Wolf Creek 2 – La preda sei tu

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Mick Taylor (John Jarratt) è rimasto esattamente dove lo avevamo lasciato dieci anni fa.
Il folle serial killer è sull’outback australiano, a bordo di un furgone fatiscente, a dar la caccia a qualsiasi improvvido viaggiatore che, restio agli itinerari turistici, si arrischi ad allontanarsi dalla civiltà per seguire strade secondarie e spesso non segnate dalle mappe.
A farne le spese, questa volta, sono Rutger e Katarina, una coppia di campeggiatori tedeschi accampatisi nel posto sbagliato al momento sbagliato e l’inglese Paul (Ryan Corr) colpevole solo di aver fermato la sua automobile per aiutare una ragazza in difficoltà.

A quasi due anni dalla sua presentazione, Fuori Concorso, al Festival di Venezia 2013, arriva in sala l’inatteso sequel di quel Wolf Creek che, una decina d’anni fa, aveva fatto così ben sperare (erano gli anni di Hostel e del bellissimo e sottovalutato The Descent di Neil Marshall) sulle possibilità di una nuova via all’horror.
Intanto, da allora, di acqua sotto i ponti ne è passata parecchia: il Found Footage ha dato ampia prova di tutti i suoi limiti – sostanziali prima ancora che formali – e l’ultimo film di Eli Roth (The Green Inferno) non ha ancora trovato una distribuzione nelle nostre sale.
Ma Greg McLean riprende in mano le fila del suo racconto ispirato alle efferate gesta di Ivan Milat (serial killer australiano in galera da 20 anni per l’omicidio di sette saccopelisti) come se nulla fosse.
E se la riuscita di Wolf Creek dipendeva, in buona parte, dalla capacità del suo autore di sovvertire una delle regole auree del genere, ossia quella che associa l’elemento perturbante agli spazi angusti, laddove lì a fare davvero paura erano le immense distese desertiche che fanno da contorno al cratere che dà il titolo ai due film, qui McLean addirittura rilancia e, opponendosi alla tacita regola che vuole che il sequel di un film di successo debba per forza ricalcarne la struttura in maniera pedissequa (vedi appunto il secondo Hostel), giustappone al gioco del gatto e del topo della pellicola precedente tanto di quel materiale da riempirne almeno un altro paio e una ridda di citazioni che faranno la gioia di tutti gli appassionati di horror e dintorni.

Il lavoro maggiore è indubbiamente stato fatto in sede di scrittura e riguarda per lo più il protagonista: questo psicopatico che giustifica il proprio sfrenato sadismo lasciando emergere una serie di atavici rancori risalenti al periodo coloniale e che, nel primo Wolf Creek, restava piuttosto in ombra.
Qui invece viene sviluppato e reso libero di gigioneggiare come se non ci fosse un domani, ingaggiando anche, con una delle sue vittime, un folle quiz in cui la posta in gioco è la vita e che sa tanto di Quentin Tarantino.
Ma Mick Taylor è molto di più che un semplice psicopatico à la Michael Myers.
Piuttosto è lo strumento attraverso il quale Wolf Creek 2, da un certo punto in poi, smette di essere un semplice film splatter per rivelare una vena politica che nel primo film era appena accennata e invece qui diventa centrale.
Il serial killer viene infatti mostrato come lo specchio deformante di una realtà sconosciuta ai più, fatta di ignoranza e di odio profondo verso tutto ciò che sembri diverso (anche solo un dialetto) e che si contrappone in maniera violenta a qualunque forma di ordine precostitutito.
In mezzo sangue a litri, un livello di regia ben al di sopra degli standard ai quali l’horror moderno ci ha abituati e un inseguimento tra un camion e un’automobile che non si vedeva dai tempi di Duel.
Il tutto impreziosito da un senso dello spazio che quasi potremmo definire malickiano e che porta la selvaggia natura australiana a smettere di essere semplice (e meraviglioso) sfondo per assurgere al ruolo di co-protagonista.
In definitiva c’è talmente tanta roba in Wolf Creek 2 che, a definirlo soltanto un horror, sembra quasi di fargli un torto.

Voto 7

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Fabio Giusti

Da sempre convinto che, durante la proiezione di un film, nulla di brutto possa accadere, ha un passato da sceneggiatore, copywriter e altre prescindibili attività. A parte vedere film fa ben poco.

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