Venezia 70: Day 5

Di Andrea Bosco
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Tom Welling, Guy East, Peter Landesman e Matt Jackson - Photo by Eugenio Boiano

Ancora una volta è una produzione statunitense ad inaugurare le proiezioni per la stampa della 70a Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, questa volta con un affresco corale che più a stelle e strisce non si potrebbe: Parkland di Peter Landesman, giornalista di inchiesta all’esordio dietro la macchina da presa, fotografa gli istanti e i giorni immediatamente successivi all’attentato di Dallas che costò la vita al Presidente Kennedy dal punto di vista delle persone direttamente coinvolte sulla scena e rimaste dietro le quinte, dal personale ospedaliero (che include Zac Efron, Marcia Gay Harden e Colin Hanks) che non riuscì a salvarlo in tempo al sarto Abraham Zapruder (Paul Giamatti), che riprese il momento esatto degli spari e che è oggi l’autore del filmato amatoriale più famoso e analizzato del mondo, dal funzionario dell’FBI (Ron Livingston) che solo per una sfortunata serie di circostanze e inadempienze non fu capace di prevenire la cosa all’incolpevole fratello maggiore (James Badge Dale) del presunto attentatore Lee Harvey Oswald (Jeremy Strong).Landesman ambisce all’ampio mosaico popolare post-altmaniano, intrecciando piccole e grandi storie legate qui dal filo comune della ricerca e soprattutto del rifiuto della responsabilità, nel quale i vari personaggi coinvolti cercano di comprendere il loro ruolo nella visione d’insieme dei fatti, ma non va mai oltre un taglio marcatamente televisivo e un’impostazione fin troppo semplicistica dove alla fine a trionfare è l’esigenza di dimenticare e di lasciarsi tutto alle spalle. Certo, ci sono alcune intuizioni interessanti e dal curioso valore simbolico, come il montaggio alternato del funerale di Kennedy e di quello del suo assassino o i tentennamenti di coscienza del povero Zapruder, improvvisamente e quasi kafkianamente ritrovatosi in un ineludibile meccanismo molto più grande di lui, ma molte caratterizzazioni pescano avidamente nel convenzionale (la madre squilibrata di Oswald – qui interpretata da una Jacki Weaver ormai abbonata al ruolo di vecchia inquietante -, l’inesperto medico praticante costretto a prendersi le sue prime responsabilità, gli ombrosi agenti del servizio segreto guidati da Billy Bob Thornton) o restano solo vagamente abbozzati, come i membri della scorta capitanati da Tom Welling, la burbera infermiera anziana (Marcia Gay Harden) o la receptionist (Bitsie Tulloch) di Zapruder, al suo fianco nel corso degli eventi. Niente di eccessivamente brutto, per carità, e visto il tema c’era il rischio di sprofondare eccessivamente nella retorica e nel patriottismo, ma si fa una gran fatica a giustificare la presenza di questo onesto, ma superfluo squarcio nella Storia.

Reni Pittaki, Alexandros Avranas, Eleni Roussinou e Themis Panou/ Photo by Eugenio Boiano

Reni Pittaki, Alexandros Avranas, Eleni Roussinou e Themis Panou/ Photo by Eugenio Boiano

Dal Vecchio Continente giunge invece l’ultimo nato di una delle cinematografie più travolgenti e caratterizzanti del nuovo secolo, ossia la New Wave greca, che da qualche anno a questa parte si aggira per i maggiori e minori festival d’Europa in cerca del riconoscimento che le spetta: probabilmente, complice la presenza come Presidente di Giuria del nostro Bernardo Bertolucci, che con l’antiborghesismo e lo scandalo ha a lungo flirtato, sarà davvero l’anno buono per la “culla della civiltà occidentale”, che per l’occasione sfodera il crudissimo Miss Violence, nuova spietata disamina della famiglia tradizionale e dei suoi scheletri nell’armadio che è soprattutto una nuova occasione per riflettere sulla realtà socioeconomica del Paese.

