Andiamo a quel paese

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Salvo e Valentino (Ficarra e Picone) sono due amici disoccupati che, nel tentativo di ridurre al minimo le spese, decidono di andar via da Palermo per fare ritorno al paese d’origine, Monteforte.
Qui i due si ritrovano a far parte di una comunità composta per lo più da anziani, quasi tutti imparentati tra loro e accomunati dal fatto di percepire ogni mese pensioni che, ai loro occhi, appaiono come vere e proprie chimere.
Determinati a trarre un qualche beneficio da questa situazione, Salvo e Valentino decidono quindi di ospitare in casa alcuni di questi attempati parenti per godere, almeno in parte, dei loro piccoli gruzzoli.
Quando il decesso di alcuni ospiti sembra minare alle fondamenta il piano dei due amici, Salvo ha un’idea che potrebbe risolvere i loro problemi in via permanente: lo scapolo Valentino deve sposare l’anziana zia Lucia, così da garantirsene la pensione.
Purtroppo, o per fortuna, il vero amore ci si mette di mezzo.

Presentato in chiusura dell’ultimo Festival Internazionale del Film di Roma, Andiamo a quel paese è il quarto film diretto e interpretato dalla coppia comica siciliana e condivide, con i precedenti tre, più o meno tutti gli stessi pregi (pochi in verità) e difetti.
Innanzitutto una totale mancanza di respiro cinematografico, che è un po’ il male che affligge tutti i film che vedono come protagonisti comici di origini televisive e che, alla costruzione di una solida struttura filmica, preferiscono la pedissequa riproposizione di tormentoni e gag, già abbondantemente viste sul palco di Zelig. Peccato, perché questa volta il materiale di partenza era leggermente al di sopra della media. Andiamo a quel paese parte infatti come una sorta di Pranzo di ferragosto (Gianni Di Gregorio mi perdonerà) meno cinico e tra le sue pieghe, per un attimo, sembra quasi lasciar intravedere come il duo possa aver finalmente fatto il colpaccio, firmando un’opera che riesca a discostarsi un minimo dal piattume generale.

Merito forse della supposta riflessione su un vuoto pneumatico valoriale che porta la forza lavoro inutilizzata a scannarsi, in una triste guerra tra poveri, per i pochi averi ammonticchiati dalle generazioni passate.
Poi, gradualmente, quella piacevole scorrettezza di fondo lascia il campo a un eccesso di buoni sentimenti e a una benevolenza che forse, da un prodotto del genere, ci si aspetta pure. Solo che, quando il treno del politicamente corretto ti arriva addosso, dispiace sempre.
Dispiace perché il film, in alcune sue parti, diverte e lo fa soprattutto grazie alla presenza di alcuni ottimi comprimari (un ritrovato Francesco Paolantoni su tutti), mentre paradossalmente a strappare meno risate sono proprio le scene in cui Ficarra e Picone vengono lasciati soli e liberi di battibeccare tra loro come se il set tornasse ad essere un palcoscenico e un tot di risate dovesse essere comunque portato a casa.

Voto 5

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Carolina Tocci

Giornalista freelance e blogger, un giorno le è venuta l'idea di aprire questo sito. Scrive di cinema e gossip e nel buio di una sala cinematografica si sente a casa.

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