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	<title>Movielicious &#187; Dakota Fanning</title>
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	<description>Cinema e gossip a portata di click</description>
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		<title>The Escape, il corto con Clive Owen diretto da Neill Blomkamp per la BMW</title>
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		<pubDate>Tue, 25 Oct 2016 13:45:25 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Carolina Tocci]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[News]]></category>
		<category><![CDATA[BMW]]></category>
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		<description><![CDATA[Dura 13 minuti ed è quasi tutto girato in un'auto.]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.movielicious.it/wordpress/wp-content/uploads/2016/10/The_Escape_Bmw.jpg"><img class="alignnone size-full wp-image-54428" src="http://www.movielicious.it/wordpress/wp-content/uploads/2016/10/The_Escape_Bmw.jpg" alt="The_Escape_Bmw" width="1000" height="500" /></a></p>
<p>La nota azienda tedesca produttrice di auto e moto, ha diffuso il corto <em><strong>The Escape</strong></em>, diretto da <strong>Neill Blomkamp</strong> (<em>District 9</em>, <em>Elysium</em>) con protagonista <strong>Clive Owen</strong>.<br />
Presentato come un omaggio per il quindicesimo anniversario della serie 5 originale prodotta dalla BMW, questo film di 13 minuti vede nel cast anche <strong>Dakota Fanning </strong>e <strong>Vera Farmiga</strong>.<br />
<iframe src="https://www.youtube.com/embed/jzUFCQ-P1Zg" width="560" height="315" frameborder="0" allowfullscreen="allowfullscreen"></iframe></p>
<p>La sinossi del cortometraggio: Una società di genetica chiamata Molecular Genetics ha messo a punto dei cloni umani; l&#8217;FBI è alle calcagna dell&#8217;organizzazione, e l&#8217;autista impersonato da Clive Owen viene assoldato per condurre con sé Five (Dakota Fanning), uno dei frutti dell&#8217;esperimento. Accanto al conducente, il capo della società stessa, un mercenario interpretato da Jon Bernthal. Nel rocambolesco inseguimento viene coinvolto anche un elicottero.</p>
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		<title>American Pastoral</title>
		<link>http://www.movielicious.it/2016/10/19/american-pastoral-recensione/</link>
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		<pubDate>Wed, 19 Oct 2016 13:24:11 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Fabio Giusti]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Recensioni]]></category>
		<category><![CDATA[American Pastoral]]></category>
		<category><![CDATA[Dakota Fanning]]></category>
		<category><![CDATA[Ewan McGregor]]></category>
		<category><![CDATA[Jennifer Connelly]]></category>
		<category><![CDATA[Pastorale americana]]></category>

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		<description><![CDATA[Ewan McGregor regista e interprete dell'adattamento del romanzo Premio Pulitzer di Philip Roth.]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Scheda</strong><br />
(Id., USA 2016)<br />
Uscita: 20 ottobre 2016<br />
Regia: Ewan McGregor<br />
Con: Ewan McGregor, Jennifer Connelly, Dakota Fanning<br />
Durata: 2 ore e 6 minuti<br />
Distribuzione: Eagle Pictures</p>
<p><a href="http://www.movielicious.it/wordpress/wp-content/uploads/2016/10/American_Pastoral_1.jpg"><img class="size-full wp-image-54354" src="http://www.movielicious.it/wordpress/wp-content/uploads/2016/10/American_Pastoral_1.jpg" alt="AP_D11_04689.ARW" width="650" height="370" /></a></p>
<p>L’esordio alla regia di <strong>Ewan McGregor</strong>, <em><strong>American Pastoral</strong></em>, riapre per l’ennesima volta il discorso relativo alla necessità di certi adattamenti cinematografici di capolavori della letteratura.<br />
Indipendentemente infatti dal coraggio mostrato dall’attore scozzese nel decidere di portare sullo schermo un libro non solo complesso ma anche così profondamente americano come il romanzo (Premio Pulitzer) di <strong>Philip Roth</strong>, le difficoltà erano molteplici.<br />
Perché<em><strong> American Pastoral</strong></em> rientra a buon titolo in quel novero di libri la cui traccia narrativa risulta poco più che un pretesto per parlare in realtà d’altro. In questo caso della definitiva morte del Sogno Americano sotto il peso di una contestazione giovanile che, in seguito al fallimento del “make love, not war” sessantottino, si scopriva capace di ripagare la violenza subita con la stessa moneta. In tal senso un romanzo che molto si avvicina al capolavoro di Roth per come cerca di leggere gli Stati Uniti di oggi andando a ritroso fino al momento in cui tutto è cambiato è <a href="http://www.movielicious.it/2015/02/24/vizio-di-forma/" target="_blank"><em>Vizio di forma</em> </a>di Thomas Pynchon. Laddove però P.T. Anderson, nel trasporre quest’ultimo in immagini, decide di dare forma visiva &#8211; o almeno una sua interpretazione &#8211; allo stile di Pynchon prima ancora che limitarsi a raccontare una storia, McGregor procede in maniera esattamente opposta.</p>
<p><a href="http://www.movielicious.it/wordpress/wp-content/uploads/2016/10/American-Pastoral_2.jpg"><img class="alignnone size-large wp-image-54355" src="http://www.movielicious.it/wordpress/wp-content/uploads/2016/10/American-Pastoral_2-1024x576.jpg" alt="American Pastoral_2" width="1024" height="576" /></a></p>
<p>Ecco dunque che il suo film si concentra quasi solo sull’amore di un padre per una figlia che, a un certo punto, molto semplicemente si perde mentre il coté più profondamente politico della matrice letteraria (il terrorismo in casa propria, gli scontri razziali) rimane invece come sfondo.<br />
La storia di Seymour Levov (Ewan McGregor), conosciuto da tutti come “lo Svedese”, che dalla vita sembra avere avuto tutto: bellezza, un buon lavoro e una moglie bellissima (<strong>Jennifer Connelly</strong>). Ma il destino ha in serbo una sorte ben più amara per l’uomo che, in seguito a una scelta radicale quanto tragica compiuta dalla figlia adolescente (<strong>Dakota Fanning</strong>) assiste alla rovina di tutto il proprio mondo.<br />
