The Neon Demon

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Nicolas Winding Refn non deve essere uno che perde il sonno dietro alle critiche negative.
Anzi, le violente reazioni alle derive estetizzanti di Solo Dio perdona sembrano averlo spinto a osare ancora di più in quel senso e a tornare, a distanza di tre anni, con un oggetto ancora più difficilmente decifrabile come questo The Neon Demon.
Del resto è lo stesso autore a dire che “la creatività è distruggere ciò che funziona, come ha fatto Lou Reed dopo Transformer, che è uno degli album più importanti di sempre.”
E se quindi Drive è da considerarsi il Transformer di Nicolas Winding Refn, allora The Neon Demon non può che essere il suo Metal Machine Music, distorsione visiva che – del tutto priva di vincoli alla narrazione canonica – potrebbe andare avanti per sempre.
La storia, poco più che un pretesto, è quella della sedicenne Jesse (Elle Fanning) che, dalla Georgia, arriva a Los Angeles con la piena consapevolezza di non avere un talento ma pronta a sacrificare la propria innocente bellezza sull’altare pagano dell’alta moda.
L’interesse di stilisti e fotografi non fatica ad arrivare, così come l’invidia di alcune colleghe più navigate.



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Incubo sulla vacuità dell’effimero che potrebbe tranquillamente portare la firma del Bret Easton Ellis di Glamorama, The Neon Demon è un horror che non è un horror.
Perché pur non costruendo il film con l’unico scopo di spaventare (per quanto il vuoto pneumatico di certi dialoghi descriva con precisione chirurgica un’assenza di valori ben più disturbante di un’orda di zombie o di una casa infestata) Winding Refn attinge a piene mani dall’estetica di De Palma, del primo Argento, di Mario Bava, per non dire di David Lynch, forse il principale referente estetico dell’opera.
Solo che, a differenza di quest’ultimo, il danese riesce a non abdicare completamente alla videoarte attraverso un processo narrativo esattamente antitetico a quello utilizzato, ad esempio, in INLAND EMPIRE.
Laddove infatti Lynch si perde in ellissi e subplot aperti che vengono lasciati lì senza una reale chiusura, l’autore di Bronson predilige una tale linearità del racconto che potrebbe essere letta, a torto, anche come mancanza di argomenti.
Invece, al netto delle astrazioni e dei numerosi simbolismi disseminati a pioggia, The Neon Demon ha un inizio e una fine e, sebbene si aggrovigli un po’ in una parte centrale che sembra compiacersi troppo della propria perfezione formale perdendo di vista il ritmo, non è affatto il disastro che si temeva dopo la ridda di fischi con cui era stato accolto a Cannes.

Perché quello di Refn è un cinema che va affrontato – e, di conseguenza, analizzato – con strumenti diversi da quelli usuali.
E’ cinema che si immerge talmente in ciò che racconta da trasformarsi via via in quella stessa materia; per cui, se si decide di raccontare la moda, lo si fa diventando moda. Ecco allora che ogni frame potrebbe essere preso e inserito senza stonare affatto tra le pagine di un numero di Vogue, così come il regista decide di firmarsi con un acronimo (NWR) che ricorda incredibilmente quello di Yves Saint Laurent.

Poi si può discutere sul fatto che possa non essere un film per tutti i palati e immagino che in molti troveranno lento, ai limiti dell’irritante, il vagare di Elle Fanning tra festini e set fotografici ma, a tale proposito, si potrebbe obiettare sottolineando come l’intera filmografia di Winding Refn (dalla trilogia di Pusher fino a Vahlalla Rising) abbia sempre chiesto molto allo spettatore in termini di pazienza, costruendo un rapporto di ‘amore e odio’ non dissimile da quello stipulato dal connazionale Lars Von Trier con il proprio pubblico.
Se quindi, in definitiva, The Neon Demon non dice granché su dove l’autore andrà a parare in futuro, ne rappresenta comunque tutt’altro che una stasi creativa.
Capolavoro pieno zeppo di imperfezioni – simile per temi trattati al meraviglioso The Canyons di Paul Schrader, scritto, guarda caso, proprio da Bret Easton Ellis – l’ultimo Winding Refn è un film assai difficile, che non verrà ricordato come uno delle sue opere migliori, pur essendo senza dubbio una delle più radicali.
Di sicuro da un punto di vista estetico.

Voto 7

 

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Fabio Giusti

Da sempre convinto che, durante la proiezione di un film, nulla di brutto possa accadere, ha un passato da sceneggiatore, copywriter e altre prescindibili attività. A parte vedere film fa ben poco.

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