Ritorno alla vita

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«…Il modo in cui ha affrontato i vari generi cinematografici e il suo lavoro da filmmaker, fotografo e autore ha contribuito a dar forma alla nostra memoria del cinema, continuando a ispirare altri registi». Con queste parole lo scorso febbraio durante il 65° Festival di Berlino, il direttore della Berlinale Dieter Kosslick motivò l’Orso d’Oro alla carriera a Wim Wenders, che si presentava alla rassegna fuori concorso con la sua ultima opera (dopo il successo di Pina, doc sulla vita e sull’opera di Pina Bauch e de Il sale della terra, altro doc sul fotografo Sebastião Salgado), Ritorno alla vita.



Siamo tutti d’accordo, sul fatto che il cinema di Wenders abbia rappresentato in modo estremamente efficace ed incisivo, la rottura degli schemi e degli argomenti, andando a scardinare i vecchi modelli narrativi e figurativi sin dagli inizi con opere quali Estate in città, La lettera scarlatta o Alice nella città. Ma il componente di spicco del Nuovo cinema tedesco, il cantore per immagini della cinematografia europea contemporanea che si è sempre mosso tra finzione e autenticità facendo della cultura americana riesaminata criticamente uno dei fulcri della sua opera, questa volta ha preso una gran cantonata. Perché il film che segna il ritorno del regista di Dusseldorf al cinema di fiction (l’ultimo, nel 2008, era stato Palermo Shooting) e che avrebbe dovuto essere una storia d’amore, di colpa e di redenzione, finisce per prendere la forma di un dramma in cui l’eccessivo e ingiustificato lirismo trascina con sé ogni altro elemento.

Ritorno alla vita racconta la storia di Tomas (James Franco), uno scrittore americano in piena crisi creativa, tra la sua relazione con Sara (Rachel McAdams), una ragazza che poco capisce del suo mondo interiore, quella con l’editrice Ann (Marie-Josée Croze) e sua figlia Mina, il difficile rapporto con la scrittura, il successo critico e il misterioso legame che instaura con Kate (Charlotte Gainsbourg), un’illustratrice che vive sulle sponde del lago Ontario.

Il problema principale di Ritorno alla vita è che non si capisce dove Wenders voglia andare a parare. Quale dovrebbe essere il senso ultimo del suo film, il tema del perdono? Quello che accade quando il destino decide di entrare a gamba tesa nella vita di qualcuno? O forse il senso di colpa che prova l’artista nel momento in cui trae spunto e sfrutta ciò che accade nella realtà? Non è dato saperlo perché ognuno di questi argomenti viene sfiorato senza essere mai davvero approfondito. Diciamo anche che, mentre lo spettatore prova a interrogarsi sulla questione, le espressioni catatoniche di un James Franco che sembra essere stato buttato sul set immediatamente dopo un rapimento alieno non aiutano. E poi i dialoghi imbarazzanti, la storia che si dipana nell’arco di dodici anni senza che sulle capigliature dei suoi protagonisti si intraveda l’ombra di un capello grigio e le musiche composte dall’onnipresente Alexandre Desplat utilizzate senza un minimo di criterio e in completo disaccordo con la tensione emotiva che dovrebbero sottolineare. Tutto questo fa di Ritorno alla vita un gigantesco passo falso nella carriera di un regista che probabilmente farebbe meglio, da qui in avanti, a rivolgere le proprie attenzioni esclusivamente al documentario.

Voto 3

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Carolina Tocci

Giornalista freelance e blogger, un giorno le è venuta l'idea di aprire questo sito. Scrive di cinema e gossip e nel buio di una sala cinematografica si sente a casa.

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