Ovvio che un processo di così estrema semplificazione del testo porti con sé anche il rischio di assottigliare il valore metanarrativo di <em>Pastorale americana</em> fino a snaturarne il senso.<br />
Fortuna vuole che lo script (opera di John Romano, autore attivo finora principalmente in TV) si fermi giusto un attimo prima che ciò accada e riesca comunque a restituire allo spettatore la cifra inquieta dello stile dell’autore de <em>Il lamento di Portnoy</em>.<br />
McGregor mostra tutta la sua buona volontà con una regia assai curata, sempre attenta a non strafare nel tentativo di definire un suo stile visivo, come fatto, ad esempio, da George Clooney ai tempi del suo esordio <em>Confessioni di una mente pericolosa</em>.<br />
Anche la ricostruzione storica risulta impeccabile, con una particolare attenzione dedicata ai costumi e agli interni.</p>
<p><strong><a href="http://www.movielicious.it/2016/10/04/ewan-mcgregor-presenta-pastorale-americana/" target="_blank">L&#8217;INTERVISTA A EWAN MCGREGOR</a></strong><br />
Il film arriva in Italia dopo essere stato presentato all’ultimo Toronto International Film Festival, forte anche dell’endorsement dello stesso Roth che ha dichiarato di ritenere il film di McGregor come il migliore tra gli adattamenti tratti finora dalle sue opere.<br />
C’è da dire che, alla luce della mediocrità di film come <em>La ragazza di Tony</em> a <em>The Humbling</em>, passando per il pessimo <em>La macchia umana</em>, un’affermazione del genere può apparire come un’arma a doppio taglio. Ma sarebbe ingiusto affermare che quella di Pastorale Americana sia un’operazione poco riuscita, perché è un film che si lascia guardare, appassiona quando deve appassionare e commuove quando vuole commuovere.Semmai Ewan McGregor paga il prezzo di aver osato troppo senza essere P.T. Andreson.<br />
<em><strong>American Pastoral</strong></em> risulta così, per certi versi, simile alla trasposizione de <em>La versione di Barney</em> girata nel 2010 da Richard J. Lewis. Se non altro per la correttezza formale con cui entrambi approcciano dei modelli letterari forse davvero troppo alti.</p>
<p><strong>Voto</strong> 6,5</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Ewan McGregor presenta Pastorale americana</title>
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		<pubDate>Tue, 04 Oct 2016 06:25:15 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Fabio Giusti]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Special]]></category>
		<category><![CDATA[American Pastoral]]></category>
		<category><![CDATA[Dakota Fanning]]></category>
		<category><![CDATA[Ewan McGregor]]></category>
		<category><![CDATA[Pastorale americana]]></category>
		<category><![CDATA[Philip Roth]]></category>

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		<description><![CDATA[L'attore a Roma per  il suo primo film da regista. ]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.movielicious.it/wordpress/wp-content/uploads/2016/10/american-pastoral.jpg"><img class="alignnone size-full wp-image-54174" src="http://www.movielicious.it/wordpress/wp-content/uploads/2016/10/american-pastoral.jpg" alt="american-pastoral" width="650" height="370" /></a></p>
<p><strong>Ewan McGregor</strong> è di passaggio in Italia per presentare <em><strong>Pastorale americana</strong></em> un <strong>film</strong> importante per vari motivi.<br />
Innanzitutto perché è tratto da uno dei romanzi più difficilmente traducibili in immagini che si possa immaginare, quel <em>Pastorale Americana</em> con cui <strong>Philip Roth</strong> vinse il Premio Pulitzer per la narrativa nel 1998.<br />
E poi perché segna l’esordio di McGregor alla regia dopo un quarto di secolo in cui l’attore è passato agilmente dai primi film di Danny Boyle (per chi scrive è e rimane il Renton di <em>Trainspotting</em>) a Hollywood.<br />
E per quanto possa apparire strano che un attore scozzese approcci, per la sua prima prova da regista, il capolavoro del più americano degli scrittori viventi, si rimane conquistati dall’entusiasmo con cui McGregor parla di questa rischiosissima scommessa.</p>
<p><strong>Allora Ewan, come è andata questa tua prima volta dietro la macchina da presa?</strong></p>
<p>Non poteva andar meglio.<br />
È stata un’esperienza che mi ha radicalmente cambiato e mi ha fatto crescere come essere umano.<br />
Un’esperienza che, tra l’altro, sognavo di fare da molti anni.<br />
Mi interessava tutto il processo che sta dietro la realizzazione di un film, dalle prime discussioni con lo sceneggiatore fino alla post-produzione.<br />
Ovviamente, essendo io prima di tutto un attore, ero anche curioso di capire come avrei costruito le scene insieme agli altri interpreti.<br />
Inoltre ho scoperto tutti quegli aspetti da cui gli attori vengono in genere tutelati durante le riprese di un film, come i possibili dissidi all’interno della troupe o l’attività più propriamente manageriale che c’è dietro.<br />
Ho scoperto infatti che buona parte del lavoro del regista è di tipo gestionale.</p>
<p><a href="http://www.movielicious.it/wordpress/wp-content/uploads/2016/10/american_pastoral.jpg"><img class="alignnone wp-image-54175" src="http://www.movielicious.it/wordpress/wp-content/uploads/2016/10/american_pastoral-1024x576.jpg" alt="american_pastoral" width="650" height="366" /></a></p>
<p><strong>E non avevi paura di affrontare un romanzo così complesso?</strong></p>
<p><em>American Pastoral</em> è senza dubbio un romanzo straordinario ma, nel momento in cui sono stato coinvolto nel progetto io non lo avevo ancora letto.<br />
Ho letto infatti prima lo script di John Romano. Una sceneggiatura che mi ha toccato nel profondo e commosso, cosa non comune quando si legge una sceneggiatura.<br />
Immagino che c’entri anche il fatto che io sia padre di quattro figlie e questa sia la storia di una famiglia che perde una figlia in modo così estremo.</p>
<p><strong>Quindi il tuo essere genitore ti ha aiutato nell’interpretare questa figura così complessa di padre?</strong></p>
<p>Nel lavoro di attore devi attingere in egual modo sia dalla tua esperienza che dalla tua immaginazione.<br />
