Anarchia – La notte del giudizio

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Nel 2022 le autorità, al fine di mantenere intatto l’ordine sociale durante il resto dell’anno, consentono alla popolazione una notte di “purificazione” in cui qualsiasi reato diventa lecito e l’omicidio è consentito, quando non addirittura consigliato.
Una sola notte all’anno in cui per le strade regna l’anarchia e chiunque abbia la sfortuna o l’incoscienza di trovarsi in giro dopo il tramonto, diventa automaticamente vittima di una follia priva di senso solo all’apparenza.
Nell’arco di questa notte, cinque persone rimaste all’addiaccio per motivi diversi, dovranno riuscire a restare vive fino all’alba, facendo leva esclusivamente sulla fiducia reciproca e sul loro istinto di sopravvivenza.



A due anni dall’inatteso successo dell’ottimo La notte del giudizio, arriva nelle sale questo suo solido sequel, che rassicura fin da subito gli scettici già solo per il fatto di essere firmato dallo stesso autore, quel James DeMonaco che già si era distinto, qualche anno fa, per la sceneggiatura di un notevole remake del carpenteriano Distretto 13 – Le brigate della morte, diretto nel 2005 da Jean-François Richet.
Troppo spesso infatti, sulla scorta di una buona idea iniziale e di un riscontro favorevole al botteghino, capita di assistere a seguiti arraffazzonati e privi di continuità logica e artistica con gli originali, evidentemente mossi dal semplice scopo di battere cassa.
Anarchia – La notte del giudizio non appartiene a questa categoria “merceologica” e, in qualche modo,  rappresenta più una sorta di film gemello de La notte del giudizio che non un mero sequel.
Se infatti il primo era sostanzialmente un film “da camera”, tutto incentrato sul punto di vista di un uomo  intento a rivendicare l’inviolabilità delle proprie mura domestiche e dei legami familiari da una minaccia esterna, qui la prospettiva si sposta fuori, sulla strada e mostra – anche a fronte di un budget più cospicuo – tutta la violenza che in precedenza veniva soltanto suggerita.
Lo scarto tra i due film è dunque quello che passa tra Cane di paglia di Sam Peckinpah (ci si perdoni il paragone forse un po’ alto) e un western urbano puro, che non si vergogna – anzi, ne fa un vero e proprio punto d’orgoglio – della sua natura di B-Movie.
E che B-Movie!
Resta intatta la matrice profondamente politica dell’opera, con una contrapposizione, forse manichea ma senz’altro efficace, tra ricchi e poveri che è il vero motore della storia e che rimanda a capolavori dell’horror come Society di Brian Yuzna e il sottovalutato La terra dei morti viventi di George Romero.

Il vero nume tutelare di DeMonaco però è un altro ed è un nome che torna alla mente in quasi ogni scena del film: John Carpenter.
Anarchia – La notte del giudizio è un omaggio all’inarrivabile mestiere di questo grande vecchio, da anni ingiustamente relegato ai margini dell’industria cinematografica che conta.
A partire dalla figura dell’antieroe (che qui è interpretato da Frank Grillo, ma trent’anni fa sarebbe stato Kurt Russell di diritto) che, sulle prime riluttante, si fa carico della sopravvivenza di un gruppo di potenziali vittime sacrificali, fino agli inseguimenti notturni su strade che ricordano così tanto quelle battute da Jena Plissken in 1997: Fuga da New York, passando per il pessimismo apocalittico che fa da sfondo all’intera narrazione (la “purificazione”, nel film, non è altro che un sistema studiato dalle istituzioni per snellire le classi meno abbienti eliminandole fisicamente) il film è tutto un rincorrersi di citazioni del succitato autore e, soprattutto, di un cinema che ormai non esiste più.
Un cinema apparentemente semplice ma in realtà coltissimo, che rimasticava in maniera selvaggia la lezione di John Ford e Howard Hawks e che riusciva a creare un canale di comunicazione tra cinefili e major hollywoodiane. James DeMonaco, con Anarchia – La notte del giudizio, ci ricorda di un’epoca in cui i registi non ambivano tanto allo status di autori (pur essendolo) quanto a quello di artigiani.
E ci ricorda inoltre che oggi due artigiani di lusso come John Carpenter e Walter Hill hanno difficoltà a trovare i soldi per girare i loro film.
Dissolvenza.

Voto 7

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Fabio Giusti

Da sempre convinto che, durante la proiezione di un film, nulla di brutto possa accadere, ha un passato da sceneggiatore, copywriter e altre prescindibili attività. A parte vedere film fa ben poco.

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