Maraviglioso Boccaccio

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A due anni dal trionfo berlinese con Cesare deve morire, Paolo e Vittorio Taviani tornano a imporsi come (f)autori dell’arte e della fuga.
Se nella pellicola vincitrice dell’Orso d’oro, perfetto connubio di cinema e documentario umano e raffinato, l’arte veniva infatti vista come una forma di redenzione e la fuga, non ineluttabilmente fisica, un mondo di evasione necessario, anche in Maraviglioso Boccaccio questi due temi ricorrono, quasi a volerne sottolineare, ancora una volta, il valore salvifico, soprattutto in un momento di dolore.
Per farlo gli autori di Allosanfan, Padre padrone e Le affinità elettive attingono ancora una volta dalla tradizione letteraria, in questo caso da uno dei testi fondamentali della nostra cultura, il Decameron, le cui novelle sono state più volte adattate per il cinema, (il primo film sull’opera di Boccaccio fu diretto e interpretato da Gennaro Righelli nel 1912) e il cui picco più alto è tuttora rappresentato dalla trasposizione che ne fece Pasolini nel 1971 (puntando tutto sull’aspetto vitalistico, libertario e culturalmente eversivo della raccolta e sfruttando al meglio le innovazioni linguistiche e di costume boccaccesche come strumento per squarciare il velo di ipocrisia e di moralismo che attanaglia la società).



Completamente diverso, ma c’era da immaginarselo, l’approccio dei Taviani alle novelle predilige la strada del classicismo e del rigore stilistico e formale. Cinque compongono il loro Maraviglioso Boccaccio: quella di Messer Gentil de’Carisendi e Monna Catalina, di Calandrino e l’elitropia, dell’amore tra Ghismunda e Ghisardo contrastato dal padre di lei, della badessa e le brache del prete e di Federigo degli Alberighi e del suo fedele falcone. Le raccontano, alternandosi, dieci ragazzi, tre uomini e sette donne, in fuga dalla peste nera che sta divorando Firenze e dalla quale i giovani cercano di trovare scampo recandosi in una villa in campagna fuori dalle mura cittadine. I ruoli dei protagonisti delle novelle sono affidati a numerosi volti noti del cinema italiano (Kim rossi Stuart, Riccardo Scamarcio, Vittoria Puccini, Lello Arena, Paola Cortellesi, Carolina Crescentini, Kasia Smutniak, Jasmine Trinca, Michele Riondino), quelli dei giovani in fuga, da una rosa di “nuove proposte” del cinema italiano.

In un’opera che si fa traghettatrice del bello in ogni sua forma e in cui la cura del dettaglio rasenta la maniacalità (le location mozzafiato, la confezione degli abiti, il mobilio, i lini, i capelli intrecciati che incorniciano i volti botticelliani delle protagoniste), rimane sicuramente l’inizio la parte più riuscita: la peste che sta falcidiando la popolazione e disgregando il tessuto sociale della città viene infatti rappresentata in modo impeccabile dai Taviani. Poi la messa in scena compie una virata improvvisa e assume i connotati di uno sceneggiato televisivo. Il fil rouge del film è rappresentato dai giovani, sono loro i depositari della speranza contro ogni tipo di pestilenza, sia essa fisica che morale e su questo non possiamo che essere d’accordo, ma la scelta di affrontare il gigante Boccaccio senza un preciso punto di vista, rende la narrazione particolarmente stantia in alcuni tratti ed è un gran peccato. Perché la trasposizione del Decameron da parte dei Taviani poteva diventare il simbolo definitivo del connubio tra i due autori di San Miniato e la letteratura, connubio che si trova alla base del loro percorso artistico (celebre il loro legame con Tolstoj, Pirandello e Goethe), sempre coerente e affiatato, ma questa volta più per telespettatori che per spettatori.

Voto 6

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Carolina Tocci

Giornalista freelance e blogger, un giorno le è venuta l'idea di aprire questo sito. Scrive di cinema e gossip e nel buio di una sala cinematografica si sente a casa.

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