Ovvio che se interpreti il ruolo di un serial killer devi affidarti più alla tua immaginazione.</p>
<p><strong>Come hai scelto la straordinaria bambina che interpreta tua figlia da piccola nel film?</strong></p>
<p>Avevamo bisogno di tre attrici che coprissero lo stesso ruolo all’età di sette anni, tredici e poi dai sedici anni in su.<br />
Sapevamo già che <strong>Dakota Fanning</strong> avrebbe ricoperto questa terza fase anagrafica, per cui il principale criterio di scelta riguardava il fatto che le altre due dovessero essere credibili come bambine che poi sarebbero diventate Dakota.<br />
Ho visionato tantissimi provini &#8211; alcuni di bimbe “adulti” anche vagamente inquietanti &#8211; e, alla fine, ne ho selezionate cinque con cui fare delle letture.<br />
Tra queste ho scelto poi quella maggiormente capace di allontanarsi dalla traccia che si era preparata.</p>
<p><strong>C’è una connessione tra le vicende raccontate nel film e l’attualità statunitense?</strong></p>
<p><em><strong>American Pastoral</strong></em> &#8211; sia il libro che il film &#8211; esplora un momento ben specifico della storia americana, quello in cui la generazione del dopoguerra, quella dell’American Dream, entra in rotta di collisione con la generazione successiva, politicizzata in termini sempre più radicali.<br />
Il film si concentra molto su questo scontro generazionale.<br />
Gli scontri tra polizia e afroamericani che si vedono nel film possono poi, in qualche modo, ricordare vicende più attuali, così come i riferimenti al terrorismo ma non era mia intenzione parlare di attualità</p>
<p><strong>Da Danny Boyle a Polanski passando per Woody Allen, nella tua carriera hai lavorato con alcuni dei registi più importanti al mondo. A chi ti sei ispirato maggiormente per questo tuo primo film da regista?</strong></p>
<p>Nei miei 25 anni di carriera ho avuto la fortuna di venire a contatto con un’ampia gamma di registi, dai più grandi ad alcuni meno bravi e credo di aver preso qualcosa da tutti.<br />
L’attore, in questo senso, si trova in una posizione privilegiata perché può osservare il lavoro del regista svolto da persone diverse.<br />
Quello che capisci, alla fine, è che non c’è un modo giusto e uno sbagliato di dirigere un film, piuttosto ci sono cose che funzionano e altre che funzionano meno in determinate circostanze.<br />
Danny Boyle è stato senz’altro il regista con cui ho iniziato e che mi ha definito in quanto attore nel passaggio da <em>Piccoli omicidi tra amici</em> a <em>Trainspotting</em> e poi a <em>Una vita esagerata</em>.<br />
La cosa più importante di Danny era che ti guardava, coglieva quello che stavi facendo e questa, per un attore, credo sia la soddisfazione più grande.<br />
Altri registi si limitano a darti delle indicazioni e tu realizzi ben presto che non c’è la minima sintonia tra di voi.<br />
Ecco, quello che più spero è di non essermi rivelato di un regista di questo tipo.</p>
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		<title>Venezia 73, il live blog dal Lido</title>
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		<pubDate>Wed, 31 Aug 2016 06:15:20 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Andrea Bosco]]></dc:creator>
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		<category><![CDATA[73ª Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica]]></category>
		<category><![CDATA[Ana Lily Amirpour]]></category>
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		<description><![CDATA[La Mostra del Cinema raccontata dal nostro inviato Andrea Bosco.]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.movielicious.it/wordpress/wp-content/uploads/2016/08/Venezia_Live_Blog.jpg"><img class="alignnone size-full wp-image-53784" src="http://www.movielicious.it/wordpress/wp-content/uploads/2016/08/Venezia_Live_Blog.jpg" alt="Venezia_Live_Blog" width="650" height="370" /></a></p>
<h3>Considerazioni, commenti a caldo e imprecazioni da #Venezia73</h3>
<p>&nbsp;</p>
<p><span class="_5yl5"><strong>The Bad Batch</strong><br />
</span></p>
<p><a href="http://www.movielicious.it/wordpress/wp-content/uploads/2016/08/the-bad-batch.png"><img class="alignnone size-full wp-image-53938" src="http://www.movielicious.it/wordpress/wp-content/uploads/2016/08/the-bad-batch.png" alt="the-bad-batch" width="620" height="260" /></a></p>
<p><span class="_5yl5">Catalizzata l&#8217;attenzione internazionale con il furbetto ma suggestivo esordio di <a href="http://www.movielicious.it/2016/06/28/a-girl-walks-home-alone-at-night-recensione/" target="_blank"><em>A Girl Walks Home Alone at Night</em></a>, la trentacinquenne anglo-americana di discendenza iraniana <strong>Ana Lily Amirpour</strong> si distacca dall&#8217;iconografia e dall&#8217;immaginario del suo Paese d&#8217;origine ma non dalle suggestioni orrorifiche delle sue storie di emarginazione e di segregazione. Indovinata l&#8217;audace giustapposizione dell&#8217;universo vampiresco con il tema della <strong>condizione femminile</strong> nella realtà mediorientale, la Amirpour tenta di bissare formula accostando il cannibalismo e il clima ribollente di una frontiera USA-Messico che pare uscita dai sogni bagnati di Donald Trump, offrendone l&#8217;immagine paradossale e caricata di una distopica terra di nessuno lasciata a se stessa e all&#8217;autogestione di un pugno di reietti farneticanti (il messianico capo della comunità di Keanu Reeves, il delirante predicatore di <em>Giovanni Ribisi</em>) o ridotti al silenzio (l&#8217;eremita ipervitaminizzato di <strong>Jason Momoa</strong>, il barbone nichilista di <strong>Jim Carrey</strong>) e ponendo al centro di tutto, di nuovo, una donna (la modella <strong>Suki Waterhouse</strong>), mutilata e ferita, indipendente e agguerrita, mai rassegnata al suo gioco. </span></p>
