Estate, tempo di zombie

Di Carolina Tocci
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Uscirà nelle sale il 27 giugno World War Z, l’atteso zombie kolossal prodotto e interpretato da Brad Pitt, diretto da Marc Forster (Monster’s Ball, Neverland, Il cacciatore di aquiloni, 007: Quantum of Solace) e tratto dal romanzo di Max Brooks (figlio del più noto regista Mel). Noi il film lo abbiamo visto (QUI trovate la nostra recensione) e non ci è affatto dispiaciuto, ma quello su cui vogliamo cercare di far luce con questo speciale è capire come gli zombie siano riusciti a rinnovarsi costantemente in novant’anni di onorata carriera cinematografica e come abbiano fatto a suscitare le simpatie di un pubblico sempre più numeroso ed eterogeneo. Negli ultimi anni il genere sta vivendo una seconda giovinezza, complice anche la TV che con la fortunata serie The Walking Dead ha riportato in auge il filone, rilanciandolo anche al cinema. Ma la zombie mania è iniziata molto tempo fa, e non in una sala cinematografica, bensì da un’antica superstizione haitiana. Si credeva infatti che alcuni stregoni fossero in grado di privare gli esseri umani di una parte della loro anima, facendoli così cadere in un sonno incosciente e trasformandoli in schiavi incapaci di reagire. Questo mito è stato ampiamente sfruttato e ripreso sia dal cinema che dalla letteratura e dai fumetti trasformandosi ed evolvendo nel corso degli anni.



Il primo film in assoluto che ha mostrato al pubblico queste orribili creature è stato White Zombie (da noi L’isola degli zombies), diretto nel 1932 da Victor Halperin, prodotto da Edward Halperin e interpretato da Bela Lugosi, fresco del successo di Dracula, uscito l’anno precedente. Pur traendo spunto da idee già presenti in film quali Il gabinetto del dottor Caligari di Robert Wiene (in cui una figura di sonnambulo, controllato da un personaggio malvagio, compie incoscientemente dei crimini) White Zombie ha comunque conservato questo primato. Protagonisti, due giovani in procinto di sposarsi ad Haiti. Lui è alle dipendenze del sig.Beaumont che, segretamente innamorato della ragazza e deciso a impedirne il matrimonio, si rivolge al diabolico Murder Legendre (Bela Lugosi). Un uomo ambiguo che ha appreso le arti magiche per far resuscitare i morti e farli lavorare di notte nelle sue proprietà. La ragazza verrà trasformata in una sorta di zombie, priva di qualsiasi emozione e toccherà al suo fidanzato cercare di spezzare questo maleficio per sempre.

Siamo ancora molto lontani dall’idea di zombie che abbiamo oggi: gli esseri comandati da Legendre sembrano piuttosto essere sospesi tra la vita e la morte, immersi in uno stato che li rende invincibili anche alle pallottole, ma comunque pur uno stato sempre reversibile. Questo tipo di creature sono alla base di una lunga serie di pellicole, da Ho camminato con uno zombie (diretto nel 1943 da Jacques Tourneur), a La lunga notte dell’orrore (John Gilling, 1966) fino all’italiano Zombi 2 diretto da Lucio Fulci nel ’79 o a Il serpente e l’arcobaleno di Wes Craven del 1988. Pellicole che possiamo definire “in contrapposizione” con l’idea di zombie che è andata affermandosi in seguito, con i film di George Romero, a cui va riconosciuto il merito di aver indirizzato il genere verso nuovi, terrificanti lidi. Romero ha rappresentato per gli Zombi, quello che Bram Stoker è stato  per i vampiri: l’iniziatore di un universo che nel corso degli anni si è sedimentato nella cultura collettiva e ne è è divenuto parte integrante.

