, la storia cambia radicalmente registro e si adagia, in parte, su toni più usuali, descrivendo le difficoltà che accompagnano il riadattamento ad una vita normale. Abrahamson ha una mano delicatissima e tratta la materia con la medesima grazia utilizzata in Frank per parlare del disagio mentale, senza mai indulgere nel pietismo né in alcun meccanismo ricattatorio, oltre a centrare un paio di guizzi di regia pregevolissimi, uno su tutti la fuga del bambino, di cui ci guarderemo bene dal dire oltre per non guastare il piacere della visione.<br />
Il film si pregia inoltre di due interpretazioni magistrali, in primo luogo quella della lanciatissima Brie Larson che, anche a dispetto della sua giovane età, si dimostra perfettamente a suo agio in un ruolo così complesso. Il motivo per cui Room si farà amare è però tutto nella profondità degli occhi del piccolo Jacob Tremblay. Davvero un talento eccezionale il suo.</p>
<p>Voto: 7,5</p>
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		<title>Jennifer Aniston cambia faccia per Cake</title>
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		<pubDate>Wed, 03 Dec 2014 08:39:36 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Carolina Tocci]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[News]]></category>
		<category><![CDATA[Anna Kendrick]]></category>
		<category><![CDATA[Cake]]></category>
		<category><![CDATA[Daniel Barnz]]></category>
		<category><![CDATA[Felicity Huffman]]></category>
		<category><![CDATA[Jennifer Aniston]]></category>
		<category><![CDATA[Oscar]]></category>
		<category><![CDATA[Sam Worthington]]></category>
		<category><![CDATA[William H. Macy]]></category>

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		<description><![CDATA[Dimenticate la fidanzatina d'America tutta smorfie e sorrisi: per il dramma di Daniel Barnz Jen punta]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.movielicious.it/wordpress/wp-content/uploads/2014/12/cake.jpg"><img class="alignnone size-full wp-image-39943" title="cake" src="http://www.movielicious.it/wordpress/wp-content/uploads/2014/12/cake.jpg" alt="" width="500" height="285" /></a></p>
<p>Senza un filo di trucco, visibilmente ingrassata e con lo sguardo perso nel vuoto: la reginetta delle commedie americane <strong>Jennifer Aniston</strong> sembra aver cambiato rotta. Lo ha fatto con <em>Cake</em>, dramma indie diretto da <strong>Daniel Barnz</strong>, con cui dal debutto a settembre del film a Toronto, si è inserita, secondo il giudizio di vari critici, nella corsa agli Oscar.</p>
<p>Il suo ruolo in <em>Cake</em>, che ha nel cast anche <strong>William H. Macy</strong> e <strong>Felicity Huffman</strong>, è quello di Claire, donna reduce da un grave incidente che l&#8217;ha resa fragile e dura al tempo stesso. L&#8217;unica persona che la sopporta ancora è Silvana (<strong>Adriana Barraza</strong>), la donna che l&#8217;aiuta in casa e l&#8217;accompagna, all&#8217;occorrenza anche a procurarsi in Messico gli antidolorifici con cui combatte il suo dolore cronico. La vita della protagonista si complica ancora di più quando inizia ad essere ossessionata, in sogni e allucinazioni, da Nina (<strong>Anna Kendrick</strong>), ragazza morta suicida che faceva parte del suo stesso gruppo di supporto per persone affette da dolore cronico. Claire decide di andare a conoscere il marito della giovane donna (<strong>Sam Worthington</strong>), che come lei è in cerca di risposte.</p>
<p><iframe width="560" height="315" src="//www.youtube.com/embed/P3IsUOSHlnU?rel=0" frameborder="0" allowfullscreen></iframe></p>
<p>L&#8217;attrice, che in questi giorni è in tour promozionale anche per la black comedy <strong><em>Come ammazzare il capo 2</em></strong>, appena uscita negli Usa e dall&#8217;8 gennaio in Italia, ha spiegato di aver lavorato molto per prepararsi al personaggio in <em>Cake</em>: &#8220;Ho fatto lunghe ricerche per interpretare questa donna complessa e tormentata che è sopravvissuta a qualcosa di inimmaginabile. Lei affronta un viaggio che ha una sua bellezza, ma anche difficile, duro e aspro. Mi ha coinvolto totalmente come interprete e mi ha portato a utilizzare strumenti diversi come attrice. Ne ho amato ogni momento&#8221;.</p>
<p>&#8220;Quando ho letto la sceneggiatura, ero pronta a scomparire nel ruolo &#8211; ha spiegato l&#8217;attrice in una delle anteprime con cui sta promuovendo il film negli Usa -. Recitare per una volta senza make-up è stato favoloso, come un sogno, stimolante e liberatorio&#8221;. Le voci di una possibile nomination &#8220;mi rendono umile e mi gratificano. Fa piacere anche solo essere considerata all&#8217;altezza di quel gruppo&#8221;.</p>
<p>(<em>ANSA</em>)</p>