<p><span class="_5yl5">I presupposti, interessanti e attualissimi, si risolvono in uno sviluppo che, in misura ancora più larga e sfacciata rispetto al film precedente, sacrifica la coerenza, l&#8217;invenzione e il ritmo &#8211; specie nella catatonica seconda parte &#8211; alla ricerca spasmodica di una coolness artefatta e gratuita, all&#8217;idea di una rappresentazione lisergica ed eccessiva costruita a tavolino per diventare di culto e per apparire a tutti i costi originale, dimenticandosi di porre una struttura narrativa intelligibile e funzionale al servizio dei numerosi spunti e delle colorite ideuzze. Un&#8217;occasione persa e un notevole atto di presunzione di una giovane promessa troppo consapevole dei propri mezzi e troppo preoccupata di dare un&#8217;identità forte al proprio cinema, una bolla luccicante di aria fritta che, tristemente, pare ridurre la Amirpour alla copia conforme di Sofia Coppola. </span></p>
<p><span class="_5yl5"><strong>Voto</strong> 4.5</span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Jackie</strong></p>
<p><a href="http://www.movielicious.it/wordpress/wp-content/uploads/2016/08/t-natalie-portman-jackie-kennedy-first-look.jpg"><img class="alignnone size-full wp-image-53921" src="http://www.movielicious.it/wordpress/wp-content/uploads/2016/08/t-natalie-portman-jackie-kennedy-first-look.jpg" alt="t-natalie-portman-jackie-kennedy-first-look" width="896" height="504" /></a></p>
<p>C&#8217;era davvero motivo di temere che la prima produzione americana di <strong>Pablo Larrain</strong>, specie alla luce dell&#8217;anomalo e riuscitissimo <em>Neruda</em>, potesse restituirci un autore assoggettato alla logica del progetto su commissione? Ad appena quattro mesi dalla pellicola incentrata sulla persecuzione subita dal poeta di Barral, il regista cileno si affaccia sull&#8217;altra sponda delle Americhe per stendere il diario privatissimo della vedova Kennedy (una diafana, meravigliosa <strong>Natalie Portman</strong>) registrato fra l&#8217;assassinio di JFK e la sua sepoltura nel cimitero di Arlington, quattro giorni che scossero il mondo rivisti dalla prospettiva della loro testimone più diretta e coinvolta: lontanissimo da qualsiasi forma di celebrazione agiografica e dalle regole più vetuste del biopic, Jackie è in realtà l&#8217;occasione per Larrain per portare avanti il suo discorso, dolente e rassegnato, sulla fuggevolezza, sulla labilità e sulla crudeltà del Tempo che passa, della Storia che tutto fagocita e della Memoria che, ineluttabilmente, sfuma, catturando la progressiva, inesorabile dissolvenza di Jacqueline Bouvier dalla carica di First Lady all&#8217;oblio e al folklore (indelebile l&#8217;immagine della protagonista circondata dai manichini a sua immagine), incorniciata da due confessioni intrecciate, una laica ed espositiva &#8211; l&#8217;intervista rilasciata al giornalista Theodore H. White (<strong>Billy Crudup</strong>) &#8211; e una religiosa ed emotiva &#8211; la &#8220;conversazione privata&#8221; con il prete cattolico interpretato da <strong>John Hurt</strong>. E fra una riflessione sul &#8220;corpo del capo&#8221; che fa tornare alla mente l&#8217;autopsia di Allende in <em>Post Mortem</em> e l&#8217;immagine tutt&#8217;altro che conciliante di un Potere cannibale, formale e freddissimo, Larrain si dimostra ancora una volta &#8211; casomai ce ne fosse bisogno &#8211; uno dei cineasti più eclettici e coerenti della sua generazione, staccandosi nettamente dal resto del Concorso.</p>
<p><strong>Voto</strong> 8,5</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>El Cristo Ciego</strong></p>
<p><a href="http://www.movielicious.it/wordpress/wp-content/uploads/2016/08/El-Cristo-ciego.jpg"><img class="alignnone size-full wp-image-53919" src="http://www.movielicious.it/wordpress/wp-content/uploads/2016/08/El-Cristo-ciego.jpg" alt="El Cristo ciego" width="800" height="351" /></a></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Il cileno <em><strong>El Cristo ciego</strong></em> va ad aggiungersi al novero, tristemente polposo, di esordi volenterosamente promossi al Concorso nella speranza &#8211; disattesa &#8211; di presentare carne fresca al mercato festivaliero: come nel caso del Kaan Mujdeci di <em>Sivas</em>, del Peter Landesman di <em>Parkland</em> e del Gipi de <em>L&#8217;ultimo terrestre</em>, non solo non sembrano esserci abbastanza presupposti per giustificare tanta attenzione, ma il debutto alla regia del trentenne <strong>Christopher Murray</strong> offre bene pochi spunti di interesse già preso per conto proprio. Sorta di pedestre imitazione del <em>Nazarin</em> bunueliano, il road movie misticheggiante di Murray traccia il mesto, allegorico percorso di un profeta reietto e senza poteri, emarginato da una comunità ostile, incattivita dagli stenti e capace soltanto all&#8217;arbitrarietà del miracolo, ma il film, come il suo protagonista, è sostanzialmente un laconico e pretenziosetto giro a vuoto intorno alle proprie ambizioni, in primis quella di riflettere sull&#8217;ambiguità dell&#8217;origine, della trasmissione e del potere del messaggio divino ed evangelico (le parabole del protagonista, mutuate e riadattate in base al suo confronto con la comunità), affondando il tutto in un clima pauperistico e (fin troppo) scarno in linea con la voga sudamericana che, con la presidenza Barbera sembra essere diventata uno dei cavalli su cui Venezia intende puntare di più. Una pellicola irrisolta, inevitabilmente acerba e molto gracile, non una delle &#8211; ahinoi tante &#8211; voragini della sezione principale, ma di certo più dimenticabile.</p>
<p><strong>Voto</strong> 4</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>The Young Pope</strong></p>
<p><a href="http://www.movielicious.it/wordpress/wp-content/uploads/2016/08/The_Young_Pope.jpg"><img class="alignnone size-full wp-image-53893" src="http://www.movielicious.it/wordpress/wp-content/uploads/2016/08/The_Young_Pope.jpg" alt="The_Young_Pope" width="644" height="360" /></a></p>
