Scappa – Get Out

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Prima i freddi numeri.
Scappa – Get Out arriva nelle nostre sale forte dei suoi duecento e passa milioni di dollari di incasso – a fronte di un budget di poco inferiore ai cinque milioni – e di un rating del 99% su Rotten Tomatoes.
Cifre che attestano come, per una volta, box office e critica si siano allineati nell’individuare nel film di Jordan Peele il caso cinematografico dell’anno e che se, da un lato, risultano fondamentali per il processo di creazione dell’hype, rischiano altresì di alimentare aspettative eccessive e/o pregiudicare l’effetto sorpresa nel pubblico.
Un po’ come se il conoscere le sorti commerciali di una pellicola possa di per sé rappresentare già una sottile forma di spoiler. Motivo per cui, in questo caso, è difficile anche accennare alla trama senza il timore di rivelare troppo. Ma andiamo per gradi.
Di certo si può dire che lo spunto narrativo – qualcosa di simile a un Indovina chi viene a cena? dei giorni nostri – è il primo incontro di Chris (Daniel Kaluuya) con i genitori della fidanzata Rose (Allison Williams) del tutto ignari che il giovane sia nero.Ma la ragazza lo rassicura; del resto i suoi sono da sempre dei liberal democratici e non ci sarà alcun problema.



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Più difficile semmai è individuare un genere di appartenenza, dal momento che l’egida della Blumhouse circoscrive evidentemente la sfera all’horror mentre, nella sostanza, Scappa – Get Out è oggetto assai più sfuggevole alle definizioni.
Sotto una patina perturbante fatta più o meno di tutti i topoi del caso (dagli insistiti close-up degli oggetti all’immancabile scantinato) Peele costruisce infatti un saggio di impressionante lucidità su cosa significhi essere neri in America nel 2017, dopo le due (per molti illusorie) amministrazioni Obama e subito prima di entrare nella temutissima era Trump.
Lo fa senza ricorrere né al passatismo colpevolizzatore di un 12 anni schiavo né agli strumenti classici del dramma civile, bensì attraverso un sapiente mix di thriller e commedia, generi che, parlando un linguaggio comprensibile a tutti, amplificano in maniera esponenziale la capacità di veicolare il messaggio.
Così, a partire da un canovaccio da “io non ci volevo venire qui”, ha inizio un accumulo progressivo e inarrestabile di elementi che ruotano tutti irrimediabilmente attorno alla molto poco piacevole sensazione di percepirsi in un contesto al quale non si appartiene e in cui non si è nemmeno poi così sicuri di essere ben accetti.
La presenza di due domestici di colore che sembrano usciti da Via col vento e l’arrivo di un giovane cognato dallo sguardo sadico certo non aiutano.

Ma, laddove altri autori avrebbero procrastinato il più possibile l’attimo del disvelamento finale, Peele non si preoccupa affatto di calare la sua scure – nello specifico uno switch folgorante sebbene non così difficile da prevedere – ben prima del dovuto.
Perché sa di avere ancora un altro asso nella manica: il finale che proprio non ti aspetti, quello che ti fa tornare a casa col sorriso in faccia ma, con dentro, anche un senso di leggera inquietudine.
Scappa – Get Out è un meccanismo a orologeria talmente godibile che è difficile credere sia davvero scritto e diretto da un esordiente. Un B Movie dal fiero sottinteso sociale che però non ingombra, perché filtrato attraverso uno script che garantisce comunque la giusta dose di salti sulla sedia.
E poi perché il razzismo a cui si allude nel film non è tanto quello macroscopico e urlato da chi lamenta la diseguaglianza o una distribuzione non equanime dei diritti, ma quello parecchio più subdolo che pone la questione razziale come fulcro di un discorso che, ben lungi dall’essere fattivo, il più delle volte si limita a essere un mero sfoggio di correttezza politica.

Voto 7,5

 

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Fabio Giusti

Da sempre convinto che, durante la proiezione di un film, nulla di brutto possa accadere, ha un passato da sceneggiatore, copywriter e altre prescindibili attività. A parte vedere film fa ben poco.

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