A proposito di Davis

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Siamo nel Greenwich Village, esattamente un attimo prima che Bob Dylan salga su un palco per cantare che “i tempi stanno per cambiare”.
Il folk non è ancora il fenomeno musicale che marchierà a fuoco tutta la controcultura a venire, ma solo uno stile, sia musicale che di vita, che permette a un pugno di giovani talentuosi di immaginare una vita fuori dal grigiore delle periferie e del posto fisso, semplicemente imbracciando una chitarra.
Se tutto va bene può capitarti di firmare il contratto che ti cambia la vita.
Se invece va male ti ritrovi a fare la spola tra i divani dei tuoi amici in mancanza di altri posti in cui dormire.
A Llewyn Davis (Oscar Isaac) sta andando decisamente male.
Nonostante sia dotato di indubbio talento e piena sicurezza nei propri mezzi, la sua carriera sembra girare a vuoto. Le copie del suo primo disco da solista giacciono invendute nel magazzino di una minuscola casa discografica e il numero dei divani sui quali dormire si assottiglia sempre di più.
Nell’arco di una fredda settimana d’inverno Llewyn Davis si troverà ad affrontare la più difficile delle scelte: continuare a provarci o rinunciare ai sogni di gloria per trovarsi un lavoro.

I Coen, nel corso della loro carriera, ci hanno già abituati ad un serrato turnover tra capolavori assoluti (Il grande Lebowski, Non è un paese per vecchi), film decisamente belli (L’uomo che non c’era, A Serious Man) e progetti fuori fuoco, quando non del tutto sbagliati (Prima ti sposo, poi ti rovino, Burn After Reading).
Oggi, dopo il mezzo scivolone del remake de Il Grinta, i due autori tornano con questo gioiellino da cui trapela la loro vena più intima, che si va a collocare in un interstizio esattamente a metà strada tra le prime due categorie succitate.
Nella piccola odissea di uno squattrinato folksinger (dichiaratamente ispirata a Dave Van Ronk e al suo memoir The Mayor of MacDougal Street) i fratelli di Minneapolis trovano infatti nuova linfa vitale e hanno modo di costruire, attorno a questo malinconico e poeticissimo loser, un teatrino di personaggi bislacchi e dei loro folli incontri che tanto ricorda quanto già apprezzato in film come Barton Fink e A Serious Man.
Cito questi due film non a caso perché, insieme a questo A proposito di Davis, vanno a formare un’ideale trilogia coeniana che racconta l’epica del fallimento con una profondità e un’ironia (reale cifra distintiva di tutto il cinema dei Coen) che non hanno eguali.
Per l’occasione i due ritrovano per strada anche John Goodman, per anni loro attore feticcio, qui strabordante (in tutti i sensi) nel ruolo di un jazzista eroinomane che prova invano a disilludere le velleità artistiche del protagonista.

Strutturato in maniera circolare, proprio come una ballata folk in cui la prima strofa molto spesso coincide con l’ultima, A proposito di Davis è opera colta che, lungi dall’essere un mero omaggio all’estetica sixties del Greenwich Village, parla dell’arte e del perenne scontro tra questa e il sistema.
Trattandosi di un film dei Coen l’epilogo di questo scontro non è in alcun modo consolatorio, anche se l’amarezza della sconfitta, qui suggerita sfruttando tutta l’eleganza di un bianco e nero mai così evocativo e il gelo, quasi percepibile fisicamente, dell’inverno newyorkese, non è mai apparsa così poetica.
A suggello di tutto poi c’è la musica, vero motore trainante della storia.
La bellissima colonna sonora curata da T-Bone Burnett – già collaboratore dei Coen per Fratello dove sei? – partecipa al film come qualsiasi altro attore fino quasi a diventarne coprotagonista insieme a Oscar Isaac che, oltre a recitare (benissimo) nel ruolo di questo imbronciato e scorbutico hobo, canta quasi tutti i brani che ascoltiamo nel film.
Ora resta solo da capire se i fratelli Coen faranno seguire a questo film un capolavoro assoluto, uno decisamente bello oppure uno sbagliato.

Speriamo vivamente nella prima ipotesi.

Voto: 8

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Fabio Giusti

Da sempre convinto che, durante la proiezione di un film, nulla di brutto possa accadere, ha un passato da sceneggiatore, copywriter e altre prescindibili attività. A parte vedere film fa ben poco.

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