<p><span class="_5yl5">Se molti avevano storto il naso di fronte alla deriva manierista di <a href="http://www.movielicious.it/2015/05/20/youth-la-giovinezza/" target="_blank"><em>Youth</em></a> e temuto che l&#8217;esempio de <em>La grande bellezza</em> potesse farsi col tempo, nel bene, ma soprattutto nel male, un precedente sempre più imprescindibile e ingombrante, <strong>Paolo Sorrentino</strong> si ripresenta con il progetto <em><strong>The Young Pope</strong></em> disintossicato dai suoi vezzi più discutibili &#8211; la dispersività aneddotica, la visionarietà insistita, la scrittura sentenziosa sempre più ridotta all&#8217;aforismo e all&#8217;aforismo -, misurato nella sua instancabile ricerca estetica a metà fra il trash e il sublime e, finalmente, libero da quella posa imbalsamata e innaturale della sua produzione più recente. Le prime due puntate della miniserie &#8211; anticipazione succulenta che però assomiglia troppo a un escamotage per rimpinguare il bacino di abbonati Sky &#8211; sembrano preludere a una rete di intrighi, sospetti e doppiogiochismi da clima tardo-imperiale, presentano un novero di personaggi fra i più azzeccati e interessanti dell&#8217;universo sorrentiniano (c&#8217;è da scommettere soprattutto sul machiavellico cardinal Voiello di un impagabile <strong>Silvio Orlando</strong>, stratega della Curia tentato eroticamente dalla Venere di Willendorf), limitano l&#8217;elemento surreale a pochi, indovinatissimi episodi (il canguro che scorrazza per i Giardini Vaticani, la partita a pallone fra suore e, naturalmente, l&#8217;oltraggiosa omelia onirica del prologo), regalano raffiche di dialoghi di grande respiro e brio (già di culto lo scambio con la responsabile del marketing di Cécile de France, dove in un sol botto vengono snocciolati Salinger, Kubrick, Banksy, i Daft Punk e Mina) e trovano nel Pio XIII di un carismatico e ritrovato <strong>Jude Law</strong> &#8211; finalmente nel ruolo della vita &#8211; un protagonista già pronto per l&#8217;immaginario collettivo e capace di catturare le contraddizioni, le idiosincrasie e gli slanci dell&#8217;epoca cui appartiene. </span></p>
<p><span class="_5yl5"><strong>Voto</strong> 7,5 (per ora)</span></p>
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<p><strong>Pets &#8211; Vita da animali</strong></p>
<p><a href="http://www.movielicious.it/wordpress/wp-content/uploads/2016/08/Pets-Vita-da-animali.jpg"><img class="size-full wp-image-53890" src="http://www.movielicious.it/wordpress/wp-content/uploads/2016/08/Pets-Vita-da-animali.jpg" alt="Registi: Chris Renaud e Yarrow Cheney Il film d'animazione prodotto da Illumination Entertainment e Universal Pictures uscirà in Italia nel luglio 2016: racconterà cosa fanno gli animali domestici di un appartamento di Manhattan quando i loro padroni non sono in casa (un po' lo stesso approccio di Toy's Story, per capirci)" width="644" height="360" /></a></p>
<p>Bisogna dargliene atto: quello della <strong>Illumination Entertainment</strong>, seppur ai primi passi e ancora lontano dall&#8217;aggiustamento del tiro, è finora un percorso che procede ai lati della matta competizione, Pixar in testa, per l&#8217;eccellenza nel campo del cinema d&#8217;animazione. Con la sua ultima fatica, <em><strong>Pets &#8211; Vita da animali</strong></em>, la casa di <strong>Chris Meledandri</strong> non realizza, come era lecito aspettarsi, un corrispettivo zoologico di<em> Toy Story</em>, ma un fuoco d&#8217;artificio slapstick coloratissimo e scatenato mirato, come suggerisce d&#8217;altronde il nome stesso della compagnia, al puro e semplice intrattenimento senza pretese. E pur senza raggiungere le vette di raffinatezza dell&#8217;analogo <em>Shaun &#8211; Vita da pecora</em> della Aardman, tanto basta a <em><strong>Pets &#8211; Vita da animali</strong></em>  per garantirsi un piccolo posto d&#8217;onore nella vetrina cartoon della prossima stagione, con il suo soggetto tanto semplice e pieno di cliché &#8211; lo sfrenato pomeriggio di libertà di una piccola comunità di quartiere di animali, domestici e non &#8211; da coinvolgere qualsiasi fascia d&#8217;età, le sue caratterizzazioni folli, su cui primeggiano, ancor più del jack russell protagonista doppiato da un bravissimo Louis C.K., la poiana in via di disintossicazione da carne di Albert Brooks e il coniglietto psicopatico anarchico-insurrezionalista di Kevin Hart, sprazzi di eleganza visiva, come l&#8217;incipit che attraversa New York dell&#8217;altro e penetra piano piano a Central Park, e di inattesa dolcezza (il tenerissimo epilogo, con il simultaneo rientro a casa dei padroni dei protagonisti). Con <em><strong>Pets &#8211; Vita da animali</strong></em>, insomma, la Illumination dimostra di potersela cavare benissimo anche senza ricorrere alla macchina da guerra dei minions e garantisce il suo primo giro completo senza dissesti e pienamente godibile sull&#8217;ottovolante del divertimento animato.</p>
<p><strong>Voto</strong> 6.5</p>
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<p><strong>Hacksaw Ridge</strong></p>
<p><a href="http://www.movielicious.it/wordpress/wp-content/uploads/2016/08/HACKSAW-RIDGE.jpg.jpg"><img class="alignnone size-large wp-image-53888" src="http://www.movielicious.it/wordpress/wp-content/uploads/2016/08/HACKSAW-RIDGE.jpg-1024x683.jpg" alt="HACKSAW RIDGE.jpg" width="1024" height="683" /></a></p>
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<p>Mette molta tristezza il fatto che ad azzardare l&#8217;inservibile rilancio fuori tempo massimo di una star come <strong>Mel Gibson</strong>, carnefice e vittima di un suicidio artistico-mediatico senza precedenti, sia la più antica rassegna cinematografica del mondo, capace di accogliere in pompa magna il nuovo capitolo, a dieci impercettibili anni di distanza dall&#8217;ultimo delirio, del suo vaniloquio, becero, bigotto e profondamente fascista. Perché <em><strong>Hacksaw Ridge</strong></em>, favoletta bellica sullo sfondo di Okinawa condita da un immaginario e da un&#8217;estetica sempre più vicina a quello del fanatismo dei Cristiani Rinati, rispetta in tutto e per tutto le premesse che lo accompagnavano, una parapropagandistica e triviale spremuta di sangue che sembra il biglietto da visita della (eventuale?) era Trump, l&#8217;inusitata, immeritata, nuova occasione con cui Gibson si ripresenta, ormai fuori controllo e fuori misura, nella sua ammuffita, risibile veste di autore. Ha ben poco senso tentare di giustificare con pretestuosi alibi artistici, vista la grossolanità e la ridicolaggine dell&#8217;insieme, fra attori mal diretti (a cominciare dallo stesso <em><strong>Andrew Garfield</strong></em>), scene madri senza vergogna (il recupero della Bibbia) e il solito occhio compiaciuto ai limiti del sadismo, quello che si configura come quanto di più pericoloso e corrotto il cinema occidentale abbia attualmente da offrire.</p>
