DIAZ

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Furono baci e furono sorrisi, poi furono soltanto i fiordalisi.



Diaz non è un film.
Diaz non è un documentario.
Diaz è una testimonianza, un memento per la democrazia.
E’ un graffito di celluloide: non pulite questo sangue.
Perché quando “il sonno della ragione genera mostri”, come dipinse mirabilmente il saggio Goya, tutto può succedere e se, come in Italia, la giustizia è talmente lenta da sembrare immobile…può persino accadere che le belve rimangano in libertà. Impunite ed anonime.
Diaz non è soltanto un’opera sul massacro avvenuto alla Diaz durante il G8 di Genova, anche se ne rappresenta la più fedele, crudelmente adamantina, riproduzione mai vista sullo schermo. Diaz è un avvertimento che ci colpisce in petto come un proiettile, come un colpo di tonfa: se chiudete gli occhi della memoria, “La più grave sospensione dei diritti democratici in un paese occidentale dopo la seconda guerra mondiale” potrà ripetersi.
Non è un caso, infatti, che quando si entra nel vivo dell’azione (non, quindi, durante le aggressioni ma DOPO…quando, a farla da padrona, è – fu, nella realtà, per tre giorni –  Signora Tortura), il pensiero vada immediatamente alle lapidarie parole del Se questo è un uomo di Primo Levi: “Allora per la prima volta ci siamo accorti che la nostra lingua manca di parole per esprimere quest’offesa, la demolizione di un uomo. In un attimo, con intuizione quasi profetica, la realtà ci si è rivelata: siamo arrivati in fondo. Più già di così non si può andare: condizione umana più misera non c’è, e non è pensabile. Nulla è più nostro: ci hanno tolto gli abiti, le scarpe, anche i capelli; se parleremo, non ci ascolteranno, e se ci ascoltassero, non ci capirebbero. Ci toglieranno anche il nome: e se vorremo conservarlo, dovremo trovare in noi la forza di farlo, di fare sì che dietro al nome, qualcosa ancora di noi, di noi quali eravamo, rimanga”.

Un Olocausto in scala ridotta. Ecco cosa si è compiuto, poco prima di mezzanotte, il 21 luglio 2001. Dei trecento individui coinvolti nel massacro, solo ventinove sono stati processati e, nella sentenza di appello, in ventisette hanno riportato una condanna per lesioni, falso in atto pubblico e calunnia. “Lesioni” e “Calunnia” sono già caduti in prescrizione. Stessa sorte, nel 2016 per “Falso in atto pubblico”.
Il nostro Codice Penale non prevede il reato di tortura: quarantacinque imputati per i fatti di Bolzaneto. Quarantaquattro condanne per, tra gli altri, “Abuso d’ufficio”. Secondo i PM, nella caserma sono state “inflitte alle persone fermate almeno quattro delle cinque tecniche di interrogatorio che, secondo la Corte Europea sui diritti dell’uomo, chiamata a pronunciarsi sulla repressione dei tumulti in Irlanda negli Anni Settanta, configurano ‘trattamenti inumani e degradanti'”.
Non ci si è, volutamente, soffermati sull’immensa abilità registica di Daniele Vicari per rispetto nei suoi confronti. Quando il livello di un’opera è così alto, l’opera parla da sé.

Voto 8

Recensione a cura di Massimo Frezza
(www.binarioloco.it)

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