La gente che sta bene

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Umberto Dorloni (Claudio Bisio) è un egocentrico avvocato d’affari tutto cinismo e parlantina sciolta, che vive e lavora nella Milano dell’alta finanza e la cui unica preoccupazione sembra essere quella di fingere, prima di tutto con se stesso, che la crisi economica sia qualcosa che esiste solo sui giornali.
Troppo sicuro di sé per notare il progressivo distacco della moglie Carla (Margherita Buy) e l’astio dei colleghi, Umberto vede il suo impero vacillare quando viene improvvisamente licenziato dallo studio legale di cui è socio.
L’incontro con Patrizio Azzesi (Diego Abatantuono), uno degli avvocati più blasonati (e pericolosi) di Milano, e un’importante offerta di lavoro da parte di quest’ultimo, danno ad Umberto l’impressione di riuscire a rialzarsi senza alcun contraccolpo, ma la realtà è molto più crudele di quanto non sembri e a breve gli presenterà il conto, mostrandogli come il suo sia un ruolo da inconsapevole pedina in un meccanismo più grande di lui.



Francesco Patierno (Pater Familias, Cose dell’altro mondo), autore interessante anche se discontinuo, firma questa atipica black comedy tratta dall’omonimo libro di Federico Baccomo (qui impegnato anche in veste di sceneggiatore) cercando di smarcarsi il più possibile da qualsiasi suggestione tipica della classica commedia all’italiana che pure la presenza, in veste di protagonista, di Claudio Bisio potrebbe suggerire e lo fa guardando evidentemente oltreoceano.
Dialoghi velocissimi e piuttosto scorretti e una rappresentazione della realtà molto poco accomodante rimandano allo stile di scrittura di certa TV americana (Mad Men e The Office i modelli dichiarati dallo stesso regista) e fanno di questo La gente che sta bene uno strano oggetto.

Ciò che stupisce semmai è come sia la locandina che il trailer navighino in direzione esattamente contraria, cercando di spingere il film più per i suoi elementi comici che non per la cattiveria che lo connota per buona parte della sua durata e che lo rende, almeno nelle intenzioni, qualcosa di molto vicino a Il capitale umano di Virzì, pur senza condividerne appieno il coraggio.
Se i due film sono infatti assimilabili sotto il profilo degli interrogativi che entrambi si pongono e che, in buona sostanza, riguardano cosa sia disposto a fare un uomo pur di raggiungere una piccola fetta di successo, si differenziano in maniera piuttosto netta per le risposte che danno a questa domanda.
Laddove infatti Virzì sembra abbandonare da subito qualsiasi speranza nell’essere umano e spingere fino in fondo il pedale del pessimismo, Patierno a un certo punto sembra quasi fermarsi, come spaventato dalla spirale di cinismo che egli stesso ha costruito, per sterzare verso una forma di parabola più ottimista e, per certi versi, consolatoria.
Ed è un po’ un peccato perché fino a quel momento il cammino del protagonista verso una redenzione che sembra non arrivare mai poteva addirittura ricordare quello di Denzel Washington nel bellissimo Flight di Robert Zemeckis e, se permettete, non è poco.

Bisio, dal canto suo, smette i panni usuali di comedian paratelevisivo e ce la mette tutta per rendere sgradevole questo piccolo mostro moderno, riempiendolo di tic e di una logorrea ai limiti del sopportabile.
Anche Diego Abatantuono, vera nemesi del protagonista, risulta un’azzeccata scelta di casting e, lavorando di sottrazione sul suo sgradevolissimo personaggio, indovina il suo ruolo migliore dai tempi di Mediterraneo.

In definitiva un film riuscito a metà quindi.
La prima metà. Quella cattiva.

Voto 6

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Fabio Giusti

Da sempre convinto che, durante la proiezione di un film, nulla di brutto possa accadere, ha un passato da sceneggiatore, copywriter e altre prescindibili attività. A parte vedere film fa ben poco.

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