<p><strong>Voto</strong> 3</p>
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<p><strong>Frantz</strong></p>
<p><a href="http://www.movielicious.it/wordpress/wp-content/uploads/2016/08/Frantz.jpeg"><img class="alignnone wp-image-53883" src="http://www.movielicious.it/wordpress/wp-content/uploads/2016/08/Frantz.jpeg" alt="Frantz" width="650" height="407" /></a></p>
<p><span class="_5yl5">Se nella produzione del nume tutelare Fassbinder uno degli elementi cardine era la deflagrazione degli elementi più tabù del cinema di Sirk e la loro ricontestualizzazione nel clima sanguigno della contemporaneità, con <em><strong>Frantz</strong></em> <strong>François Ozon</strong> compie un&#8217;operazione più sottile, scegliendo di restituire al cinema l&#8217;ultimo, dimenticato dramma di Lubitsch &#8211; tratto a sua volta da una piéce di Maurice Rostand, figlio di Edmond e figura di spicco della comunità omosessuale della Francia interbellica &#8211; operando la minima variazione possibile, a cominciare dalla schietta imitazione formale del film originale e, prima volta per la sua carriera, dalla scelta di un bianco e nero che solo in pochissime occasioni &#8211; gli idilli &#8211; si apre al colore. Il risultato è un mélo al contempo travolgente e sottaciuto, esplicito e allusivo, freddo e appassionato con cui l&#8217;autore di Sotto la sabbia tesse una nuova tela di affabulazioni e menzogne bianche attorno al nugolo di sentimenti che coinvolge, tra le ferite ancora apertissime del primo conflitto mondiale, una ragazza tedesca (<strong>Paula Beer</strong>) e un soldato francese (<strong>Pierre Niney</strong>, davvero eccezionale) che sembra portare con sé qualche segreto sul di lei fidanzato morto in battaglia, un&#8217;operazione solo apparentemente convenzionale con cui Ozon, fra ellissi e sottacimenti, riflette sul meccanismo del senso di colpa e &#8211; anche metanarrativamente (si vedano i dubbi legittimi sulla sessualità del protagonista, che Lubitsch dovette necessariamente azzerare) &#8211; sulla necessità della bugia. Dopo Nella casa, insomma, un nuovo, affascinante e tutt&#8217;altro che rassicurante capitolo della disamina ozoniana sulla fragilità della finzione. </span></p>
<p><span class="_5yl5"><strong>Voto</strong> 7.5</span></p>
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<div class="_31o4"><strong>Brimstone</strong></div>
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<div class="_31o4"><a href="http://www.movielicious.it/wordpress/wp-content/uploads/2016/08/Brimstone.jpg"><img class="alignnone wp-image-53881" src="http://www.movielicious.it/wordpress/wp-content/uploads/2016/08/Brimstone.jpg" alt="Brimstone" width="650" height="325" /></a></div>
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<div class="_d97"><span class="_5yl5">Con l&#8217;ultima fatica dell&#8217;olandese <strong>Martin Koolhoven</strong>, promosso alla maxiproduzione internazionale di lusso dopo il clamoroso successo del precedente <em>Oorlogswinter</em>, il Concorso di <strong>Venezia73</strong> lambisce finalmente l&#8217;abisso con <em><strong>Brimstone</strong></em>, uno sciagurato pastrocchio a metà tra la fiaba nera e il western metafisico, un vanaglorioso e micidiale concentrato di grand guignol, misticismo, aria fritta e ridicolo involontario: le tappe della persecuzione attraverso la Frontiera ottocentesca di una giovane immigrata olandese (<strong>Dakota Fanning</strong>) da parte del proprio padre (un inguardabile <strong>Guy Pearce</strong> impegnato in una sorta di parodia involontaria del Reverendo Powell de <em>La morte corre sul fiume</em>) sono scandite da un insostenibile e gratuito crescendo di nefandezze assortite accompagnate da un sottotesto parafemminista in realtà profondamente misogino e le smisurate ambizioni dell&#8217;insieme &#8211; ingiustificata durata monstre compresa &#8211; tentano malamente di ovviare a una sconfortante assenza di idee, di gusto e di misura. Non c&#8217;è praticamente nulla da salvare in questo greve, morboso e incontrollato guazzabuglio di cliché e di sadismo incapace di distinguere l&#8217;epica dalla pompa e di conferire senso e necessità ai tanti, troppi temi, condizione femminile di ieri e di oggi in primis, tirati in ballo. Un inaccettabile, irricevibile disastro su larga scala. </span></div>
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<div class="_d97"><span class="_5yl5"><strong>Voto</strong> 3</span></div>
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<p><strong>Nocturnal Animals</strong></p>
<p><a href="http://www.movielicious.it/wordpress/wp-content/uploads/2016/08/jake-gyllenhall-nocturnal-animals.jpg"><img class="alignnone size-full wp-image-53879" src="http://www.movielicious.it/wordpress/wp-content/uploads/2016/08/jake-gyllenhall-nocturnal-animals.jpg" alt="jake-gyllenhall-nocturnal-animals" width="656" height="339" /></a></p>
<p><span class="_5yl5">Con <strong>Nocturnal Animals</strong>, <strong>Tom Ford</strong> amplia, sviscera ed esaspera le componenti metatestuali di <em>Tony &amp; Susan</em> di Austin Wright, romanzo a scatole cinesi incentrato sulla contiguità e sulla compenetrazione di realtà e finzione, di vita vissuta e di invenzione letteraria, di atto e di allegoria, traslando nell&#8217;incubo camp del jet-set losangelino la comunicazione a distanza fra un&#8217;infelice e apatica gallerista (<strong>Amy Adams</strong>) e il suo ex-marito scrittore in via di pubblicazione (<strong>Jake Gyllenhaal</strong>), riuniti dopo vent&#8217;anni di silenzio dalla lettura della sua ultima fatica ancora inedita. </span></p>
