Machete Kills

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Come promesso dalla dicitura “continua” posta in calce al primo film dedicato all’agente federale messicano, Robert Rodriguez (Dal tramonto all’alba, Sin City) torna sul luogo del delitto e ci regala un secondo capitolo delle avventure di Machete (Danny Trejo).
Sconvolto dalla morte della propria compagna, avvenuta sotto i suoi occhi, Machete viene assoldato dal Presidente degli Stati Uniti in persona (un divertente e divertito Charlie Sheen) per salvare la Casa Bianca dalle minacce di un folle criminale messicano che pare essere in possesso di un ordigno nucleare. In cambio gli viene offerta la cittadinanza americana e una fedina penale pulita.
Da qui in avanti la trama del film è tutta racchiusa nel suo stesso titolo: in buona sostanza Machete uccide più o meno chiunque gli si pari davanti nel corso dello svolgimento della sua missione.
Strutturato come una folle corsa contro il tempo – il timer della bomba ne scandisce interamente la durata – Machete Kills riprende tutti i leitmotiv del primo Machete e li amplifica a dismisura. Rodriguez costruisce così un altro piccolo gioiello di furia iconoclasta lavorando semplicemente per accumulo. Quindi più sangue, più esplosioni, più risate e più star coinvolte, anche in ruoli assolutamente marginali.
Ed è una vera gioia per gli occhi.



Segnato dai numerosi solchi che costellano il volto dell’esageratamente inespressivo Trejo, Machete Kills fuga ben presto ogni residuo sospetto sulla sua supposta natura ludica; è evidente infatti come qui non ci si trovi di fronte ad un semplice divertissement cinefilo, ma si tratti bensì del definitivo punto di non ritorno di un’operazione filologica iniziata molti anni fa e che ha segnato tutta la carriera di Rodriguez, sin dal primo, ultra-indipendente El Mariachi.
Metatestuale e multilivello come può esserlo una puntata dei Griffin, Machete Kills è la quintessenza del film di recupero. Recupero sia geografico – alcune location sembrano davvero set dismessi – che fisico. La devozione con cui l’autore messicano assolda talenti altrove considerati ingestibili (Lindsay Lohan nel primo Machete) o attori considerati finiti (l’autoironico villain Mel Gibson)  è quasi commovente, esemplificativa di un modo di intendere il cinema che va ben oltre le pure logiche di mercato e che ricorda molto da vicino l’anarchica poetica loser di Peckinpah.
Solo apparentemente sciatto – come i film che intende omaggiare – Machete Kills è in realtà un’operazione coltissima, un calderone pop in cui riescono a convivere amabilmente suggestioni tex-mex, istanze politiche (il discorso legato all’immigrazione clandestina è onnipresente) e quel mix di erotismo e violenza, tipico dell’exploitation, e ormai marchio di fabbrica di Rodriguez.

Con questo piccolo capolavoro pieno zeppo di citazioni e di richiami ai suoi precedenti film – il reggiseno mitragliatore di Sofia Vergara, ad esempio, è una naturale evoluzione della protesi di Roese McGowan in Planet Terror – Robert Rodriguez  aggiunge dunque un ulteriore tassello a una filmografia che è un modello di coerenza stilistica e narrativa, al pari di quella del suo mentore e sodale Quentin Tarantino, con cui condivide alcune fascinazioni, declinate però in maniera quasi antitetica.
Laddove infatti Tarantino opera una riscrittura integrale dei generi, trasgredendo di continuo alle loro regole interne fino a ridefinirne i contorni, Rodriguez è più dogmatico e quelle regole le rispetta alla lettera, forzandone giusto i limiti dall’interno, dando quasi l’impressione di non sapere dove questo lo porterà.
Appare chiaro quindi come adesso l’attesa del secondo, già da tempo annunciato, capitolo di Sin City si faccia ancora più spasmodica.

Voto 8

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Fabio Giusti

Da sempre convinto che, durante la proiezione di un film, nulla di brutto possa accadere, ha un passato da sceneggiatore, copywriter e altre prescindibili attività. A parte vedere film fa ben poco.

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