Cobain: Montage of Heck

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“…and I swear that I don’t have a gun” non è solo il chorus di una delle canzoni più famose dei Nirvana (Come As You Are) ma è anche la frase che si sente ripetere più spesso durante la visione di Cobain: Montage of Heck
Come un mantra.
O un monito, se si considera il tragico epilogo della breve vita di Kurt Cobain.
Ecco, nell’analisi del bellissimo documentario di Brett Morgen sul leader dei Nirvana, potrebbe essere utile partire proprio dalla sua fine.
Una fine nota anche ai muri e così presente in ognuno dei fotogrammi che vanno a formare questo affresco che Morgen sceglie saggiamente di non trattare – in maniera non dissimile dal Gus Van Sant di Last Days – chiudendo il film esattamente un attimo prima che Kurt tiri il grilletto.
A due anni dall’ottimo riscontro di Crossfire Hurricane, magnifico rockumentary sugli anni più caldi della storia dei Rolling Stones, l’autore si cimenta con un’altra icona del rock e appare da subito evidente come lo scarto tra i soggetti trattati nelle due opere e, di conseguenza, i modi in cui vengono trattati, non potrebbe essere maggiore.
Se da un lato abbiamo infatti l’edonismo sfrenato e il fortissimo controllo della propria immagine pubblica, nel caso di Cobain il discorso si fa più complesso e, se vogliamo, anche più intimo.
Ed è per questo che Morgen, lungi dal farne un ritratto di artista, decide, attraverso un lucido e preciso processo di smitizzazione del personaggio, di puntare dritto al cuore.
Un cuore di tenebra.



Al di là di un successo commerciale senza precedenti (non dimentichiamo che i Nirvana furono la prima band ad azzerare qualsiasi differenza ancora esistente tra indie e mainstream) infatti, non c’è una sola immagine di Cobain: Montage of Heck che non suggerisca allo spettatore una fortissima idea di disagio.
E l’impressione è che, nel caso di Cobain, non si sia mai trattato di un disagio costruito a tavolino per vendere più dischi presso un pubblico giovanile che, evidentemente stanco dei sorrisi di plastica degli anni Ottanta, si avviava a entrare in un decennio in cui la manifestazione del proprio malessere esistenziale non si limitava ad essere accettata, ma diventava in qualche modo addirittura cool.
L’intuizione più felice dell’autore è quella di alternare al materiale di repertorio (comunque ricchissimo) alcune cupe animazioni basate sia sui diari di Kurt che sui dipinti che ne accompagnarono sempre, in maniera parallela, l’attività in campo musicale.
Anche le immagini tratte dai videoclip ormai entrati nella storia, una volta destrutturate e decontestualizzate, acquistano qui nuovi e inquietanti significati.
Così il film smette di essere un semplice documentario sulla vita di Kurt Cobain (tutta la parte riguardante  la sua difficile infanzia, con le interviste ai parenti è, di fatto, la meno interessante) e diventa un impressionante viaggio all’interno di un’anima impreparata alla vita che il successo ha reso ancora più esposta e quindi fragile.

Non c’è l’ombra di nessuno dei topoi classici della mitologia rock in Cobain: Montage of Heck.
Non c’è il sesso sfrenato, non ci sono le groupie e soprattutto non c’è alcuna traccia di ostentazione di un benessere conquistato in fretta e, spesso, gestito tutt’altro che bene.
In poche parole, non c’è glamour.
C’è la droga certo, e ci mancherebbe altro, ma mai inquadrata come parte di quel corollario di eccessi, vera condicio sine qua non nella biografia di qualsiasi rockstar che si rispetti.
La droga qui è vista più come un effetto che non come la vera causa di un malessere.
Così come Courtney Love smette finalmente i panni della Yoko Ono ai tempi del grunge per mostrarsi, in alcuni filmati domestici rimasti inediti fino ad ora e da lei stessa forniti, semplicemente come una moglie.
Ciò che molto spesso sfugge, del passaggio di questi personaggi dalla vita reale all’empireo dell’iconografia pop e rock, è la loro giovane età e uno dei meriti maggiori di Brett Morgen e del suo film è proprio quello di riuscire a riportare Kurt Cobain sulla terra per due ore e un quarto (forse l’eccessiva durata di Cobain: Montage of Heck è il suo unico limite) e di mostrarcelo per quello che in fondo doveva essere.
Un ragazzo pieno zeppo di una rabbia solo in parte incanalata in un pugno di canzoni bellissime e imperfette.
Uno così pieno di rabbia che, a un certo punto, semplicemente non ce l’ha fatta più a tenerla dentro.

Voto 7,5

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Fabio Giusti

Da sempre convinto che, durante la proiezione di un film, nulla di brutto possa accadere, ha un passato da sceneggiatore, copywriter e altre prescindibili attività. A parte vedere film fa ben poco.

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