Pets – Vita da animali

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Bisogna riconoscerlo: quello della Illumination Entertainment, seppur ancora alle prime battute e a mira non ancora pienamente aggiustata, è finora un percorso che pare procedere ai margini della matta competizione, Pixar in testa, per l’egemonia qualitativa nel campo dell’animazione statunitense mainstream.
Non ci si aspetti, dunque, dall’equipe di Chris Meledandri, quel corrispettivo zoologico di Toy Story che i presupposti lasciavano intendere o quella svolta della maturità con cui disintossicarsi dagli effetti asfissianti della Minions-mania, bensì il primo stadio di quella lenta, graduale convergenza con la declinante Dreamworks Animations che, dallo scorso agosto, è diventata effettiva con l’acquisizione di quest’ultima da parte di mamma Universal.



È con le prime produzioni degli studios di Jeffrey Katzenberg, infatti, che Pets – Vita da animali vorrebbe quasi cercare un discorso di continuità, ricalcandone i punti di forza (la predisposizione alla serialità, il ricorso a doppiatori di grido, il tono spigliato e marcatamente frivolo d’insieme) ma evitando il confronto diretto con l’oggi irraggiungibile colosso disneyano: se lo spunto iniziale e le dinamiche fra i due protagonisti suggeriscono più di un debito nei confronti delle avventure di Woody e Buzz, il termine di paragone più diretto è in realtà quello sfortunato Giù per il tubo che sancì la fine della collaborazione della Dreamworks con i colleghi britannici della Aardman e di cui vengono riproposte diverse intuizioni, a partire dal variopinto, “civilizzato” microcosmo bestiale che agisce all’insaputa dei suoi proprietari e dalla contrapposizione netta fra la sua componente casalinga, ingenua e sprovveduta, e quella randagia, feroce e vendicativa.

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Se il precedente del 2006, però, rimaneva sommerso dalla sua cascata citazionistica – un elemento fra tutti, la mal gestita struttura da spy story – e penalizzato da un comparto personaggi assai limitato e di scarso appeal, Pets – Vita da animali batte una strada forse più abusata, ma di certo più efficace, attingendo a piene mani dall’universo sovversivo e scombiccherato dei Looney Tunes, trasformando il film in un coloratissimo e scatenato fuoco d’artificio slapstick mirato – come suggerisce, in fin dei conti, il nome stesso della compagnia – al puro e semplice intrattenimento privo di pretese, una sequela ininterrotta di gag che gioca per accumulo e che, a costo di patire una certa disomogeneità di fondo, non si concede pause, fra una rissa di strada fra cani e gatti che sfida le leggi della gravità e una scorreria in una fabbrica di würstel che si trasforma in un allucinato numero musicale à la Busby Berkeley, fino all’immancabile inseguimento risolutivo a rotta di collo sopra e sotto il ponte di Brooklyn.

E pur senza raggiungere le vette di raffinatezza del tematicamente analogo Shaun – Vita da pecora (sempre della Aardman), che invece dava vita alla medesima fantasia anarchica adottando il linguaggio stralunato e dilatato di Jacques Tati, tanto basta a Pets – Vita da animali per garantirsi un piccolo posto d’onore nella vetrina cartoon di inizio stagione, con il suo soggetto tanto semplice e pieno di cliché – lo sfrenato pomeriggio di libertà a spasso per New York di una piccola comunità di quartiere di animali, domestici e non – da coinvolgere qualsiasi fascia d’età, le sue caratterizzazioni bizzarre, su cui primeggiano, ancor più del Jack Russell doppiato nella versione originale da un bravissimo Louis C.K., la poiana in via di disintossicazione da carne di Albert Brooks e il coniglietto psicopatico anarco-insurrezionalista di Kevin Hart, e i suoi sprazzi di eleganza visiva, come l’incipit che attraversa la Grande Mela dall’alto e penetra pian piano a Central Park, e di inattesa dolcezza (il tenerissimo epilogo, con il simultaneo rientro a casa dei vari padroni).

Sorge, però, lo stesso dubbio provocato dalla visione di Alla ricerca di Dory, e cioè l’impressione che a una tale cura nel tratteggio dei caratteri non corrisponda la stesura di un intreccio altrettanto avvincente, qui ridotto a poco più di un canovaccio derivativo e a un catalogo di situazioni comiche più o meno eterogenee, una scrittura, in altre parole, che si concentra più sull’invenzione e sulla trovata che sul racconto.
Ne consegue, quindi, un divertimento immediato e dinamico ma dal respiro molto corto, tarato principalmente sulla lunghezza d’onda di un pubblico pre-adolescenziale e un po’ meno godibile dal pubblico adulto, l’equivalente per il grande schermo di un giro sull’ottovolante, mozzafiato finché si è a bordo, già dimenticato una volta che si è scesi a terra.

È pur sempre un notevole passo in avanti per una casa di produzione che sembrava condannata a non uscire dai dintorni di Cattivissimo me e delle sue mascotte, ma ben poca cosa rispetto all’innovazione, al coraggio e alla creatività con cui la Disney del notevole Zootropolis e ancor più la Laika dell’imminente Kubo e la spada magica hanno lasciato un segno indelebile nel panorama animato del 2016.

Voto 6,5

 

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