Immortals

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Terzo film per il talentuoso regista di videoclip di origine indiana Tarsem Singh (tra tutti, Losing My Religion dei R.E.M.), che dopo The Cell e The Fall ha deciso di buttarsi nel kolossal epico. Forte del sostegno dei produttori di 300, Gianni Nunnari e Mark Canton, Tarsem porta al cinema la storia del brutale e sanguinario Re Iperione (Mickey Rourke) che con il suo feroce esercito sta devastando la Grecia. I villaggi continuano a cadere di fronte alle sue legioni e ogni vittoria lo porta un passo più avanti verso il suo obiettivo: entrare in possesso dell’arco di Epiro per risvegliare i Titani  e per annientare gli dei dell’Olimpo (non avrete problemi a riconoscerli, perché in una eccessiva virata sul kitsch, Tarsem ha voluto che fossero vestiti tutti d’oro) e con loro l’intera umanità. Niente e nessuno osa mettersi sul suo cammino, finché non si imbatte in Teseo (Henry Cavill), un semplice contadino scelto da Zeus (Luke Evans) e accompagnato dalla sacerdotessa Phaedra (Freida Pinto) e da uno schiavo (Stephen Dorff), per salvare il destino del mondo.



Un po’ come già lo era stato 300, anche Immortals è una passerella di giovani attori palestrati e depilati, generalmente poco credibili nei ruoli che gli sono stati assegnati. Henry Cavill in primis, interpreta un Teseo bidimensionale come una figurina dei calciatori, così la splendida Freida Pinto, alle prese ancora una volta con un personaggio del tutto privo di grinta e personalità. Come se non bastasse, poi, quel meraviglioso processo conosciuto come sospensione dell’incredulità, viene interrotto durante la fruizione del film ogni qualvolta viene mostrato uno degli dei dell’Olimpo: l’addetto al casting ha esagerato soprattutto ad assegnare a Kellan Lutz la parte di Poseidone o a Corey Sevier quella di Apollo. Assolutamente incredibili (nel senso di affatto credibili in quei ruoli) con le loro faccette sbarbate e un’intensità recitativa che non sarebbe sufficiente a fargli superare un provino per una telenovela brasiliana. E poi credevamo che la calzamaglia dorata in latex fosse un retaggio degli anni Ottanta, non di epoche e personaggi mitici studiati sui banchi di scuola. Fortuna che Mickey Rourke e gli altri comprimari offrono prove migliori di quelle appena descritte.

Poi c’è lo stile artificioso e patinato del regista indiano che, pur essendo cresciuto negli States, si porta comunque dietro quel gusto un po’ pacchiano che caratterizza tutto il cinema di Bollywood e buona parte delle pellicole che arrivano da quella parte del mondo, lontano anni luce dal modo in cui un qualunque lettore europeo di testi mitologici avrebbe immaginato gli eroi di Immortals. Nonostante tutto, però, bisogna ammettere che a Tarsem va il merito di aver creato un mondo visivamente affascinante, da cui è percepibile il suo talento visivo, solo che fare un film non è proprio come fare un videoclip. E allora prendiamo questo Immortals semplicemente per quello che è, ossia una prova generale di Henry Cavill nei panni di protagonista, dato che a giugno 2013 lo vedremo volare tra i grattacieliin di New York in calzamaglia e mantello in Man of Steel. E come un divertente esercizio di stile di un regista che si sofferma un po’ troppo sulla forma e molto meno sulla sostanza.

Voto 4

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Carolina Tocci

Giornalista freelance e blogger, un giorno le è venuta l'idea di aprire questo sito. Scrive di cinema e gossip e nel buio di una sala cinematografica si sente a casa.

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