Venezia 71 – Giorno 4 – Video

Di Andrea Bosco
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Barry Levinson, Al Pacino e David Gordon Green

Sono 24 ore da mattatore per la stella più scintillante della manifestazione, un Al Pacino riapprodato al circuito maggiore d’autore dopo un lustro di tristi partecipazioni alimentari e di notevoli concessioni al piccolo schermo (su tutti, il Phil Spector di David Mamet). Tappa di partenza di questa celebrazione del mestiere di recitare tenuta dal più attivo e meno corrotto fra gli attori della Nuova Hollywood ancora in attività è il sospirato The Humbling, con cui la star si ricongiunge a quel Barry Levinson che gli garantì Emmy e Golden Globe con il televisivo You Don’t Know Jack.

Premio Oscar nel 1989 per Rain Man, Levinson porta su pellicola il penultimo, brevissimo romanzo di Philip Roth, un progetto accarezzato dal divo sin dai giorni immediatamente successivi alla pubblicazione tanto da acquistarne immediatamente i diritti. Come per Birdman, non si fatica a comprendere l’interesse del suo interprete per un progetto coraggiosamente autobiografico ai limiti dell’autolesionismo – si parla pur sempre di anziani istrioni in crisi e con il terrore del viale del tramonto – e il mettersi in gioco di Pacino in una serie sempre crescente di umiliazioni (traduzione letterale del titolo) a tratti commuove, ma il testo di partenza forse non era la scelta migliore per riportare in sala uno dei grandi narratori del nostro tempo, la natura ad altissimo tasso di erotismo del materiale originale è sostituita da una più triste e pavida risoluzione semi-onirica senza molto senso e i rischi presi tanto da Levinson quanto da Pacino finiscono per certi versi per ritorcerglisi contro rasentando a tratti il ridicolo involontario. Al di là di una auspicata performance monumentale e quasi testamentaria fallimentare, perdipiù azzoppata da un’alchimia pressoché nulla con la solitamente – ma non qui – adorabile Greta Gerwig, purtroppo non c’è molto altro.

Charlotte Gainsbourg, Chiara Mastroianni, Benoit Jacquot e Catherine Deneuve per 3 Coeurs

Concludendo la giornata con una sortita in Orizzonti, l’austriaco Ich seh, Ich seh, fiaba orrorifica ed esistenziale con cui, con evidenti rimandi all’universo sadico e dolente del marito Ulrich Seidl (al Lido, peraltro, con il documentario Im Keller), debutta nel lungometraggio di fiction la cinquantenne Veronika Franz (assistita dal più giovane Severin Fiala), si riprende la mattina con il secondo cugino d’Oltralpe in Concorso, il romantico 3 coeurs, che ripropone in veste drammatica il Benoît Poelvoorde e la Chiara Mastroianni già incontrati ne La rançon de la gloire e li affianca ai due volti più caratterizzanti dell’industria filmica francese di ieri e di oggi come Catherine Deneuve e Charlotte Gainsbourg.

Il film parte da un breve incontro conclusosi prima dell’alba per mettersi con orgoglio e coraggio nei binari del mèlo più classico. Simile per certi versi all’immenso Persécution di Patrice Chereau (rimasto scandalosamente senza premi a Venezia67), è un rischioso e a tratti incosciente atto di fede nei confronti del cinema dei sentimenti, forse ingenuo nelle proprie implausibilità – il protagonista maschile, comunque eccezionale e credibilmente speculare rispetto al ruolo dell’altroieri, non è di certo il Gérard Depardieu degli anni’80 o il Romain Duris di oggi in quanto a prestanza -, ma sa restituire un equilibrio di ossessione e routine a tratti appassionante senza scadere negli stereotipi dell’amour fou. La platea, per la prima volta durante il Concorso, si è prodotta negli attesi e anche comprensibili fischi, ma il film di Benoît Jacquot resta l’esempio di una tradizione narrativa nobile che merita rispetto e da difendere dal cinismo di molta critica.

Chris Messina, Al Pacino e David Gordon Green per Manglehorn

All’ora di pranzo, uscendo dalla Sala Darsena, ci si aspetterebbe quasi di trovare il buio della sera prima, vista l’affinità fra il fallimento di Barry Levinson e l’odierno Manglehorn di David Gordon Green, ma come un delizioso dessert dopo una portata principale deludente, la visione è più che rinfrancante. Il ritorno ad appena un anno di distanza al Lido del regista di Undertow è il ritratto crepuscolare e senile che il più complesso ed elaborato The Humbling non è riuscito ad essere e l’occasione per un commovente, ciclopico Al Pacino di indovinare il grande ruolo della vecchiaia. A metà fra l’Eastwood di Gran Torino e il Nicholson di A proposito di Schmidt, il film azzecca il registro patetico senza scadere nel pietoso, ritrae una provincia profonda isolata e dolce con uno sviluppo pacioso, rasserenante e quasi senza intreccio senza per questo risultare consolatorio e non pigia il pedale sulla catarsi o sulla tragedia in modo artefatto come invece accadeva in Joe. Contro ogni previsione, Manglehorn conquista immediatamente con la sua semplicità la simpatia di critica e pubblico.

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