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		<title>The Sessions</title>
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		<pubDate>Wed, 20 Feb 2013 15:28:12 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Fabio Giusti]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Ora al cinema]]></category>
		<category><![CDATA[Recensioni]]></category>
		<category><![CDATA[Ben Lewin]]></category>
		<category><![CDATA[Helen Hunt]]></category>
		<category><![CDATA[John Hawkes]]></category>
		<category><![CDATA[The Sessions]]></category>
		<category><![CDATA[William H. Macy]]></category>

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		<description><![CDATA[Una storia vera divenuta produzione indipendente con un sorprendente manipolo di attori.]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Scheda</strong><br />
(The Surrogate, USA 2012)<br />
Uscita: 21 febbraio 2013<br />
Regia: Ben Lewin<br />
Con: John Hawkes, Helen Hunt, William H. Macy<br />
Durata: 1 ora e 35 minuti<br />
Distribuito da: 20th Century Fox</p>
<p><a href="http://www.movielicious.it/wordpress/wp-content/uploads/2013/02/the-session1.jpeg"><img class="alignnone size-full wp-image-30831" title="the-session1" src="http://www.movielicious.it/wordpress/wp-content/uploads/2013/02/the-session1.jpeg" alt="" width="450" height="307" /></a></p>
<p>Paralizzato fin da bambino a causa della poliomelite, il giornalista e poeta Mark O&#8217;Brien (John Hawkes) è costretto a vivere in un polmone d&#8217;acciaio. Una volta adulto, l&#8217;emergere di pulsioni sessuali sempre più evidenti lo porta a rivolgersi a Cheryl Cohen Greene (Helen Hunt), una terapista del sesso specializzata in questo genere di problematiche.<br />
Grazie agli incontri con la donna (le sessioni a cui fa riferimento il titolo) il protagonista riesce a dare un nuovo significato al suo rapporto col corpo &#8211; il proprio e quello altrui &#8211; e al concetto stesso di amore, vissuto fino a quel momento come qualcosa per cui provare essenzialmente vergogna.</p>
<p>Partendo da un documentario premio Oscar del 1997, <em>Breathing Lessons:</em> <em>The Life and Work of Mark O&#8217;Brien</em> di Jessica Yu, il regista Ben Lewin – anch&#8217;egli affetto da poliomelite – trae questo delicatissimo apologo sul sesso e soprattutto sull&#8217;amore, visti dalla prospettiva di una persona limitata nel fisico, ma dotato di una sensibilità e di una profondità di sguardo assolutamente fuori dal comune.<br />
I film che ruotano attorno al tema della disabilità non sono mai oggetti facili.<br />
Anche per autori navigati, il rischio di calcare troppo la mano e puntare dritti alla pura ricerca della compassione è sempre dietro l&#8217;angolo.<br />
Film pregevoli come Il mio piede sinistro o &#8211; per citare due esempi più recenti &#8211; <em>Mare dentro</em> e <em>Lo scafandro e la farfalla</em> non erano esenti da questo errore di fondo, forse anche dovuto all&#8217;esigenza di dover coprire l&#8217;arco di una vita in un solo film.<br />
Ben Lewin, invece, decidendo di limitare il suo sguardo a un solo aspetto della vita del protagonista e a una fase specifica della sua esistenza, limita il portato emotivo dell&#8217;opera e lascia che a farsi avanti sia un sentimento di tenerezza più che di patetismo.</p>
<p>La regia è scarna, volutamente minimale, in classico stile Sundance, festival al quale <em>The Sessions</em> è stato presentato, ma la sensazione è che sia stata la stessa intimità discreta che caratterizza la storia a imporre quest&#8217;asciuttezza di stile.<br />
E poi c&#8217;è un terzetto di attori in stato di grazia, le cui interpretazioni era cosa sacrosanta filmare senza alcun fronzolo, con piglio quasi documentaristico.<br />
John Hawkes conquista il ruolo della vita e conferisce al personaggio umanità e ironia che non lo abbandonano mai, neanche nei momenti più drammatici del film.<br />
Helen Hunt, coraggiosissima nel suo buttarsi anima e corpo nel ruolo della terapista, ci ricorda come per anni sia stata troppo spesso costretta in commedie o action movie che non rendevano pienamente merito alla sua bravura.<br />
E infine due parole per William H.Macy. Questo immenso caratterista, per anni attore feticcio di Paul Thomas Anderson, recita la parte del sacerdote con cui il protagonista condivide prima i dubbi e poi addirittura racconti piuttosto dettagliati della sua scelta. Un ruolo difficile che l&#8217;attore, con una grande lezione di garbo ed equilibrio, riesce a non far sconfinare mai nello scontato, dipingendo il suo personaggio come un uomo di fede che, di fronte a un caso così sui generis, si prende la responsabilità di essere prima di tutto un uomo.</p>
<p><strong>Voto</strong> 7</p>
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