Che cosa sta succedendo al cinema in Russia?

Di Carolina Tocci
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C’è un certo fermento in terra di Russia in quest’ultimo periodo, fermento che riguarda in particolar modo la libertà di espressione nel cinema e nelle arti in genere. E’ infatti di di questi giorni la notizia secondo cui il Ministero della Cultura sovietico d’ora in avanti si incaricherà di fissare le date di tutti i titoli in uscita nelle sale del paese. Una manovra che, secondo i promotori, intende tutelare le performance dei titoli russi: nel caso, infatti, in cui un film russo si trovi a competere con l’uscita di un film americano, il Ministero privilegerà i titoli domestici. «Siamo solo preoccupati per i nostri film», ha dichiarato il ministro della cultura russo Vladimir Medinsky. «Per noi è importante che i titoli russi rientrino nei loro bilanci. Non difenderemo ogni film russo, anche se stabiliremo delle priorità finanziarie, politiche e ideologiche». Quindi se l’uscita di un importante film russo coinciderà con quella di un blockbuster “occidentale” la data di uscita di quest’ultimo sarà spostata per non creare una concorrenza diretta. Ma non è tutto perché Medinsky ha anche esortato i distributori locali a “negoziare tra loro” per tutelare le uscite dei film russi, cosicché il governo non sia costretto a intervenire direttamente.

Tutto questo si è andato a sommare a un’altra storia portata agli onori della cronaca grazie al successo riscosso al di fuori del territorio russo da Leviathan, pellicola diretta da Andrey Zvyagintsev, vincitrice della Palma d’Oro per la Migliore Sceneggiatura allo scorso Festival di Cannes, del Golden Globe come Miglior Film Straniero, entrata nella cinquina finale ai prossimi Oscar e osteggiata dal potere e dalla Chiesa ortodossa che ci ha visto “un manifesto anti russo confezionato per l’Occidente”. La pellicola (della cui vittoria ai Golden Globe i telegiornali russi non si sono occupati quasi per niente, anche se era da Guerra e pace di Sergey Bondarchuk, 1969, che un film russo non trionfava a quei premi) ispirata dal racconto biblico di Giobbe, segue la storia colma di ingiustizie di un piccolo proprietario terriero in lotta per possedere un appezzamento di terreno e il 5 febbraio, data in cui verrà distribuito in Russia, uscirà in una versione epurata, senza parolacce.

Colpa di una controversa legge entrata in vigore la scorsa primavera che vieta l’uso del turpiloquio in tv, nei libri, nei film e nei media in generale. E proprio oggi un gruppo di celebri registi russi, tra cui il premio Oscar Nikita Mikhalkov e Fiodor Bondarciuk, ha firmato una lettera aperta indirizzata al primo ministro Dmitri Medvedev per modificare questa legge. «Il linguaggio osceno è parte intangibile della nostra eredità culturale… Il divieto è inutile e impoverisce grandemente le possibilità di realizzazione artistica», si legge nella missiva, dove i firmatari propongono come alternativa quella di vietare ai minori di 18 anni i film con linguaggio osceno. E mentre c’è chi vuole mettere pellicola e attori all’indice e obbligare Zvyagintsev a restituire i fondi pubblici con cui ha realizzato il film (il membro dell’Assemblea Legislativa di San Pietroburgo Vitaly Milonov,), in rete si è già scatenata la caccia al link per vedere Leviathan nella versione originale non censurata.

Se a questo aggiungiamo la faida tra fratelli che si è consumata tra le alte sfere della cultura del paese in occasione delle candidature agli Oscar, abbiamo un quadro ben chiaro della situazione in cui verte la Russia in questo momento storico. State a sentire perché  è una storia che ha un che di shakespeariano. Il regista, sceneggiatore e produttore Nikita Mikhalkov, citato poc’anzi tra i firmatari della lettera per modificare la legge sul turpiloquio e considerato uno degli intellettuali più vicini a Vladimir Putin, è da molti anni a capo dei selezionatori incaricati di scegliere il film russo che, di anno in anno, rappresenterà il Paese agli Oscar: cosa che lo pone al centro di un conflitto di interessi non indifferente. La sua campagna anti-Zvyagintsev è ormai ben nota soprattutto in patria ma il fratello di Mikhalkov, che risponde al nome di Andrej Kon?alovskij, anch’egli affermato regista, fresco di Leone d’argento a Venezia per The Postman’s White Nights, evidentemente non la pensa come lui. Anzi. Kon?alovskij, rinunciando a correre agli Oscar con il suo film, ha finito per supportare Zvyagintsev e il suo Leviathan, che infatti è arrivato tra i cinque finalisti, lasciando Mikhalkov, Putin e gli altri a bocca asciutta.

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Carolina Tocci

Giornalista freelance e blogger, un giorno le è venuta l'idea di aprire questo sito. Scrive di cinema e gossip e nel buio di una sala cinematografica si sente a casa.

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