Paul Thomas Anderson e Joaquin Phoenix a Roma per Vizio di forma

Di Fabio Giusti
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QUI la recensione di Vizio di forma

Inherent Vice, il nuovo attesissimo film di Paul Thomas Anderson tratto dall’omonimo romanzo di Thomas Pynchon, arriverà nelle sale italiane solo il prossimo 26 febbraio, ma l’autore considerato da più parti come il nuovo Martin Scorsese e il protagonista Joaquin Phoenix stamattina erano a Roma per presentarlo alla stampa.
I due, alla seconda collaborazione dopo l’eccezionale The Master, si sono concessi alle domande dei giornalisti con estrema generosità e perfino Phoenix, in genere ostico e poco comunicativo in occasione degli impegni promozionali, è apparso particolarmente a proprio agio.
La pellicola ruota attorno alla figura di un investigatore privato, Doc Sportello, che esercita il suo lavoro nella Los Angeles degli anni Settanta. Una visita inattesa della sua ex lo coinvolge in un caso bizzarro che coinvolge ogni sorta di personaggi, surfisti, traffichini, tossici e rocker, uno strozzino assassino, detective della LAPD, un musicista sax tenore che lavora in incognito ed una misteriosa entità conosciuta come Golden Fang, che potrebbe essere solo una manovra per eludere il fisco messa in piedi da alcuni dentisti…



Joaquin, cosa puoi dirci dell’incredibile look seventies che sfoggi nel film? E’ corretto pensare che in parte sia ispirato a Neil Young?
Devo dire che a me piace molto Neil Young e il primo riferimento estetico che mi ha dato Paul (Thomas Anderson) è stata proprio una fotografia di Neil Young, soprattutto per quanto riguarda la capigliatura e i basettoni di “Doc” Sportello. In seguito poi ho accumulato una serie di libri con immagini del periodo e ho passato in rassegna talmente tanto materiale che ho quasi dimenticato il punto di partenza.
Insieme al costumista Mark Bridges abbiamo poi fatto delle prove per vedere cosa funzionava o meno. Il lavoro sull’aspetto fisico del personaggio è una sorta di processo organico che si è sviluppato per un paio di mesi circa.

Questa è la tua seconda collaborazione con Paul Thomas Anderson e, in entrambi i film, tu interpreti personaggi estremamente fisici. Quanto questa fisicità quasi esasperata è frutto della vostra interazione e quanto invece fa parte del tuo modo di lavorare in generale ad un personaggio?
Sono ruoli contraddistinti da diverse forme di fisicità. Nel caso di The Master c’era un tormento interiore al personaggio e il mio lavoro si è orientato principalmente sul rendere questo tormento palese all’esterno.
In Inherent Vice invece ho tratto spunto da alcuni film o serie d’epoca e dalle espressioni buffe che facevano gli attori. Una delle fonti primarie di ispirazione, in questo senso, sono stati, ad esempio The Three Stooges.
Ci sono però momenti del film in cui “Doc” è più pensieroso e riflessivo e per me era importante che anche questo si vedesse.

Avevi già letto il libro di Pynchon oppure te lo ha fatto conoscere Paul Thomas Anderson in vista della lavorazione del film?
No, non lo avevo letto. E’ stato Paul a chiedermi espressamente di farlo.

Durante le riprese ti è mai capitato di pensare al parallelo tra il personaggio di “Doc” Sportello e il Grande Lebowski dei fratelli Coen?
Ti dirò che non è la prima volta che qualcuno mi fa notare questo parallelo ma no, pur avendo molto amato Il Grande Lebowski, non ho pensato in maniera consapevole alla cosa.

Quanto ti sei ispirato al personaggio per come viene descritto nel libro di Pynchon e quanto invece hai tratto ispirazione dalla tua esperienza personale?
L’ispirazione primaria viene ovviamente dal libro e dalle tante ore di conversazione con Paul Thomas Anderson. Io poi, in quanto attore, rappresento un po’ un filtro tra il testo scritto e la sua rappresentazione per cui è importante che metta sempre qualcosa di mio nel modo di interpretare un ruolo rispetto a quello che potrebbe fare un altro attore.

Paul Thomas Anderson, nel passaggio dal libro al film si ha l’impressione che il protagonista, “Doc” Sportello, diventi ancora più idealista e romantico. E’ qualcosa che ha voluto sottolineare in maniera palese?
L’idealismo è una parte fondamentale del personaggio di “Doc” e sono molto contento se sono riuscito ad amplificare questa percezione. “Doc” è un personaggio estremamente complesso: non è né stupido né semplicemente un fattone.
Ha semplicemente delle difficoltà ad accettare la realtà per come la legge nei titoli dei giornali, nella sua durezza e complessità.

La volontà di girare un film corale, così pieno di personaggi può in qualche modo essere considerata figlia dei suoi due ultimi film, totalmente incentrati su singoli personaggi straordinari?
Più che altro mi sono reso conto, dopo aver girato Il Petroliere e The Master, che erano film in cui le donne erano quasi completamente assenti.
Così ho realizzato che avevo voglia di costruire un cast ricco di attori anche e soprattutto per tornare a raccontare dei bei ruoli femminili.
C’è una famosa citazione di Raymond Chandler che dice che l’obbiettivo di un noir e di fare in modo che l’eroe vada per strada e flirti con il maggior numero possibile di donne.

Parlando di Chandler, Inherent Vice è pieno di riferimenti alla sua letteratura in generale. mentre lo girava si è sentito in qualche modo ispirato dalla trasposizione de Il lungo addio di Altman?
Io credo che Pynchon usi già la struttura e gli elementi fondamentali delle detective story per poi svilupparli e trasformarli in qualcosa di suo. La mia influenza principale sono stati invece i fumetti dei Freak Brothers, tre tossici esteticamente molto simili a “Doc” il cui unico scopo sembra quello di stonarsi di continuo, cercando di farla franca con la Polizia di Los Angeles.

Quando e come le è venuta l’ idea, geniale, di utilizzare Sortilege, una delle protagoniste del libro, come voce narrante della storia?
L’escamotage di usare un personaggio della storia come voce narrante mi è venuta più o meno a metà del processo di scrittura. Mi sembrava fosse utile per non sacrificare parti del libro che mi sembravano bellissime ma che, oggettivamente, erano difficilmente da tradurre in immagini. A posteriori credo sia stata una buona idea, soprattutto in relazione alla scelta di Joanna Newsom (cantautrice di area indie molto stimata negli Stati Uniti) per interpretare Sortilege, perché lei è dotata di una voce unica, sia che canti sia che si limiti a parlare.

Il film è pieno di campi lunghi, con carrelli che avanzano stringendosi sempre di più sugli attori. L’idea le è nata già dal libro o è una scelta stilistica che aveva comunque voglia di utilizzare?
Direi entrambe le cose. Molte scene hanno dialoghi talmente fitti e serrati che ho pensato sarebbe stato bello vedere tutte le parti coinvolte contemporaneamente sullo schermo. L’idea quindi c’era, ma non l’ho assunta come un dogma perché chiaramente andava sperimentata durante le riprese per vedere quanto avrebbe funzionato all’interno del flusso narrativo.

Inherent Vice è candidato agli Oscar come miglior sceneggiatura non originale. Se il suo film non fosse nella cinquina a chi lo daresti?
A Grand Budapest Hotel. Senza alcun dubbio.

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Fabio Giusti

Da sempre convinto che, durante la proiezione di un film, nulla di brutto possa accadere, ha un passato da sceneggiatore, copywriter e altre prescindibili attività. A parte vedere film fa ben poco.

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