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	<title>Movielicious &#187; Kenneth Branagh Lily James</title>
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	<description>Cinema e gossip a portata di click</description>
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		<title>Cenerentola</title>
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		<pubDate>Wed, 11 Mar 2015 10:44:36 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Andrea Bosco]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Ora al cinema]]></category>
		<category><![CDATA[Recensioni]]></category>
		<category><![CDATA[Cenerentola]]></category>
		<category><![CDATA[Cinderella]]></category>
		<category><![CDATA[James Madden Cate Blanchett]]></category>
		<category><![CDATA[Kenneth Branagh Lily James]]></category>

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		<description><![CDATA[Kenneth Branagh al timone della versione live action di una delle fiabe più amate di casa Disney.]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Scheda</strong><br />
(Cinderella, USA 2015)<br />
Uscita: 12 marzo 2015<br />
Regia: Kenneth Branagh<br />
Con: Lily James, Richard Madden, Cate Blanchett<br />
Durata: 1 ora e 42 minuti<br />
Distribuito da: Walt Disney Italia</p>
<p><a href="http://www.movielicious.it/wordpress/wp-content/uploads/2015/03/cenerentola.jpg"><img class="alignnone size-full wp-image-41637" title="cenerentola" src="http://www.movielicious.it/wordpress/wp-content/uploads/2015/03/cenerentola.jpg" alt="" width="500" height="333" /></a></p>
<p>Dicesi <em>Rinascimento Disneyano</em> quella specifica fase storica, databile grossomodo all&#8217;ultimo decennio del Novecento, in cui gli onnipotenti studios di Burbank, azzeccando un&#8217;irreplicabile miscela di tradizione e di innovazione, seppero porre fine alla crisi di identità e di stile che aveva funestato la decadenza degli eighties, dal decisivo flop della rielaborazione in carne e ossa di <em>Popeye</em> alla qualità tutto sommato scarsa e alla personalità indefinita dei progetti animati dell&#8217;epoca.</p>
<p>La gragnuola di successi inaugurata da <em>La sirenetta</em> si concluse esattamente dieci anni dopo con l&#8217;uscita di <em>Tarzan</em>, all&#8217;alba del primo grave periodo concorrenziale della storia dell&#8217;animazione americana, con la CGI a costituire il nuovo riferimento e traguardo per l&#8217;estetica e per la poetica del settore. Dovette trascorrere un&#8217;altra decade perché il secondo sbandamento della società, aggiornatasi intanto al 3D con scarsissimi risultati, ritrovasse la sua direzione con l&#8217;ottimo<a href="http://www.movielicious.it/2009/12/18/la-principessa-e-il-ranocchio/" target="_blank"> <em>La principessa e il ranocchio</em></a>, punto di partenza di un ciclo che, con le successive conferme di <em>Rapunzel</em>, di <em>Winnie the Pooh</em> e di <a href="http://www.movielicious.it/2013/06/18/frozen-il-regno-di-ghiaccio-il-trailer-del-nuovo-film-disney/" target="_blank"><em>Frozen</em></a>, fece sperare nel proseguimento naturale di quella stagione fortunatissima per la casa madre.<br />
Nel 2015, la compagnia appare più disorientata che mai, sempre meno ribollente fucina di invenzioni e sempre più cinico ombrello societario impegnato ad accaparrarsi pezzo dopo pezzo &#8211; inizialmente la Pixar, poi la Marvel, infine la LucasArts &#8211; tutto l&#8217;intrattenimento di massa d&#8217;oltreoceano, incespicando in un percorso dispersivo e sfocato di cui <em>Big Hero 6</em> è solo l&#8217;esempio più recente.</p>
<p>Contemporaneamente, quasi a bilanciare la situazione, la divisione live-action dell&#8217;azienda pare aver adottato l&#8217;approccio opposto, giocando in casa con scelte editoriali prettamente autoreferenziali, vivendo sulle spalle di un passato mitologico e figurativo da riproporre col minimo dello sforzo e dell&#8217;inventiva (il trionfo di <em>Alice in Wonderland</em> e di <em>Maleficent</em> ne è la prova): se a millennio in via di conclusione ci trovavamo nel pieno dell&#8217;Era Rinascimentale della Disney, allo stato attuale delle cose, specie dopo il via libera ai futuri remake de <em>Il libro della giungla</em>, de <em>La bella e la bestia </em>e di <em>Dumbo</em>, possiamo dirci all&#8217;inizio del suo Neoclassicismo.</p>
<p><a href="http://www.movielicious.it/wordpress/wp-content/uploads/2015/03/cenerentola_2.jpg"><img class="alignnone size-full wp-image-41638" title="cenerentola_2" src="http://www.movielicious.it/wordpress/wp-content/uploads/2015/03/cenerentola_2.jpg" alt="" width="500" height="250" /></a></p>
<p>Non c&#8217;è nulla di rigenerante o di sincero, quindi, nella <strong><em>Cenerentola</em> </strong>di <strong>Kenneth Branagh</strong>, niente di differente da una delle tante cifre di quel calcolo imprenditoriale che, negli anni a venire, invaderà le sale (e il merchandising) e che sta oggi a mascherare una cronica povertà di idee.</p>
