The Accountant

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La scarsa gamma espressiva – per usare un eufemismo – di Ben Affleck è una cosa sulla quale, in genere, ci si trova un po’ tutti d’accordo. Tanto che, alla luce degli ottimi risultati ottenuti dall’altro lato della macchina da presa, era anche lecito immaginare che lo stesso Affleck potesse, alla fine, aver realizzato che la recitazione non sia proprio cosa sua.
E invece no, con questo The Accountant il nostro non solo persevera ma, a sorpresa, trova anche il ruolo della vita. La sua proverbiale rigidità si sposa infatti alla perfezione con la fissità di sguardo di Christian Wolff, il contabile autistico che è qui chiamato a interpretare.
Genio della matematica molto più a suo agio coi numeri che non con le persone, l’uomo lavora come revisore free lance per alcune delle organizzazioni criminali più pericolose al mondo e, nonostante abbia alle costole la divisione anti-crimine del Dipartimento del Tesoro guidata da Ray King (J.K. Simmons), accetta un nuovo cliente: una società di robotica all’avanguardia in cui un’addetta alla contabilità ha appena scoperto una discrepanza di milioni di dollari nel bilancio.
Ma non appena Christian inizia a sistemare i conti e ad avvicinarsi alla verità, lascia dietro di sé anche una scia di cadaveri.



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Mix di poliziesco e thriller finanziario, The Accountant segna il ritorno alla regia di Gavin O’Connor a cinque anni da Warrior e una ripresa tutto sommato positiva per l’Affleck attore, dopo il mezzo disastro Batman VS Superman: Dawn of Justice.
Lo script di Bill Dubuque (di recente autore del buon The Judge) ha infatti la singolare intuizione di costruire un (anti)eroe che è la sintesi tra Rain Man e Mission Impossible, quindi allo stesso tempo genio dei numeri e implacabile macchina da guerra. L’idea è buona perché il contabile anaffettivo e apparentemente innocuo che oscilla tra la passione per l’arte (ha un Pollock appeso al soffitto senza fissare il quale non riesce a dormire) ai fucili di precisione crea un effetto di ironica dissonanza che, oltre a strappare più di una risata, conferisce al film un mood vagamente à la Marvel.
Pur non trattandosi di un supereroe infatti – almeno non in senso stretto –  sia la doppia vita del protagonista che la presenza nel cast del Punisher televisivo Jon Bernthal, danno quasi l’impressione di assistere al possibile pilot di una serie TV.
Certo, con un uso della violenza magari un po’ più Bourne-oriented. Per il resto è un film ben scritto e girato discretamente che ha però due difetti. Il primo è una non perfetta gestione del ritmo che, a tratti, tende latitare un po’ troppo. Il secondo, ma è un peccatuccio proprio veniale, è nell’utilizzo assolutamente irrisorio che si fa di un attore maiuscolo come J.K. Simmons, relegato qui a una particina di contorno che avrebbe potuto recitare più o meno chiunque.
The Accountant è insomma ben lungi dall’essere un capolavoro del genere. È cinema medio, di quello godibile ma che difficilmente lascia traccia di sé. Del resto, per restare su Gavin O’Connor, alzi la mano qualcuno che ricordi la trama di Pride and Glory – Il prezzo dell’onore.

Voto 6,5

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Fabio Giusti

Da sempre convinto che, durante la proiezione di un film, nulla di brutto possa accadere, ha un passato da sceneggiatore, copywriter e altre prescindibili attività. A parte vedere film fa ben poco.

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