The Sessions

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Paralizzato fin da bambino a causa della poliomelite, il giornalista e poeta Mark O’Brien (John Hawkes) è costretto a vivere in un polmone d’acciaio. Una volta adulto, l’emergere di pulsioni sessuali sempre più evidenti lo porta a rivolgersi a Cheryl Cohen Greene (Helen Hunt), una terapista del sesso specializzata in questo genere di problematiche.
Grazie agli incontri con la donna (le sessioni a cui fa riferimento il titolo) il protagonista riesce a dare un nuovo significato al suo rapporto col corpo – il proprio e quello altrui – e al concetto stesso di amore, vissuto fino a quel momento come qualcosa per cui provare essenzialmente vergogna.



Partendo da un documentario premio Oscar del 1997, Breathing Lessons: The Life and Work of Mark O’Brien di Jessica Yu, il regista Ben Lewin – anch’egli affetto da poliomelite – trae questo delicatissimo apologo sul sesso e soprattutto sull’amore, visti dalla prospettiva di una persona limitata nel fisico, ma dotato di una sensibilità e di una profondità di sguardo assolutamente fuori dal comune.
I film che ruotano attorno al tema della disabilità non sono mai oggetti facili.
Anche per autori navigati, il rischio di calcare troppo la mano e puntare dritti alla pura ricerca della compassione è sempre dietro l’angolo.
Film pregevoli come Il mio piede sinistro o – per citare due esempi più recenti – Mare dentro e Lo scafandro e la farfalla non erano esenti da questo errore di fondo, forse anche dovuto all’esigenza di dover coprire l’arco di una vita in un solo film.
Ben Lewin, invece, decidendo di limitare il suo sguardo a un solo aspetto della vita del protagonista e a una fase specifica della sua esistenza, limita il portato emotivo dell’opera e lascia che a farsi avanti sia un sentimento di tenerezza più che di patetismo.

La regia è scarna, volutamente minimale, in classico stile Sundance, festival al quale The Sessions è stato presentato, ma la sensazione è che sia stata la stessa intimità discreta che caratterizza la storia a imporre quest’asciuttezza di stile.
E poi c’è un terzetto di attori in stato di grazia, le cui interpretazioni era cosa sacrosanta filmare senza alcun fronzolo, con piglio quasi documentaristico.
John Hawkes conquista il ruolo della vita e conferisce al personaggio umanità e ironia che non lo abbandonano mai, neanche nei momenti più drammatici del film.
Helen Hunt, coraggiosissima nel suo buttarsi anima e corpo nel ruolo della terapista, ci ricorda come per anni sia stata troppo spesso costretta in commedie o action movie che non rendevano pienamente merito alla sua bravura.
E infine due parole per William H.Macy. Questo immenso caratterista, per anni attore feticcio di Paul Thomas Anderson, recita la parte del sacerdote con cui il protagonista condivide prima i dubbi e poi addirittura racconti piuttosto dettagliati della sua scelta. Un ruolo difficile che l’attore, con una grande lezione di garbo ed equilibrio, riesce a non far sconfinare mai nello scontato, dipingendo il suo personaggio come un uomo di fede che, di fronte a un caso così sui generis, si prende la responsabilità di essere prima di tutto un uomo.

Voto 7

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Fabio Giusti

Da sempre convinto che, durante la proiezione di un film, nulla di brutto possa accadere, ha un passato da sceneggiatore, copywriter e altre prescindibili attività. A parte vedere film fa ben poco.

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