<p><span class="_5yl5">È l&#8217;occasione per Ford di costruire un labirinto concentrico di rimandi, evocazioni e riflessioni sulla potenza e sull&#8217;influenza del linguaggio e della narrazione, sul ruolo dell&#8217;ispirazione e del ricordo, sull&#8217;atto di creazione come rivalsa e autoaffermazione, contrapponendo brutalmente l&#8217;atmosfera di mefitica opulenza della cornice &#8211; riassunta meravigliosamente dagli esplosivi titoli di testa e dagli strabordanti valori di produzione &#8211; con il tono crudele, livido e disperato del libro che vi è all&#8217;interno, con un gioco di eccessi e contrasti dirompente e spiazzante. Pervaso da una cappa malsana di disagio e di angoscia ai confini del racconto orrorifico, <em><strong>Nocturnal Animals</strong></em> è una visione tanto raffinata quanto sgradevole, avvolgente e nauseante, una combinazione di ossimori irresistibilmente gocciolanti di kitsch e di incoscienza. </span></p>
<p><span class="_5yl5"><strong>Voto</strong> 7</span></p>
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<p><strong> Arrival</strong></p>
<p><a href="http://www.movielicious.it/wordpress/wp-content/uploads/2016/08/Arrival.png"><img class="alignnone size-full wp-image-53872" src="http://www.movielicious.it/wordpress/wp-content/uploads/2016/08/Arrival.png" alt="Arrival" width="780" height="383" /></a></p>
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<div class="_d97"><span class="_5yl5">Dopo la labirintica elegia metanarrativa di Wenders, in contemporanea al potere affabulatorio di Murray e alla vigilia della riflessione sullo storytelling di Ford, quello della potenza e dei limiti del linguaggio sembra imporsi fra i temi più ricorrenti della sezione principale di Venezia73. <em><strong><a href="http://www.movielicious.it/2016/08/17/amy-adams-parla-con-gli-alieni-nel-trailer-di-arrival/" target="_blank">Arrival</a></strong></em> di <strong>Denis Villeneuve</strong> parte da uno dei cliché più abusati della tradizione fantascientifica, quello del primo contatto interplanetario, privilegiando un inedito approccio tecnico-scientifico e accentrando l&#8217;intreccio sul confronto comunicativo e sull&#8217;educazione al dialogo fra ospiti e visitatori, cogliendo anche l&#8217;occasione per coinvolgere la strettissima attualità (impossibile non pensare al clima di intolleranza dell&#8217;ipotetica era <strong>Trump</strong>) e una riflessione, seppur schematica, sull&#8217;inconciliabilità dei popoli. </span></div>
<div class="_d97"><span class="_5yl5">Peccato che, come se il tutto non fosse già abbastanza ambizioso, gli affascinanti presupposti del primo atto lasciano spazio a uno sviluppo misticheggiante che, senza svelare troppo, sente la necessità di sfociare nel fantastico e di indugiare in pedanti, lacrimose e tonitruanti riflessioni sui massimi sistemi &#8211; il tempo, l&#8217;identità, l&#8217;occasione e via discorrendo &#8211; secondo l&#8217;esempio del tardo Nolan (<a href="http://www.movielicious.it/2014/11/05/interstellar/" target="_blank"><em>Interstellar</em></a>, in particolare, sembra il termine di riferimento): i toni si fanno, così, gratuitamente ampollosi e scissi fra sentimentalismo d&#8217;accatto (l&#8217;apoteosi familista del finale) e sofisticherie affastellate alla bell&#8217;e meglio (la graduale rivelazione della struttura circolare dell&#8217;intreccio). Una grande occasione sprecata. </span></div>
<div class="_d97"><span class="_5yl5"><strong>Voto</strong> 5,5</span></div>
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<p><strong>La luce sugli oceani</strong></p>
<p><a href="http://www.movielicious.it/wordpress/wp-content/uploads/2016/08/LaLuceSugliOceani.jpg"><img class="alignnone size-full wp-image-53864" src="http://www.movielicious.it/wordpress/wp-content/uploads/2016/08/LaLuceSugliOceani.jpg" alt="LaLuceSugliOceani" width="655" height="436" /></a></p>
<p><span class="_5yl5">Con <strong><em>La luce sugli oceani</em></strong>, la galleria degli amours fous di <strong>Derek Cianfrance</strong> lascia il territorio della periferia newyorkese moderna e del nervosismo cassavetesiano per adottare i toni affettati e impostati del romanzo d&#8217;appendice, tentando di conferire all&#8217;omonimo best-seller di M.L. Stedman la gravitas e il disagio cosmico dell&#8217;universo intimistico e contemporaneamente epico del tardo David Lean (viene in mente in particolare <em>La figlia di Ryan</em>). Se la capacità dell&#8217;autore di <em><a href="http://www.movielicious.it/2013/04/02/come-un-tuono/" target="_blank">Come un tuono</a></em> di fotografare un&#8217;umanità schiacciata dal peso delle circostanze (l&#8217;eremitico isolotto a metà fra il Pacifico e l&#8217;Indiano che fa da sfondo alle vicende), dalla responsabilità delle proprie scelte e dai vincoli morbosi dei rapporti resta intatta, la matrice letteraria, una mediocre e pedestre rimasticazione del romanticismo disperato di Thomas Hardy, si rivela una base controproducente e importuna, più vicina all&#8217;arzigogolo della soap opera o alla strappalacrime matarazziano che al rigore del melodramma. Così, fra agnizioni, colpi di scena e rivelazioni, dopo un promettente primo atto il film sbanda e arranca faticosamente lungo binari prevedibili e formulaici, con <strong>Alicia Vikander</strong> &#8211; che pare condannata a essere l&#8217;elemento di riscatto di operine modeste &#8211; e <strong>Rachel Weisz</strong> a contendersi lacrimosi primi piani e assoli per sopperire alla mancanza di una struttura narrativa coerente, qualcosa di molto lontano dal genuino spirito free-form di <a href="http://www.movielicious.it/2013/02/12/blue-valentine/" target="_blank"><em>Blue Valentine</em></a>. A Cianfrance, dunque, viene ancora una volta molto facile immergere lo spettatore nel caos dei suoi personaggi e dell&#8217;ambiente in cui agiscono, ma non c&#8217;è sostanza sufficiente a riempire e a giustificare il vuoto drammaturgico di un generico, patinato feuilleton.</span></p>
<p><strong>Voto </strong>4,5<strong><br />
</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>L&#8217;estate addosso</strong></p>
<p><a href="http://www.movielicious.it/wordpress/wp-content/uploads/2016/08/Lestate-addosso-660x350.jpg"><img class="alignnone size-full wp-image-53861" src="http://www.movielicious.it/wordpress/wp-content/uploads/2016/08/Lestate-addosso-660x350.jpg" alt="Lestate-addosso-660x350" width="660" height="350" /></a></p>
