Il settimo figlio

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Tom Ward (Ben Barnes) viene scelto, in quanto settimo figlio di un settimo figlio, dal mago/cacciatore di streghe Maestro Gregory (Jeff Bridges) come suo prossimo apprendista.
Il vecchio mago ha infatti bisogno di aiuto in vista della notte della luna rossa, quando la malvagia strega Malkin (Julianne Moore) raggiungerà l’apice delle sue forze e sferrerà il definitivo attacco nei confronti degli umani.
Mentre bene e male si scontrano, tra l’umano Tom e la piccola strega Alice, nipote di Malkin, nasce un amore reso impossibile dalle differenti (e antitetiche) origini dei due.



Riepilogando quindi abbiamo il vecchio mago avvinazzato, il suo giovane e ingenuo apprendista e una strega bella ma cattivissima.
Poi davvero non c’è molto altro.
Tratto da “The Spook’s Apprentice” di Joseph Delaney – primo di una serie di tredici romanzi fantasy che, almeno in quanto a trasposizioni cinematografiche, ci piace pensare non trovi un seguito – Il settimo figlio è, in estrema sintesi, un mix piuttosto raffazzonato tra Il Signore degli anelli, L’ultimo dei templari e un brutto Romeo e Giulietta (diciamo quello di Carlo Carlei uscito la scorsa settimana) con un titolo che riporta alla mente un vecchio disco degli Iron Maiden.
Non proprio il massimo dell’appeal, ammettiamolo.
Laddove ciò non bastasse  Sergej Bodrov (autore dei sopravvalutati Il prigioniero del Caucaso e Mongol) decide di metterci del suo e di giustapporre una cornice scenografica banalmente mozzafiato ad una sceneggiatura quasi del tutto priva di colpi di scena o di qualsivoglia parvenza di introspezione psicologica (tutti i personaggi si rivelano irrimediabilmente per ciò che sembrano, dalla prima all’ultima scena) e – cosa ancor più grave visto il genere di riferimento –  agli effetti speciali più miseri visti al cinema, almeno dalla nascita della Industrial Light & Magic.
Effetti speciali molto più idonei a un qualsiasi B-movie a tema magia che non a un film che, almeno sulla carta, sembrava nutrire ambizioni più alte, se non altro per la presenza nel cast della molto più che probabile vincitrice dell’Oscar come Migliore Attrice Protagonista di quest’anno.

Julianne Moore, assolutamente incapace di recitare mai meno che bene, per la prima volta qui sembra fare proprio il minimo sindacale per portare a casa questa streguccia tutto sommato ordinaria, cattiva più a parole che non nei fatti, soprattutto se paragonata alla sua performance – quella sì, davvero spaventosa – dello scorso anno nel remake di Carrie – Lo sguardo di Satana.
Jeff Bridges invece merita un discorso a parte.
Perché lui è Jeff Bridges e vederlo bofonchiare con la bocca piena di ovatta, neanche fosse l’ultimo degli imitatori di Marlon Brando ne Il Padrino, è una cosa che fa assai male a chiunque, cinefilo o meno. E non si fa.
Il coinvolgimento di così tanti nomi “grossi” (per dire, c’è Dante Ferretti alle scenografie) per un’operazione così povera nei risultati contribuisce ad accrescere di molto una delusione montante che raggiunge il suo climax nel momento in cui, sui titoli di coda, si apprende che la sceneggiatura è passata anche per le mani di Stephen Knight, autore del pregevole script de La promessa dell’assassino di Cronemberg e passato lo scorso anno in cabina di regia con il bellissimo Locke.
Ma nemmeno l’intervento di professionisti di tale calibro riesce a spostare di molto le sorti di un film che, indeciso tra l’essere il prologo di un’eventuale saga o un action-fantasy di second’ordine, non accontenta nessuno e, soprattutto,  riesce a non appassionare mai.
L’unico merito de Il settimo figlio forse è giusto nella durata, inferiore alle due ore e quindi piuttosto contenuta rispetto ai minutaggi biblici dei film di area fantasy.
Poi davvero non c’è molto altro.

Voto 3

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Fabio Giusti

Da sempre convinto che, durante la proiezione di un film, nulla di brutto possa accadere, ha un passato da sceneggiatore, copywriter e altre prescindibili attività. A parte vedere film fa ben poco.

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