Noi

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Era il 2017 quando Jordan Peele, già membro di un duo comico non particolarmente noto in Italia – Key & Peele – esordiva al cinema con Scappa – Get Out, che gli valse quattro nomination agli Oscar e la vittoria della statuetta per la Migliore sceneggiatura originale. Non male per un esordiente. A distanza di tre anni, il regista Newyorkese torna dietro la macchina da presa e firma un’opera splendida e necessaria. Noi non è un horror costellato di facili jumpscare, bensì qualcosa di molto più complesso e stratificato, che lavora senza fretta per creare una serie di situazioni visive estremamente disturbanti.



La storia di Noi (che contiene nel titolo originale, Us, già una chiave di lettura, visto che sta per noi ma anche per United States) inizia il 25 maggio 1986, quando circa sei milioni e mezzo di americani unirono le loro mani (“Hands Across America”) formando una catena umana che attraversò gran parte del Paese, toccando le principali città della nazione. Evento ideato per supportare le organizzazioni benefiche americane che coinvolse anche l’allora presidente Reagan, con cui vennero raccolti qualcosa come 35 milioni di dollari, venti dei quali, sparirono nel nulla. Ai destinatari di quella toccante e apparentemente lodevole iniziativa sociale furono ridistribuiti sì e no 15 milioni. La piccola Adelaide nel 1986 osserva incuriosita lo spot di Hands Across America, poco prima di perdersi in un parco dei divertimenti su una spiaggia perché si è allontanata dai suoi genitori. La bambina si ritrova così all’interno di una casa degli orrori con un labirinto di specchi, dove vive un’esperienza che la segnerà profondamente. Anni dopo Adelaide torna insieme al marito e ai figli su quella spiaggia. Il trauma vissuto durante l’infanzia riemerge pian piano e quella notte, ad attendere lei e la sua famiglia nel giardino di casa, si presentano quattro strani individui vestiti di rosso con delle forbici in mano, stranamente simili a loro.

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Se Scappa – Get Out era un film, in un certo senso, “facile”, perché si serviva di una satira incredibilmente lucida per far luce sui problemi di razzismo ancora forti negli States nonostante gli otto anni di presidenza di Obama e sull’ipocrisia di una certa parte della popolazione (famiglie borghesi bianche che lo hanno sostenuto ma che celano un razzismo velato e recondito), con Noi il discorso si fa molto più complesso. Perché è un horror, ma anche una commedia, sul doppio in cui l’esplorazione dei temi razziali e la definizione di cosa significhi essere neri in America oggi si legano indissolubilmente all’altro tema caro a Peele, ovvero la contestazione in chiave umoristica e satirica della società.

I Doppelgänger che la famiglia Wilson si ritrova in giardino, ombra distorta dell’originale, sono il frutto delle scelte politiche di un Paese consumato dalle disuguaglianze razziali e sociali. Sono gli emarginati, protagonisti spesso silenziosi di una lotta di classe atavica che si combatte ogni giorno nei ghetti metropolitani e nelle province desolate. Come tanti moderni Mr Hyde, alimentano il loro rancore attraverso i torti subìti e hanno un magnetismo che manca agli originali. La critica sociale degli zombie-movie di Romero insegna.

Se questo non bastasse a rendere Noi uno dei film più interessanti visti di recente, aggiungiamo che anche dal punto di vista tecnico è difficile trovargli sbavature. Nonostante sia solo al suo secondo lungometraggio, Peele costruisce la tensione da vero maestro e sa perfettamente come tenere in pugno lo spettatore, abile com’è nel giocare con i simbolismi, le allegorie e con il non detto (ma, soprattutto, con il non visto). L’utilizzo delle musiche come elemento dirompente e insieme parte integrante dello sviluppo narrativo è sorprendente, per non parlare della fotografia di Mike Gioulakis, stranamente sofisticata per un horror, e del montaggio di Nicholas Monsour, determinante soprattutto nel finale. E poi c’è il cast, capeggiato da una Lupita Nyong’o sorprendente, soprattutto in tuta rosa e forbici in mano, quando interpreta l’alter ego di Adelaide, la terrificante Red (il cosniglio per poter apprezzare la sua performance è di andare a vedere Noi in versione originale), ben supportata dal gigionismo di Winston Duke e dal carisma di Elisabeth Moss, anche lei “una di Noi”.

Il tutto ci porta verso un finale degno di questo nome, conquistato a suon di suggestioni, ambivalenze e specularità che, nonostante la molta carne messa al fuoco, non fa che rafforzare il significato di quanto visto fino ad ora.

Applausi.

Voto 8

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Carolina Tocci

Giornalista freelance e blogger, un giorno le è venuta l'idea di aprire questo sito. Scrive di cinema e gossip e nel buio di una sala cinematografica si sente a casa.

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