Aspettando Ave, Cesare! tre imperdibili film dei fratelli Coen

Di Redazione
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Joel-and-Ethan-Coen

Giovedì 11 Febbraio 2016 Ave, Cesare!, film scritto e diretto dai fratelli Joel e Ethan Coen, aprirà la 66esima edizione del Festival Internazionale del Film di Berlino. Ambientata durante gli ultimi anni del periodo d’oro hollywoodiano, la cosiddetta Golden Age, la storia si svolge in un singolo giorno e segue la vita di un tuttofare di uno studio cinematografico che si trova davanti a diversi problemi da risolvere. Il cast è stellare e include, tra gli altri, Josh Brolin, George Clooney, Alden Ehrenreich, Ralph Fiennes, Jonah Hill, Scarlett Johansson, Frances McDormand, Tilda Swinton e Channing Tatum.

George Clooney in Ave, Cesare!

George Clooney in Ave, Cesare!

Con 19 pellicole all’attivo da loro scritte e dirette, insieme a diversi altri progetti, la filmografia dei due fratelli di Minneapolis ha influenzato irrimediabilmente il cinema americano e internazionale degli ultimi trent’anni, riadattando e rinnovando tutti i generi nei quali si è cimentato e producendo opere difficilmente classificabili che vantano ambizioni sia autoriali che commerciali, quasi a voler dimostrare che uno sguardo indie all’interno dell’industria hollywoodiana è ancora possibile.

Dopo lunghe riflessioni ecco qual è, per ognuno dei redattori di Movielicious, il film dei Coen che più gli è rimasto nel cuore.

 

FABIO GIUSTI – IL GRANDE LEBOWSKI – 1998

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Mica facile indicare un unico film dei fratelli Coen come il “migliore”.
Certo, se proprio fossi costretto a farlo, ho idea che la risposta non potrebbe essere che una e una soltanto e anche piuttosto scontata: Il grande Lebowski.
Perché in questo folle helzapoppin’ di poco meno di due ore c’è davvero tutto.
I Coen nel 1998 hanno già una solida reputazione in ambito cinefilo (Palma d’oro a Cannes per Barton Fink e Roger Ebert che definisce Fargo “uno dei film migliori che abbia mai visto”) ma sono ancora argomento per pochi.
Ecco, con Lebowski cambia tutto e i Coen firmano la pietra angolare del loro cinema futuro. A partire dal loro film immediatamente successivo sarà infatti tutto un “Sì, bello, ma rispetto a Lebowski?”.
Sorta di remake psichedelico de Il grande sonno di Raymond Chandler, Il grande Lebowski è un noir che prende in giro l’inintelligibilità del noir rispettandone alla lettera le regole, solo sostituendo al classico private eye à la Marlowe un freakettone perennemente stonato (Jeff Bridges), del tutto incapace di condurre qualunque cosa che assomigli a un’indagine, e che indovina una galleria di personaggi sghembi uno più memorabile dell’altro, dal reduce iracondo di John Goodman al Jesus di Turturro senza dimenticare il candido Donnie interpretato da Steve Buscemi. Forse non il miglior film dei Coen in assoluto – in quel senso anche il sottovalutato Il crocevia della morte e Non è un paese per vecchi avrebbero da dire la loro – ma di sicuro il più importante, quello che ricorderemo di più.
Un esilarante elogio dell’inadeguatezza e un invito a prendere le cose come vengono che è pressoché impossibile non amare. E riguardare ogni volta.

 

ANDREA BOSCO – A SERIOUS MAN – 2009

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Conquistato il doveroso favore dell’Academy, il cinema dei fratelli Coen alza la posta, spiazza e trova la sua massima sintesi in un’opera eccentrica e personalissima, una tragicomica immersione nel loro abisso fatalistico che assurge, eguagliandolo, al livello della grande letteratura americana postmoderna (DeLillo e, ancor più, Bellow su tutti). La crudele parabola di uno schlemiel dell’Era della Contestazione – uno sbalorditivo Michael Stuhlbarg – riassume la farsesca disperazione esistenziale di un’umanità vessata da domande senza risposta (l’excursus sui “denti del goy”, sommario del pensiero coeniano), sballottata dal Caso e dal Caos (la sorte dell’avvocato infartuato) e condannata, di fronte all’assurdo quotidiano, a rassegnarsi e ad “accettare il mistero”.
A Serious Man è un capolavoro sconfortante, feroce e beffardo non sul silenzio di Dio, ma sul suo sogghigno e sul nostro patetico, irrisolto e ineffabile grido d’aiuto, coperto dal frastuono delle prove generali di una misera Apocalisse.

CAROLINA TOCCI – L’UOMO CHE NON C’ERA – 2001

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Ed Crane, un silenzioso barbiere con una una moglie infedele, per ottenere denaro ricatta l’amante di lei e mette in moto una serie di meccanismi che sfoceranno in tragici eventi. Come sarebbe una pellicola di Fritz Lang o di Billy Wilder girata negli anni Duemila? Probabilmente così. Il bianco e nero della fotografia di Roger Deakins si mescola alle sensazioni e agli eventi della grigia vita condotta da Ed e la forza delle immagini monocromatiche ne connota l’esistenza desaturata. Parabola sulla tragicità della condizione umana del perdente, del mediocre, dell’individuo (un sensazionale Billy Bob Thornton) condannato a vivere un’esistenza alle spalle degli altri che si lascia tentare da un’occasione di possibile riscatto, L’uomo che non c’era è un noir esistenzialista in cui ogni elemento sembra voler ricreare l’assurdo gioco di un destino spietato e beffardo. L’evento inaspettato, la casualità dell’imprevisto distrugge tutto e trascina il quotidiano nell’eccezionale, trasformando il dramma in tragedia e poi in un’assurda farsa. La pellicola dei Coen più triste e definitiva, che non lascia alcuna speranza.

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