Shut in

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Shut-In

Cosa può aver spinto Naomi Watts, riconosciuta all’unanimità come una delle attrici più brave della sua generazione, a partecipare a un filmetto risibile come questo Shut In? Dello scarso intuito nella scelta dei copioni di Oliver Platt – solo di poco superiore a quello di Michael Madsen – si sa già da tempo ma, sebbene la Watts ultimamente qualche svista pure l’ha presa (il pessimo DemolitionAmare e vivere di Jean-Marc Vallée soprattutto), mai ci saremmo aspettati di ritrovarla protagonista di questo più che scolastico thriller che probabilmente, non fosse per la sua presenza, potrebbe tranquillamente giacere nel limbo dello straight-to-video.
L’attrice australiana interpreta il ruolo di Mary, una psicologa infantile che, dopo aver perso il marito in un incidente automobilistico, si ritira in una casa isolata col figliastro adolescente paralizzato, di cui si prende cura. Si rinchiude con lui in una vita che si apre solo, sei mesi dopo l’accaduto, quando un bambino sordo che ha in cura improvvisamente scompare, dopo aver cercato rifugio da lei. Tagliata fuori dal mondo da una tempesta di neve e alle prese con disturbi del sonno e allucinazioni, la donna cerca aiuto dal suo analista via Skype, fino a quando scopre di avere proprio in casa un pericolo mortale.



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La presenza di Naomi Watts, oltre a rappresentare l’interrogativo di cui sopra, è anche l’unico aspetto positivo di un film che vorrebbe inquietare giocandosi l’unica carta di un twist narrativo talmente telefonato che, quando dopo un’ora di film finalmente arriva, lo spettatore tira quasi un sospiro di sollievo. Per il resto si tratta di un innocuo thriller di ambientazione domestica che, in serio debito di elementi perturbanti, reitera di continuo l’abusato escamotage dell’aumento improvviso di volume nella speranza che in sala ci sia ancora qualcuno disposto a saltare sulla sedia. L’utilizzo del paesaggio innevato, poi, piuttosto che omaggiare Kubrick e Carpenter, ne rappresenta un tentativo sinceramente imperdonabile di sciacallaggio.
Certe cose vengono bene se sei Quentin Tarantino, ma se ti chiami Farren Blackburn e il tuo momento più alto da regista finora sono due episodi di Daredevil, faresti meglio a premurarti di avere una solida sceneggiatura alle spalle anche solo prima di pensare di dare il primo ciak.
Spiace inoltre per il piccolo Jacob Tremblay, apprezzato lo scorso anno nel notevole Room e qui costretto a vestire nuovamente i panni del bambino disagiato senza una struttura narrativa adeguata a sostenerlo.
C’è solo una cosa peggiore di un brutto film ed è un film inutile.
Con Shut In Farren Blackburn riesce nell’impresa di fare entrambe le cose.

Voto 4

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Fabio Giusti

Da sempre convinto che, durante la proiezione di un film, nulla di brutto possa accadere, ha un passato da sceneggiatore, copywriter e altre prescindibili attività. A parte vedere film fa ben poco.

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