Joe

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Sarà in parte anche colpa del ritmo a singhiozzo della distribuzione nostrana, ma degli squallidi, impoveriti scenari rurali dell’America di provincia e della loro minacciosa, imbarbarita e quasi tribale fauna umana si comincia ad averne fin sopra i capelli: a fare da apripista a questa corrente sospesa fra il gotico sudista e la hicksploitation ma ad uso e consumo del popolo del Sundance è stato in discreta misura il fortunato Un gelido inverno, efficace esordio da attrice di primo piano dell’allora ventenne Jennifer Lawrence, seguito a ruota dal cruento coming-of-age Mud (da noi uscito in sala soltanto questa estate), dall’eccellente adattamento per il cinema del Killer Joe di Tracy Letts, dall’ancora inedito Ain’t Them Bodies Saints (presentato lo scorso anno a Cannes) e dalla desolazione sottoproletaria de Il fuoco della vendetta, senza dimenticare, sul piccolo schermo, i paesaggi spettrali e primitivi della Louisiana di True Detective.



Ultimo in ordine di arrivo, dopo un passaggio in concorso alla 70a Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, Joe si aggira fra la tetra, inospitale realtà dell’estrema periferia texana e la degradazione infinita dei suoi incattiviti abitanti, ma sorge il dubbio che l’operazione sia principalmente il pretesto per una duplice, auspicata rinascita artistica: da un lato, la scappatoia abbastanza ipocrita del film-vetrina, con il quale nettare e disinfettare la filmografia di uno zimbello acclarato come Nicolas Cage, dall’altro il tentativo sincero ma anodino dell’ex-enfant prodige David Gordon Green di restituirci la forma più pura e meno ingabbiata dalle commissioni di turno del talento rivelatosi con George Washington (vincitore del 18° Torino Film Festival), esploso con lo splendido Undertow e riciclatosi tristemente, in tempi più recenti, nell’allegra scuderia di Judd Apatow con abomini demenziali su cui è opportuno tacere.

Ringalluzzito dall’Orso d’Argento per la Migliore Regia al penultimo Festival di Berlino assegnato al suo Prince Avalanche, il cineasta di Little Rock ritrova gli ambienti, i personaggi e le dinamiche della sua fase indie, rivisti però con la sensibilità di un regista ormai affermato e passato relativamente incolume attraverso i meccanismi dell’industria filmica che conta: escono ridimensionati soprattutto i debiti nei confronti della poetica di Terrence Malick, suo nume tutelare nonché coproduttore di Undertow, ma il ritorno a casa di Green, seppur salvifico e depurante, non riporta precisamente alle vette dei suoi esordi.

Traendo spunto dall’omonimo romanzo di Larry Brown, si torna a parlare di figure paterne, di riscatti impossibili e di vicende di quotidiano abuso e di ordinaria sopraffazione, qui rappresentati dall’ex-detenuto Joe (Nicolas Cage), che diventa la figura di riferimento e il viatico verso l’età adulta del quindicenne Gary (Tye Sheridan, insignito del Premio Mastroianni e già visto, guarda caso, tanto in The Tree of Life quanto, in ruolo assai simile, nel già citato Mud), costantemente vessato dal padre alcolista ed ingabbiato in una vita la cui miglior prospettiva è raggranellare qualche dollaro “uccidendo” alberi nelle lugubri boscaglie circostanti.

Il legame che si instaura fra i due però non va oltre una convenzionale e neanche tanto approfondita educazione alla crescita che in vari momenti ricorda – epilogo compreso – i precetti del vecchio Kowalsky di Gran Torino: Green punta molto sul miserabilismo finanche insistito del contesto e sul simbolismo della pagina scritta, ma si dimentica di definire figure convincenti e sfaccettate, fallendo nella costruzione di una progressione drammatica appassionante e procedendo per una serie di episodi interscambiabili in cui l’atmosfera dovrebbe supplire alle carenze di scrittura.

Il film è effettivamente slabbrato, privo di un autentico baricentro e per certi versi semplicistico, vittima della canonicità delle situazioni (il percorso di redenzione dell’adulto alternato a quello di autoaffermazione dell’adolescente) e di cambi di registro un po’ troppo facili – la parentesi comica con la ricerca del cane scomparso, la prevedibile ma repentina risoluzione tragica del finale, che pure intenderebbe commuovere -, e conta eccessivamente, a scapito dell’equilibrio d’insieme e del fattore coinvolgimento, sul carisma autolesionista del suo protagonista, diretto con intelligenza ed empatia, capace persino di una sobrietà e di un’autoironia (già di culto la sequenza della “pain face”) che sembravano estinte.

Joe è pertanto, più che il volenteroso inizio di una seconda giovinezza, un’opera di mera, deludente transizione, uno sterile e privato atto di nostalgia nei confronti di un passato autoriale irrecuperabile più che un discorso propositivo verso una carriera in divenire (il suo appena appena meglio riuscito Manglehorn, visto quest’anno al Lido, si lascia vampirizzare dalla presenza imprescindibile di Al Pacino, ma non si allontana granché da qui), null’altro che un superficiale esercizio di stile senza molta sostanza di cui rimane, a fine visione, ben poco.

Voto 5

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