<p><span class="_5yl5">Smaltita la sbornia americana dopo il secondo fallimento consecutivo, con <em><strong>L&#8217;estate addosso</strong></em> <strong>Gabriele Muccino</strong> tenta di svecchiare e di rinvigorire il suo cinema con un <strong>racconto di formazione</strong> sintonizzato sulla frequenza di un pubblico tardo-adolescenziale, una specie di declinazione in chiave esotizzante e ad alto budget dei patemi generazionali di Come te nessuno mai spostando la prospettiva verso il Nuovo Continente: il risultato, però, è l&#8217;ulteriore &#8211; e ancor più ingiustificato &#8211; atto di ruffianeria di un cineasta da sempre all&#8217;inseguimento della spicciolata sociologica del momento e del consenso del proprio pubblico di riferimento, identificato questa volta nelle frotte di giovanissimi aspiranti cervelli in fuga alle prese con le incognite del proprio futuro. </span></p>
<p><span class="_5yl5">Se l&#8217;attitudine resta, come sempre, superficiale e vagamente fuori dal mondo &#8211; si parla di crisi economica e di assenza di prospettive, ma nel clima festaiolo generale è come se non esistessero -, la forma regredisce a quella di un misero filmino delle vacanze dove ogni conflitto e ogni complicazione sono risolti tra dialoghi e in stile Smemoranda &#8211; senza contare la micidiale voce off -, scene madri da burletta (la scena, involontariamente autoreferenziale, della potenza catartica dell&#8217;urlo e quella, pietosa, della sfuriata in aeroporto) e caratterizzazioni ai limiti dello stereotipo, dallo sbarbatello impacciato alla ricerca della sua identità sessuale alla puritana parafascista convertitasi al libertinismo con un colpo di vento, ma a farne le spese maggiori è il calderone della comunità LGBT, cui Muccino vorrebbe restituire un&#8217;autenticità rara per il nostro popolare e che invece introduce e spiega con metodi didattici da Prima Repubblica.</span></p>
<p><strong>Voto</strong> 3</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong> La La Land</strong></p>
<p><a href="http://www.movielicious.it/wordpress/wp-content/uploads/2016/08/Lalaland.jpg.jpg"><img class="alignnone size-full wp-image-53849" src="http://www.movielicious.it/wordpress/wp-content/uploads/2016/08/Lalaland.jpg.jpg" alt="Lalaland.jpg" width="612" height="380" /></a></p>
<p><em><strong>La La Land</strong></em> conferma l&#8217;estrosità, il brio, la vivacità e l&#8217;andameto sincopato del cinema di <strong>Damien Chazelle</strong>, facendo deflagrare ed esplicitando l&#8217;anima<strong> jazz</strong> delle sue opere precedenti in un musical tradizionale senza senso della misura: ciò che Coppola tentò con <em>Un sogno lungo un giorno</em>, senso di onnipotenza e ricerca formale in primis &#8211; e che portò, ingiustamente, alla catastrofe è qui rivisto, semplificato e parafrasato a uso e consumo di un pubblico meno esigente. Lo spettacolo, grazie anche a un&#8217;alchimia trascinante fra i due protagonisti e a un uso sapiente del pianosequenza che contrasta col delirio di montaggio di <em>Whiplash</em>, è salvo, ma l&#8217;emozione ricercata a bella posta e didascalizzata all&#8217;eccesso, l&#8217;invasività della (autoreferenziale) riflessione nostalgica e la tendenza a soffocare il pathos in favore di un tono più conciliante confermano <em><strong>La La Land</strong></em> come nient&#8217;altro che un piacevole ma vezzoso esercizio di stile. L&#8217;intensità agrodolce e malinconica di <em>È sempre bel tempo</em> di Donen e <em>Les parapluies de Cherbourg</em> di Demy resta qualcosa di molto lontano.</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Il trailer di Pastorale Americana, diretto e interpretato da Ewan McGregor</title>
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		<pubDate>Fri, 24 Jun 2016 13:21:30 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Carolina Tocci]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[News]]></category>
		<category><![CDATA[Dakota Fanning]]></category>
		<category><![CDATA[David Strathairn]]></category>
		<category><![CDATA[Ewan McGregor]]></category>
		<category><![CDATA[Jennifer Connelly]]></category>
		<category><![CDATA[Pastorale americana]]></category>
		<category><![CDATA[Philip Roth]]></category>

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		<description><![CDATA[Tratto dal romanzo di Philip Roth.]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.movielicious.it/wordpress/wp-content/uploads/2016/06/Pastorale_Americana_Trailer.jpg"><img class="alignnone size-full wp-image-53369" src="http://www.movielicious.it/wordpress/wp-content/uploads/2016/06/Pastorale_Americana_Trailer.jpg" alt="Pastorale_Americana_Trailer" width="650" height="318" /></a></p>
<p>È stato diffuso online il trailer di <em><strong>Pastorale Americana</strong></em>, primo film da regista di <strong>Ewan McGregor </strong>tratto dall&#8217;omonimo romanzo di<strong> Philip Roth</strong> con il quale lo scrittore vinse il premio Pulitzer nel 1988. Nel cast, oltre a McGregor, <strong>Jennifer Connelly</strong>, <strong>Dakota Fanning </strong>e <strong>David Strathairn</strong> (<em>Godzilla</em>).</p>
<p><iframe src="https://www.youtube.com/embed/079zFCh81L4" width="560" height="315" frameborder="0" allowfullscreen="allowfullscreen"></iframe></p>
<p>La sinossi del romanzo: <em>Ambientato nel secondo dopoguerra, <strong>Pastorale americana</strong> narra la storia Seymour Levov, giovane ebreo sportivo e affascinante.  Dopo il matrimonio con Miss New Jersey si profila per lui una vita tranquilla, fatta di lavoro e piccole occupazioni quotidiane. I primi, veri problemi, arriveranno quando le radicali scelte politiche della figlia Merry minacceranno di distruggere la famiglia. Il clima culturale presentato è quello delle prime proteste politiche che culminarono con le eclatanti manifestazioni contro la guerra del Vietnam, ma il punto di osservazione delle vicende è, come sempre in Roth, quello privato. </em></p>
<p>&nbsp;</p>
]]></content:encoded>
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