L’arrivo di Wang

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Che l’alieno sia con noi, e l’intero film prenderà direzioni inaspettate: così l’ultima opera dei sempre vitali Manetti Brothers – all’anagrafe Marco e Antonio – ci mette di fronte senza veli ad un diverso che più diverso non si può, l’essere per eccellenza altro da noi, la creatura venuta da un mondo lontano.
E che spettacolo questo extraterrestre, verrebbe da dire “portami via” – come cantava il buon Finardi parecchi anni fa – almeno per gran parte del film, mentre restiamo affascinati dall’altissima tecnica negli effetti visivi del digitale nostrano (per una volta diciamocelo: quanto siamo bravi quando vogliamo!), catturati dagli occhi profondi, dalle espressioni raffinate, dalle bellissime squame dell’alieno Mr. Wang, che grida, piange, ha sete, fa versi strani ma, soprattutto, parla in cinese!

Sì perché una delle trovate del film – ce ne sono altre, i Manetti amano stupire lo spettatore e mantenere alta la tensione, sguazzando nel politicamente scorretto – è che il malcapitato alieno, catturato in centro storico a casa di una bella signora (l’attrice Juliette Esey Joseph), mentre scavava nel pavimento del salotto, e successivamente legato e maltrattato da Ennio Fantastichini (nella parte di Curti, aggressivo poliziotto dei Servizi segreti, un vero duro che si nasconde però in bagno a sfogare le proprie fragilità), conosce una sola lingua del pianeta Terra, il cinese, scelta dagli alieni nella programmazione del viaggio sulla Terra perché statisticamente la più parlata al mondo.
A contrastare il poliziotto cattivo, il film pone sulla bilancia il personaggio “buono”, forse buonista, cioè la giovane ed eterea traduttrice di lingua cinese (una perfetta Francesca Cuttica, brava anche nell’apprendimento rapido di un idioma difficilissimo, in lotta per la giustizia e la verità) che, necessariamente, i Servizi segreti sono costretti ad arruolare d’urgenza per comprendere le intenzioni del prigioniero/alieno, interrogato al buio fino al disvelamento del mistero (notevole anche per lo spettatore).

La missione segretissima a poco a poco si svela con un crescendo di tensione e di colpi di scena. Il film tiene col fiato sospeso fino al finale a sorpresa, forse neanche troppo conoscendo lo stile dei Manetti bros. “Si tratta di un film di genere: la fantascienza, che attraverso dei topos racconta la realtà – raccontano i registi – amplificandola e facendo spettacolo, come avviene in molte pellicole di genere. Dal film emerge la nostra avversione al pregiudizio, verso i diversi, verso i cattivi ma anche verso i buoni: Gaia, l’interprete è un personaggio interessante perché pecca di ingenuità e questo accade a molti che pensano di conoscere il mondo prima ancora di aver vissuto. Comunque non giudichiamo nessuno dei nostri personaggi ma li amiamo tutti”. Per quanto riguarda l’accattivante alieno, la sua realizzazione è stata affidata alla Palantir digital media (effetti visivi di Simone Silvestri) e la modellazione e concept della creatura in 3D a Maurizio Memoli.
Il risultato è un gioiellino tutto made in Italy, che conferma l’originale talento dei Manetti.

Voto 7

Recensione a cura di Elisabetta Colla
(www.binarioloco.it)

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Carolina Tocci

Giornalista freelance e blogger, un giorno le è venuta l'idea di aprire questo sito. Scrive di cinema e gossip e nel buio di una sala cinematografica si sente a casa.

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