Southpaw – L’ultima sfida

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Billy “The Great” Hope (Jake Gyllenhaal) è il campione mondiale in carica di pugilato nella categoria dei pesi mediomassimi.
Dopo un’infanzia passata in orfanotrofio e la dura esperienza del carcere, Billy ormai sembra avere tutto: carriera, una moglie bellissima (Rachel McAdams), una figlia che lo adora e, in generale, uno stile di vita che molti gli invidiano.
Ma la fortuna gira e l’uomo impara a sue spese quanto il successo possa rivelarsi effimero e come sia facile ritrovarsi soli non appena le luci dei riflettori si spengono.
Basta solo un attimo, infatti, per ritrovarsi senza né casa né soldi e con gli amici di una vita che si affrettano a salire sul carro del nuovo vincitore.
Di fronte al rischio di perdere anche la custodia della figlia, Billy inizia a lasciarsi andare.
Per fortuna sulla sua strada incontra Tick Willis (Forest Whitaker), ex pugile ora allenatore di ragazzi di strada, che è forse l’ultimo a credere in lui. Grazie ai consigli di quest’ultimo Billy ritroverà il coraggio di salire sul ring per provare a riconquistare tutto ciò che gli è stato strappato.

Al cinema pochissimi sport riescono, al pari della boxe, a descrivere appieno la voglia di riscatto di chi li intraprende e il profondo sacrificio che questa comporta, oltre allo scarto che, in un uomo, spesso interviene a distanziarne i meriti umani da quelli sportivi.
Da Lassù qualcuno mi ama fino a The Fighter, passando per Rocky, Toro scatenato e Million Dollar Baby, la lista dei film che hanno definito i canoni stilistici del cosiddetto boxing movie è lunghissima e parte da lontano.
Solo che l’immenso valore (sia artistico che emotivo) dei titoli citati poc’anzi, oltre a delimitare i confini di un genere, è suscettibile di annichilire le possibilità di riuscita di chiunque provi a cimentarsi oggi con un film a tema pugilistico.
Figurarsi quando a farlo è Antoine Fuqua, regista muscolare e rabbioso quanto si vuole, ma per nulla avvezzo all’uso delle sfumature e dei mezzi toni. Tanto ineccepibile quando si tratta di filmare con impressionante realismo il corpo a corpo di due pugili che si massacrano su un ring, quanto inadatto a scandagliarne il lato più umano, Fuqua mostra da subito tutto il suo mestiere nel roboante prologo ma, non appena il racconto entra in un mood più intimista, ripiega su un patetismo eccessivo, tipico di certa serie B seppure di lusso. Ora, se dal regista di  Attacco al potere e The Equalizer era anche lecito non pretendere poi chissà cosa, qualche aspettativa in più poteva crearla il coinvolgimento, in veste di sceneggiatore, del creatore della serie TV Sons of Anarchy Kurt Sutter.

Sutter, il cui padre è stato un pugile semiprofessionista, sembra invece rinunciare fin da subito all’idea di proporre qualcosa di originale (del resto l’idea stessa del film nasce come un remake de Il campione di Zeffirelli pensato per Eminem come protagonista) per focalizzare maggiormente l’attenzione ai margini dell’inquadratura, paradossalmente proprio laddove la regia risulta meno presente.
E’ lì, tra gli sgabelli del bar dove un malmesso Forest Whitaker si rifugia a bere di sera o nei mesti scambi di battute tra quest’ultimo e l’acciaccato Jake Gyllenhaal, che qualcosa sembra muoversi sotto la spessa superficie del già visto.
Peccato solo siano quisquilie, rispetto a un film che sembra più interessato ad affastellare uno sull’altro tutti i cliché sulla redenzione tipici del cinema a tema sportivo che non a raccontare una storia.
Proprio l’interpretazione di Gyllenhaal, alla fine, risulta essere l’unica cosa davvero maiuscola in Southpaw. L’attore incarna la parabola cristologica di un uomo distrutto, sia nel corpo che nell’anima, con un minuzioso lavoro di sottrazione. E’ sufficiente infatti la fissità espressiva, figlia dei troppi pugni presi, e l’afasico balbettio con cui connota il suo Billy Hope per realizzare come l’ex ragazzino di Donnie Darko sia ormai cresciuto fino a diventare uno degli attori più raffinati e credibili della sua generazione.
Non è un caso infatti che, fatta una media aritmetica tra l’esilità della storia e del suo impianto strutturale e l’eccezionale performance di Gyllenhaal, quest’ultima, da sola, funga da contraltare positivo utile a garantire comunque al film la sufficienza.

Voto: 6,5

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Fabio Giusti

Da sempre convinto che, durante la proiezione di un film, nulla di brutto possa accadere, ha un passato da sceneggiatore, copywriter e altre prescindibili attività. A parte vedere film fa ben poco.

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