Un matrimonio da favola

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Cinque compagni di liceo, all’epoca amici inseparabili, si perdono di vista e si ritrovano in occasione del matrimonio di Daniele (Ricky Memphis), all’apparenza l’unico del gruppo ad aver avuto successo nella vita.
Gli altri quattro invece sembrano essersi rassegnati all’idea che la felicità non sia più a portata di mano: Luca (Adriano Giannini) voleva girare il mondo e si ritrova a fare la guida al Colosseo, Alessandro (Giorgio Pasotti) ha fatto carriera nell’esercito ma è costretto a tenere segreta la propria omosessualità, Giovanni (Emilio Solfrizzi) è vessato da una moglie avvocato divorzista e Luciana (Stefania Rocca), in seguito ad un infortunio, ha rinunciato a un futuro nello sport per sposare un noiosissimo assicuratore.
Durante il weekend che precede le nozze, una serie di fraintendimenti e tragicomiche disavventure porterà ognuno di loro ad ammettere i propri errori e (forse) a  rimettersi in discussione.



A pochi mesi dall’uscita di Sapore di te i Vanzina Bros. (questa volta c’è Carlo nella duplice veste di regista e sceneggiatore, mentre Enrico solo in quella di autore) tornano con una commedia corale che cita come principale fonte d’ispirazione Il grande freddo di Lawrence Kasdan (magari), vorrebbe ambire ad essere una sorta di nuovo Compagni di scuola (ma è evidente da subito come Verdone abbia frequentato tutt’altra scuola) e si riduce invece ad essere né più né meno di quanto i due figli d’arte ci propinano ormai da più di trent’anni: un’innocua sequela di macchiette e gag irrimediabilmente bloccate in quegli anni ottanta che ne hanno rappresentato il periodo di maggior successo.
Una volta partiti i titoli di testa, per intenderci, ci ritroviamo dinanzi al solito scenario umano in cui gli uomini vengono descritti per lo più come simpatiche canaglie (il punto di riferimento rimane sempre e comunque De Sica Jr.) e le donne sono o mogli insopportabili o facili prede da ingannare e portare a letto e, in ogni caso, figurine abbastanza di contorno.
I Vanzina così sembrano negare – a loro stessi prima che al pubblico – che qualcosa di anche lontanamente simile ad una rivoluzione sessuale sia mai avvenuto e riproducono ad libitum il loro campionario di beceri stereotipi sull’infedeltà coniugale (in cui chiaramente l’uomo è sempre meno colpevole della donna) e su un’omosessualità che, in pieno 2014 e dopo svariati (forse anche troppi) film di Ozpetek, rappresenta ancora qualcosa da nascondere.

Se questo totale scollamento dalla realtà non irritasse potrebbe addirittura commuovere, quasi come se i due fratelli ammettessero, anche con un certo candore, la loro inadeguatezza nei confronti dell’oggi.
Spiace che a farne le spese siano un manipolo di attori altrove degni di nota (Solfrizzi e Pasotti soprattutto) e qui imbrigliati mani e piedi in ruoli talmente tagliati con l’accetta da non permettere loro neanche il parziale ricorso ad un mestiere che avrebbe potuto, forse, alzare il livello.
Si salvano invece i caratteristi (Max Tortora e Roberta Fiorentini strappano le uniche risate di tutto il film) ma semplicemente perché sono lo spettro di una commedia all’italiana che i Vanzina conoscono a menadito, avendola bazzicata fin da bambini, e che si limita a reiterare quello stesso schema di inadeguatezza sociale (Sordi e la moglie buzzicona alla Biennale di Venezia) con tutto il suo corollario di battute scurrili che tanto facevano ridere l’Italia di fine anni Settanta.
Carlo ed Enrico dimenticano però che i tempi sono cambiati e che la cialtroneria un po’ rozza dei caratteristi dell’epoca oggi non è più a disagio quando inserita in ambienti più altolocati.
Per il semplice fatto che quella stessa cialtroneria oggi è al potere.

Voto 4

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Fabio Giusti

Da sempre convinto che, durante la proiezione di un film, nulla di brutto possa accadere, ha un passato da sceneggiatore, copywriter e altre prescindibili attività. A parte vedere film fa ben poco.

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