Ma che bella sorpresa

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Esiste la donna ideale?
Se lo chiede Guido (Claudio Bisio), un professore di lettere di mezza età trapiantato da Milano a Napoli, in piena crisi esistenziale perché appena lasciato da una fidanzata che gli spiega candidamente che “tu mi rendi troppo felice e lo sanno tutti che noi donne, per essere felici, dobbiamo essere infelici”.
La stessa domanda gli risuona in testa anche quando una bellissima vicina bussa alla sua porta con la scusa di aver bisogno di un po’ di zucchero.
Dolce, sensuale, appassionata d’arte e persino tifosa del Milan, Silvia (Chiara Baschetti) sembra avere tutto quello che l’uomo ha sempre desiderato in una donna, forse addirittura troppo.
Guido sta giusto iniziando a convincersi che forse sì, la donna ideale può esistere davvero, quando il suo collega e (unico) amico Paolo (Frank Matano), insospettito dal fatto che questa Silvia sia sempre così refrattaria a mostrarsi in pubblico, scopre la triste verità.
Silvia non esiste, è solo una proiezione della delusione di Guido verso un universo femminile da cui si sente troppo deluso per permettersi di sperare ancora nell’incontro perfetto.
Ed è un peccato perché un’altra vicina di casa – che, a differenza di Silvia, però esiste davvero – da anni non aspetta altro che Guido si accorga di lei.

Alessandro Genovesi torna alla regia a neanche sei mesi dall’ambizioso e parecchio irrisolto Soap Opera e, per l’occasione, interrompe il sodalizio con Fabio De Luigi (a tutti gli effetti il suo attore-feticcio) con cui si riunirà comunque a lavorare a breve nel prossimo La peggior vacanza della mia vita.
Ma che bella sorpresa mutua la sua idea di base (la ragazza immaginaria) dal brasiliano Mulher Invisivel e ci costruisce attorno una commedia romantica piuttosto atipica che, seppure fiaccata da alcuni cliché da cui la moderna commedia (all’) italiana non sembra proprio in grado di svincolarsi, consta di almeno un paio di elementi di pregio assoluto.
Il primo è senza dubbio la location: una Napoli irreale e sognante che, seppure distante anni luce dalla sua natura più complessa e caotica, si rivela essere l’ideale cornice agrodolce per il mood del film.
Funziona come protagonista Bisio che, reduce da una serie di ruoli particolarmente riusciti (non ultimo quello nel sottovalutato La gente che sta bene di Francesco Patierno), pare stia finalmente riuscendo a svincolarsi dall’idea di comico di area prettamente televisiva alla quale di solito viene associato.
La stralunata malinconia con cui l’attore milanese tratteggia la fuga dalla realtà di questo professorino idealista e romantico è piacevole e, allo stesso tempo, gli impedisce di deragliare nei lidi del caricaturale in cui, visti gli argomenti trattati, non sarebbe stato neanche così difficile cadere.
Genovesi si dimostra inoltre abile anche nella scelta di Renato Pozzetto e Ornella Vanoni per interpretare i genitori di Guido. La Vanoni in particolare è divertentissima nei panni di questa mamma castrante e perennemente alticcia e, a tratti, sembra quasi fare il verso all’imitazione che a sua volta Virginia Raffaele fa della cantante in TV.

Non sono solo rose e fiori però e, come accennavo poc’anzi, Ma che bella sorpresa ha pure i suoi bei difetti.
Uno in particolare si staglia prepotente su tutti ed è l’inutile Frank Matano, indicato in locandina come coprotagonista e, nei fatti, null’altro che esile figurina di contorno relegata al ruolo di spalla comica di Bisio.
Se non fosse che i suoi interventi si rivelano, con regolarità matematica, i meno divertenti del film.
L’utilizzo di Matano è ovviamente figlio dell’incomprensibile popolarità raggiunta da questo negli ultimi anni e di una chiara volontà della produzione di allargare il potenziale bacino d’utenza dell’opera anche ai giovanissimi.
Più in generale è la dimostrazione di un’atavica mancanza di coraggio che grava su quasi tutte le (troppe) commedie prodotte annualmente in Italia; quasi come se il semplice valore di un’idea vincente o di un buono script sia comunque di secondaria importanza rispetto alla presenza, nel cast, di star stagionali usate come facili specchietti per le allodole.
E’ un meccanismo che alla fine non è neanche detto che paghi e che, di sicuro, svilisce il tentativo di Alessandro Genovesi – di cui si evince a tratti anche una certa fascinazione per il cinema di Wes Anderson – di costruire un prodotto fieramente medio che non sia per forza anche mediocre.

Voto 5,5

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Fabio Giusti

Da sempre convinto che, durante la proiezione di un film, nulla di brutto possa accadere, ha un passato da sceneggiatore, copywriter e altre prescindibili attività. A parte vedere film fa ben poco.

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