Io sono Ingrid

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“Non rimpiango nulla. Non avrei vissuto la mia vita come l’ho vissuta se mi fossi preoccupata di quello che pensava la gente”.



Chi era a Cannes, nel maggio scorso, ha potuto ammirare il suo sorriso che illuminava il Palais des Festival. Avrebbe festeggiato i suoi 100 anni lo scorso 29 agosto, Ingrid Bergman, diva passionale e schiva, dotata di una personalità forte e tenace che nella vita le portò sì un successo planetario ma anche tanti momenti difficili e pieni di malinconia. E’ una Ingrid inedita quella che impariamo a conoscere nel documentario del regista, sceneggiatore, scrittore e critico cinematografico danese Stig Björkman, al quale si è rivolta Isabella Rossellini per realizzare “un film su mamma”. E Io sono Ingrid è un prodotto davvero particolare, realizzato con filmati inediti molti dei quali girati dalla stessa attrice, inframezzati dalle numerosissime foto che la imortalano in momenti di vita sia pubblica che privata, dai pensieri che era solita appuntare sul suo inseparabile diario e dalle preziose testimonienze dei suoi quattro figli Pia, Robertino, Isabella e Isotta Ingrid.

Quello che ne viene fuori è un ritratto intimo e dettagliato della vita di una donna che, nonostante sia scomparsa da più di trent’anni, continua a incarnare il prototipo dell’interprete moderna. Apolide, alla continua ricerca di qualcosa di nuovo pronto a scuoterle l’esistenza, che Ingrid Bergman avesse una personalità inconsueta, soprattutto per l’epoca, è cosa nota, ma da tutto questo materiale inedito egregiamente gestito da Björkman, emerge anche molto altro: un amore viscerale per il lavoro, che affrontava con impegno e nordico rigore, il mancato desiderio di mettere radici in un determinato luogo, ma anche la necessità di circondarsi degli affetti a lei più cari e quel continuo andare a caccia di nuove sfide, sia personali che lavorative.

I primi passi Ingrid li mosse da giovanissima, nel cinema svedese degli anni Trenta, un periodo culminato con l’incredibile successo di Intermezzo (1936) che conquistò il tycoon americano David O’Selznick che la volle a Hollywood per un remake del film (1939), proponendole un contratto di sette anni secondo il quale avrebbe potuto scegliere personalmente copioni, partner e persino il regista dei film che avrebbe girato. La Bergman, appena sposata con il neurochirurgo Peter Lindstrom e con una bambina (Pia) di un anno, firmerà per soli 12 mesi con la clausola di poter tornare a Stoccolma dalla famiglia se Intermezzo non avesse avuto successo. Invece fu un trionfo, anche se solo l’anticamera dell’ondata di popolarità che di lì a poco l’avrebbe travolta. Gli americani la vedevano come la diva acqua, sapone e carattere che avevano amato nei panni della giovane prostituta in Dottor Jekyll e mr. Hyde, nella Isla di Casablanca, nella Maria di Per chi suona la campana, nella Paula di Angoscia, (film con il quale conquista il suo primo Oscar) e nella Alicia di  Notorious. Così quando Ingrid scrisse la famosa lettera a Roberto Rossellini (“Se ha bisogno di un’attrice svedese che parla inglese molto bene, che non ha dimenticato il suo tedesco, non si fa quasi capire in francese, e in italiano sa dire solo ti amo, sono pronta a venire in Italia per lavorare con lei”) regista con cui intrecciò una relazione che durò diversi anni, dalla quale nacquero tre figli e che le costò una la denuncia da parte del senato americano per facili costumi, dovette attendere non poco per riconquistare la fiducia del pubblico d’oltreoceano, visto che aveva infranto quel mito di algida purezza con cui si era imposta. Ma nel 1956, con il kolossal Anastasia, Ingrid vince il secondo Oscar e viene riammessa nel pantheon hollywoodiano.

La vera Bergman, quella che emerge da Jag är Ingrid, alla fine è una figura tanto solare e affascinante quanto, per molti versi, ostica e controversa: madre affet­tuosa e premurosa, ma anche capace di lasciare prima Pia (che non glielo perdonerà) e poi i figli avuti da Ros­sel­lini, per pas­sione, per il lavoro di attrice e per quella istintiva e costante ricerca di libertà che, nonostante gli anni che passano, continua a rimanere ben radicata dentro di lei. Arriva il terzo Oscar, questa volta da Non Protagonista, per Assassionio sull’Orient Express e poi il suo ultimo film, forse il più difficile, Sinfonia d’autunno del connazionale Ingmar Bergman, in cui interpreta il ruolo di una madre cinica ed egoista che antepone la sua carriera all’affetto per i figli. L’addio alle scene dell’attrice passa emblematicamente per questo dipinto intenso e lucidissimo sul rapporto conflittuale tra una madre e una figlia e sui vuoti lasciati dalla prima durante le sue improvvise e prolungate assenze. Attraverso questo gioco al massacro tra due solitudini la Bergman, ormai malata, si congeda dal suo pubblico spegnendosi, casualità, nel giorno della sua nascita proprio come quei film dalla struttura circolare, esteticamente impeccabili, rigorosi e perfetti.

Voto 8

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Carolina Tocci

Giornalista freelance e blogger, un giorno le è venuta l'idea di aprire questo sito. Scrive di cinema e gossip e nel buio di una sala cinematografica si sente a casa.

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