Dietro lo spiazzante, inspiegabile suicidio della piccola Angeliki proprio nel giorno del suo undicesimo compleanno, una famiglia di Atene tenta di fare i conti con la sua improvvisa scomparsa, ma il disorientamento e il lutto di tutti – specie del nonno, severo, se non autoritario patriarca del nucleo – nascondono una realtà ben diversa, assolutamente imprevedibile ed inquietante. Il film si ricollega idealmente ai temi in via di cristallizzazione della nuova generazione del cinema greco, come il sempre più implacabile e multisfaccettato attacco al ceto borghese e i metodi alienanti di una società neo- patriarcale che sembra la filiazione diretta dei miti tramandati dalla cultura classica, ma rispetto al didascalismo di  Kynodontas – progenitore della corrente e titolo più affine per tematiche e svolgimento – c’è meno autismo, meno  premeditazione nel voler suscitare shock ed épater le bourgeois, e invece più voglia di ricondurre il tutto al reale (non a  caso, si tratterebbe di una storia vera) e di dare una sfumatura più umana all’apparato simbolico dell’opera. Lo stile è  freddo, raggelato come quello dell’Haneke della prima era, a camera prettamente fissa ma con rare, memorabili eccezioni (la  crudele scena degli schiaffi al piccolo Philippos, ma soprattutto il lungo piano sequenza per metà in soggettiva che segue la  visita a domicilio degli assistenti sociali), ghignante quanto basta prima di scadere nell’autocompiacimento e abile a  mantenere il mistero sull’identità dei personaggi e sulle loro vere intenzioni fino all’ultimo, fra silenzi violentissimi e  gesti inconsulti. Insomma, in tandem con la pellicola di Groning, con cui in fin dei conti condivide il tema del sopruso  familiare, Miss Violence è probabilmente l’unico partecipante del Concorso a tentare, con tutti i rischi del caso, di  proiettarsi davvero in avanti e che potrà aiutarci a raccapezzarci su ciò che ci aspetterà sul grande schermo di qui in futuro.
L’evento della serata, tornando al Concorso, è lo sbarco al Lido del prediletto cannense Xavier Dolan, su cui Venezia,  complice la di lui ancora giovanissima età, sembra voler investire molto: impossibile restare indifferenti all’invidiabile  mestiere del regista canadese e alla sua gestione della messinscena, ma il risultato finale non sembra aver fatto molti passi avanti – almeno sotto il profilo contenutistico – rispetto all’acerbissimo esordio di J’ai tué ma mere. Laddove Dolan mostra  un’evidente crescita tecnica ed autoriale, il suo cinema continua ad essere pesantemente autoreferenziale e solipsistico, per  certi versi sterile, prigioniero dell’isterismo e dal compiacimento narcisista del suo personaggio, e l’origine teatrale del  testo non fa che spingere ulteriormente sul pedale dell’eccessivo e dell’artefatto, se non addirittura del sopra le righe  come nel caso delle sequenze in cui il protagonista Tom, ospite presso la fattoria della madre del suo partner deceduto  Guillaime, subisce le angherie e la fascinazione sadoerotica del fratello maggiore di quest’ultimo, così caricate ed  eccessive da farsi ridicole e distanti, o la brutta scena di tango nella stalla, solo due esempi fra i tanti che rinchiudono  gli attori in una concitata gabbia di iper-realismo da cui non escono autentici personaggi, ma tappe deumanizzate di un  discorso autobiografico che rischia di farsi ingombrante. In breve, alla fine non è ben chiaro (o lo è anche troppo) se Dolan  abbia effettivamente qualcosa da dire o se voglia limitarsi a mettere in scena se stesso e il proprio universo di tensioni e  di conflitti (nonostante l’evidente evoluzione rappresentata dal precedente, notevole, Laurence Anyways) come qualunque  adolescente in guerra col mondo, se la cosa in parte dipenda dal suo coinvolgimento anche nelle vesti di attore protagonista,  esasperando le componenti da “primadonna” (il suo riferimento Fassbinder, anch’egli non un esempio di modestia, ha costruito  col tempo un percorso registico molto più ampio e variegato): la strada, per fortuna, è ancora lunghissima e proprio non ce  la si sente di sbarrare le porte ad un talento che è riuscito contemporaneamente a rimanere vittima di e ad essere benedetto  da una straordinaria precocità che rischia però di essergli controproducente.



Scene di delirio, poi, per lo sbarco in laguna di Daniel Radcliffe, l’ex maghetto cresciuto è arrivato al Lido per presentare Kill Your Darlings. Una conferenza stampa aperta a pochissimi giornalisti alla Terrazza Disaronno, che per l’occasione èstata, naturalmente, presa d’assalto, e poi un’orda di fan scatenate che lo hanno seguito ovunque andasse.

Opera prima di John Krokidas, Kill Your Darlings è una pellicola indipendente ambientata nel 1944 e racconta dell’omicidio di David Kammerer da parte di Lucien Carr e di come questo coinvolga tre grandi poeti della Beat Generation: Allen Ginsberg, Jack Kerouac e William Burroughs.

(www.binarioloco.it)

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