Un ragazzo d’oro

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Possono, le colpe dei padri, ricadere sui figli fino ad influenzarne in negativo le intere esistenze?
Questo sembra chiedersi Davide Bias (Riccardo Scamarcio) mentre si divide tra il suo mestiere di creativo pubblicitario, una fidanzata (Cristiana Capotondi) con un piede in due scarpe e le velleità da scrittore che sembra a un passo dall’abbandonare.
Alla morte del padre Achille, storico sceneggiatore di film di serie B, Davide è infatti costretto a mettere in standby questo precario equilibrio, per tornare da Milano a Roma e affrontare i demoni di un rapporto padre-figlio a cui imputa le responsabilità maggiori dei propri fallimenti.
Qui incontra Ludovica (Sharon Stone) affascinante ex diva del cinema e oggi editrice di successo, che lo coinvolge, suo malgrado, nella ricerca di un misterioso romanzo autobiografico attraverso il quale pare che il padre stesse cercando di riscattarsi da una carriera fatta esclusivamente di facili successi commerciali.
Rovistando tra i segreti di una figura paterna per lo più sconosciuta, Davide perde gradualmente contatto con la realtà fino a decidere di scrivere egli stesso quel libro che il padre non ha avuto il tempo, o forse il talento, di portare a termine.



Strano film l’ultimo di Pupi Avati.
E’ strano già per il semplice fatto di uscire dopo una pausa (se escludiamo la parentesi televisiva di Un matrimonio, sono infatti tre gli anni che separano questo Un ragazzo d’oro dall’ultimo Il cuore grande delle ragazze) piuttosto lunga per gli standard a cui ci ha abituato il regista bolognese.
E poi è strano che un film che parla di un rapporto così sofferto tra un padre assente e un figlio problematico, segni anche l’inizio della collaborazione, in sede di scrittura, tra Pupi e suo figlio Daniele, con quest’ultimo investito del compito di ibridare la malinconia – topos irrinunciabile di tutta la frastagliata filmografia di Avati senior –  che fa da cornice alla storia, con uno sguardo inedito.
Se infatti l’autore aveva già in passato raccontato alcune pessime figure paterne (La cena per farli conoscere e Il figlio più piccolo su tutti) qui il punto di vista privilegiato diventa, per la prima volta, quello del figlio, mentre è interessante la scelta di non mostrare mai questo padre così ingombrante se non in un flashback che, più che appartenere al passato reale, sembra il frutto di una rielaborazione romantica della memoria di Davide.

Proprio dal succitato flashback ha inizio questa storia di progressiva e, a tratti, quasi volontaria perdita della lucidità che, in più di una scena, rimanda al Polanski de L’inquilino del terzo piano, capolavoro col quale condivide, se non altro, il suo essere un thriller dell’anima, in cui poco o nulla c’è da scoprire (non c’è, in buona sostanza, un intrigo) se non l’estrema complessità dei sentimenti e come questi, spesso, possano portare ai sacrifici più estremi.
E’ bello e intenso il cammino di Davide (interpretato da un Riccardo Scamarcio molto presente da un punto di vista emotivo) che, nel tentativo di riappropriarsi del suo ruolo di figlio, arriva ad annullare quasi del tutto la sua individualità di persona.
La tanto strombazzata partecipazione di Sharon Stone al film invece non produce gli effetti sperati.
L’attrice, altrove eccezionale, appare qui abbastanza svogliata, quasi come mossa da istanze puramente alimentari, e non riesce a portare in dote al suo personaggio molto altro se non l’innegabile fascino di una maturità portata con stile.

Voto 7

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Fabio Giusti

Da sempre convinto che, durante la proiezione di un film, nulla di brutto possa accadere, ha un passato da sceneggiatore, copywriter e altre prescindibili attività. A parte vedere film fa ben poco.

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