Dal 1968 in poi, anno di uscita de La notte dei morti viventi (pellicola che con un budget di 114.000 dollari riuscì ad incassare più di tre milioni), gli zombie ormai hanno smesso di essere delle pallide e sfortunate vittime di una magia voodoo, iniziando a rappresentare qualcosa più: sono diventati il simbolo di una potente metafora sociale, che nel tempo si è tramutata in fenomeno pop. Gli zombie di Romero sono morti semi-risorti, caratterizzati da quell’inconfondibile andatura claudicante, dalla completa assenza di volontà e soprattutto da una fame insaziabile di carne umana che giocano a fare bella mostra dei loro corpi putridi per terrorizzare lo spettatore. Il regista americano con queste creature appaga tutta la sua voglia di sperimentare il mostruoso. Un mostruoso diverso da quello che si era visto al cinema prima del suo arrivo. Dove infatti l’horror tradizionale tendeva a mascherava la realtà per renderla orrorifica, con Romero quest’ultima viene letteralmente spolpata: ciò che ne rimane è l’essenza più efferata e disgustosa. Le trame dei suoi zombie movie (La saga dei morti viventi romeriana è ferma dal 2009 a sei pellicole: La notte dei morti viventi, 1968; Zombie, 1978; Il Giorno degli Zombie, 1985; La terra dei Morti Viventi, 2005; Le Cronache dei Morti Viventi, 2007 e L’Isola dei Sopravvissuti, 2009) sono di una semplicità che lascia basiti. Quello che colpisce è la forza stilistica del girato, il modo che hanno le sue pellicole di cogliere i dettagli più atroci e strazianti dalla realtà per sbatterli in faccia  alla civiltà occidentale, che da sempre tende a nasconderli.

Dopo la svolta romeriana, gli zombie hanno continuato ad ammaliare: non solo in ambito cinematografico, ma anche in quello musicale: Thriller di Michael Jackson, era di fatto un corto sugli zombie strepitosamente realizzato da John Landis. C’era bisogno però di aggiungere nuova linfa a queste mostruose creature che si aggiravano lentamente per le strade delle cittadine americane con il corpo a brandelli. La svolta arrivò nel 2002 grazie a Danny Boyle che con 28 giorni dopo dette un nuovo scossone alla tradizione, mostrando i suoi zombi velocissimi, oltre che una vera e propria arma batteriologica, portatori di un virus letale in grado di sterminare la razza umana. E la saga di  Resident Evil gli ha fatto eco. Anche in Spagna Jaume Balaguerò e Paco Plaza furono influenzati da questo nuovo tipo di zombie e nel 2007 con [•REC] hanno contribuito ad infittire le fila dei film sui non morti infetti. La stessa ripresa oggi da Marc Foster in World War Z che arriva in sala dopo una fortunata serie di pellicole che per la prima volta hanno parodiato, sbeffeggiandoli, i tanto temuti morti viventi, da La notte dei morti dementi al più recente Benvenuti a Zombieland.

Insomma gli zombie hanno attraversato diverse fasi nella loro storia cinematografica: prima vittime di magia nera, poi lenti e stupidi divoratori di carne umana, fino ad arrivare ad essere predatori veloci e infetti. E chissà quante altre sorprese hanno ancora in serbo per noi questi esseri disgustosi di cui continuiamo a subire il  fascino.

George A. Romero, in una recente intervista, ha spiegato così il motivo per cui gli zombie continuano a riscuotere tanto successo al cinema, come nella letteratura, nei fumetti e nei videogiochi: “Gli zombie ci piacciono perchè rappresentano i nostri rimorsi. Quei desideri inesauditi che crediamo di esserci lasciati alle spalle ma invece non è così. Prima o poi tornano e son dolori”. Per il regista si tratta di esseri rivoluzionari, spesso sono i poveri, i rietti della società, che vedono le cose in modo diverso e per questo si ribellano. Sono creature assolutamente libere di manifestare i loro istinti più primitivi, lontani dalle regole imposte dal sistema. Privati di umanità, del senso del dolore, della coscienza e della parola, rappresentano l’essere di mezzo per eccellenza, relegati in uno stato di vita apparente: puro istinto senza raziocinio. La società non smetterà mai di temerli e questo non farà che accrescere il loro successo.

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Carolina Tocci

Giornalista freelance e blogger, un giorno le è venuta l'idea di aprire questo sito. Scrive di cinema e gossip e nel buio di una sala cinematografica si sente a casa.

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