<p>Ogni adattamento che si rispetti ha la sua ragion d&#8217;essere, le sue caratteristiche e le sue peculiarità.<br />
Prendiamo <em>Amleto</em>: il capovolgimento sessuale di Gade (la prima trasposizione di rilievo per il cinema), l&#8217;indagine freudiana di Olivier, la declinazione politica di Kozintsev e la revisione post-moderna di Almereyda, solo per citarne alcune, furono interpretazioni capaci di imprimere al testo shakespeariano lo spirito dei loro tempi e un tratto distintivo che le rendesse, quale più, quale meno, necessarie.<br />
Pur nei confini di un&#8217;iniziativa commerciale, era lecito attendersi lo stesso atteggiamento da chi, come Branagh, aveva saputo attualizzare e trasporre con sensibilità una buona manciata di opere del Bardo, in particolare proprio con la versione definitiva e più rappresentativa della tragedia dell&#8217;infelice erede al trono di Danimarca.</p>
<p>Smessi già da un po&#8217; i panni dell&#8217;Olivier dei nostri giorni, Branagh scompare dietro al canone, alla realizzazione in serie e alla penna di uno yesman di acclarata fama come <strong>Chris Weitz</strong>, limitandosi a inscenare pedissequamente l&#8217;immaginario del racconto di Perrault, ripetutosi<em> </em>nel frattempo <em>ad nauseam </em>con innumerevoli variazioni per il piccolo e per il grande schermo, senza le idee di regia ora sottili (l&#8217;<em><em>Amleto</em></em> ottocentesco) ora genialmente balzane (il <em><em>Pene d&#8217;amor perdute</em></em> trasformato in un musical di Irving Berlin) che caratterizzavano la sua prospettiva. L&#8217;esito è un&#8217;operazione che, con l&#8217;alibi del classicismo, risulta solo anonima, anodina e priva di vita, sprovvista del senso di stupefazione dell&#8217;edizione del 1951, un gigante di valori di produzione stratosferici sorretto da piedi d&#8217;argilla e dalla convinzione errata che magia faccia rima con tecnologia (esemplari la preparazione al ballo e la fuga in carrozza, un tripudio di grossolana e fredda computer grafica), un monumento tronfio e imbellettato che la Disney erge altezzosamente alla propria magnificenza, intesa meramente nella sua accezione di dispiego di mezzi.</p>
<p><a href="http://www.movielicious.it/wordpress/wp-content/uploads/2015/03/cenerentola_3.jpg"><img class="alignnone size-full wp-image-41640" title="cenerentola_3" src="http://www.movielicious.it/wordpress/wp-content/uploads/2015/03/cenerentola_3.jpg" alt="" width="500" height="300" /></a></p>
<p>Così, dietro allo sfarzo delle scenografie e dei costumi (davvero impressionanti, ma come aspettarsi diversamente?) restano solo figure svuotate delle sfumature della odierna iconografia disneyana, archetipi base rassicuranti e sommari, la cui monodimensionalità è marcata da scelte di casting para-televisive &#8211; <strong>Lily James </strong>(Cenerentola) è la Lady Rose di <em>Downton Abbey</em>, <strong>Richard Madden </strong>(il Principe Azzurro) viene da <em>Il trono di spade</em>, le sorellastre <strong>Holliday Grainger </strong>e <strong>Sophie McShera</strong> arrivano, rispettivamente, da <em>I Borgia</em> e, ancora, da <em>Downton Abbey</em> &#8211; o da nomi altisonanti visibilmente svogliati, dalla inconsistente fata madrina di <strong>Helena Bonham Carter</strong>, in scena non più di cinque minuti, alla scolastica, ininfluente Lady Tremaine di <strong>Cate Blanchett</strong>, un villain sotterrato da una miriade di cambi d&#8217;abito, e si riesce persino a rimpiangere i loro equivalenti imperfetti e sfaccettati visti nell&#8217;imminente <em>Into the Woods</em>, esperimento lungi dal dirsi compiuto ma ricco di notazioni psicologiche che elevano la grammatica di base della fiaba.</p>
<p>Certo, si tratta di un percettibile passo in avanti in confronto alle rivisitazioni all&#8217;acqua di rose dei pessimi precedenti di Burton e di Stromberg, e ogni tanto, nell&#8217;oceano della programmaticità, spunta il dettaglio perturbante, come il re del fedelissimo <strong>Derek Jacobi </strong>(il Claudio di <em>Hamlet</em>), cui è affidata una parentesi sull&#8217;amore paterno e sulla responsabilità filiale a tratti toccante, o la forte carica erotica fra i due protagonisti che esplode nella sequenza in giardino, ma in sostanza sfugge la necessità di ripresentare pari pari una vicenda tanto consolidata e convenzionale se non per la preoccupazione che l&#8217;oltre mezzo secolo che ci separa dal cartoon originale cominci a farsi sentire o per l&#8217;esigenza di vendere qualche bambola in più.</p>
<p>Preoccupazione infondata, verrebbe da aggiungere, considerata l&#8217;ormai assodata immortalità del prototipo; sulla <em>Cenerentola</em> di Branagh, invece, si sta già accumulando la polvere.</p>
<p>Voto <strong>4</strong></p>
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